Utopia della semplicità

27/01/2025

Il fumo di domani

Nel 2019 è uscita in Germania, per la cura sempre impeccabile di Barbara Wiedemann, un’ampia selezione di lettere di Celan (Briefe 1934-1970. “etwas ganz und gar Persönliches”, Suhrkamp). Come sempre accade, dal volume sono rimaste necessariamente escluse le lettere a Celan, e per ragioni di spazio anche alcune delle sue. Eppure spesso sono proprio i carteggi con un singolo interlocutore o interlocutrice a fornire le chiavi di lettura per l’opera così intrecciata alla biografia del poeta bucovino. Ben venga dunque il progetto, apparentemente modesto eppure ambizioso, di Anna Ruchat e Domenico Brancale, di dar via, con “Rive dell’altro” – così si chiama la nuova collana uscita per Ibis-FinisTerrae –, a pubblicazioni annuali di carteggi (ma non solo – in programma sono anche le traduzioni, le collaborazioni e le memorie di conoscenti) che esplorino quell’autor de Celan che i mondi editoriali di Francia e Germania, le due terre del poeta per esilio e per lingua, hanno sondato negli ultimi decenni. In ambito italiano, dopo i carteggi già usciti – e mirabili – con Ingeborg Bachmann e Peter Szondi, viene l’ora, grazie a questa collana, di un capitolo poco noto ma non meno sapido, quello dell’epistolario con Gustav Chomed, amico di giovinezza di Celan.

La prima lettera – nel volume tedesco dei Briefe era la seconda su 691 – giunge a Chomed da Tours, il 7 dicembre 1938. Celan è reduce da un viaggio surreale nei mesi appena precedenti la catastrofe, passa per i luoghi che a breve segneranno la vita sua e della diaspora europea. Dalla natia Czernowitz, Celan transita per Polonia e Germania, dove il tuo treno sosta a Berlino l’8 novembre. Per poche ore sfugge alla vista autoptica della notte dei Cristalli e non allora ma più tardi lo saprà bene: “Sei passato / da Cracovia, all’Anhalter /Banhof / ai tuoi sguardi cresceva un fumo / che era già di domani”, recitano i versi di La Contrescarpe (da La rosa di nessuno), rievocando nel 1962 quel viaggio.

Ventiquattro anni prima, all’amico Gustav Chomed, Celan descrive invece Tours. Ne parla come “deserto, solitudine, angoscia”, rispetto all’eccitante vita parigina, abbandonata perché troppo cara. Lì a Tours non smette “di piangere, piangere, piangere”. Dopo il ritorno in patria, il carteggio, complice la guerra e i disastri europei, subisce un’interruzione lunghissima – più di ventitré anni – proprio fino al 1962. Per via della Cortina di ferro, tra l’altro, i due non si rivedranno mai.

Quando i contatti riprendono dunque i due devono aggiornarsi, quasi ripresentarsi l’uno all’altro. È di straordinario interesse quanto Celan dice di sé nella lettera del febbraio 1962 – rievocando le antiche memorie comuni e stilando una sorta di curriculum in cui elenca scrupolosamente le sue pubblicazioni (“non sono uno sconosciuto, Gustav, molti giovani poeti tedeschi mi devono qualcosa”). Ma in quella stessa missiva Celan racconta subito all’amico un altro aspetto della sua vita: nonostante la lunga pausa epistolare, gli rivela subito delle per lui terribili accuse di plagio mossegli dalla vedova di Yvan Goll. Claire Goll aveva usato i componimenti di Sand aus den Urnen – un libro dato al macero da Celan nel 1948 (e non a caso citato nell’elenco a Chomed), dati i troppi refusi –, per far emergere somiglianze artefatte con Traumkraut, la raccolta postuma di Goll, uscita tre anni dopo. Su quel dossier costruito ad arte si era gettata gran parte della critica tedesca, facendo uso di stilemi critici che Celan riconduce al nazionalsocialismo e a cliché antisemiti. A Chomed riassume crudamente: “un vero e proprio affare Dreyfus”. Certo sorprende – benché indichi l’assoluta prossimità vissuta nell’adolescenza – che Celan gli racconti subito del caso che lo sta travolgendo. E delle sue “cosiddette depressioni”, dei contraccolpi psichici delle accuse e del modo in cui viene trattato in Germania Ovest, dell’isolamento provato (“la solidarietà per noi è qualcosa di antidiluviano”, dirà il 2 aprile 1965).

D’altronde, e dall’altra parte della Cortina di ferro, Chomed non è Peter Szondi – che lo aiutò a smontare il dossier diffamatorio con le armi della filologia. È uomo di cultura – vanta centinaia di libri nella biblioteca domestica –, ma si ripresenta come mero contabile (“capocontabile nell’ospedale pediatrico cittadino”, specifica), che ancora risiede nella natia Czernowitz, ora città sovietica (solo dopo la morte di Celan si trasferirà in Israele, dove morirà nel 2002). Riporta, con autoironia, ciò che gli altri dicono di lui: “da freddo burocrate quale ormai sono”. E rimprovera Celan neanche troppo velatamente per aver alluso a una possibile spedizione di vestiti, oltre ai suoi libri: “e se anche non abbiamo il Vostro tenore di vita, non ne sentiamo poi tanto la mancanza”. Eppure all’amico dirà parole preziose anche sul caso che lo affligge.

La memoria ha sofferto

Ma chi era davvero Chomed? Un compagno di classe di Celan, certo – molte lettere menzionano altre figure di quel periodo sepolto dalle storie. Ma Chomed fu molto altro – e vi allude nella lettera del 1962 che risponde a quella troppo sincera di Celan. Da soldato semplice dell’Armata Rossa nella fase finale della guerra aveva visto il ghetto distrutto di Varsavia. Si era fermato di fronte “al cadavere semicarbonizzato di Goebbels” nel bunker di Berlino. Di lì era diventato interprete, grazie alla sua conoscenza del tedesco, passando per Vienna, Praga e Budapest e Norimberga (“al processo dei Supercriminali”).

Tra il 1962 e il 1970 seguono 23 lettere nelle due direzioni. L’ultima è firmata da Chomed il 5 aprile 1970, due settimane prima del salto di Celan dal Pont Mirabeau – si chiude con l’appello mai evaso rispondi al più presto. Non è il primo: “perché non dai segni di vita?” è un refrain di quegli anni. Le altre lettere attraversano il periodo più terribile per Celan, quello delle aggressioni commesse e dei ricoveri coatti. “Sono stato otto mesi in ospedale”, gli confessa il 9 gennaio del 1968.

Ma questo libretto, raccolta disperante di parole assenti, lo è da entrambe le parti. Perché Chomed, che si lamenta delle assenze di Celan, allude pure al “grigio su grigio” della sua vita sovietica. Chomed, di madrelingua tedesco e poliglotta come l’amico, non era rimasto in URSS se non per caso alla fine del conflitto, e soffrì la lontananza dalla cultura tedesca che più sembrava appartenergli. A casa sua, dove la moglie – “un’ebrea della Bessarabia” – aveva sofferto l’eccidio della famiglia da parte nazista, il tedesco e ogni sua aria era bandito. Ma questo non lo dice – celebra anzi (se lo faccia per ingraziarsi la censura non è dato saperlo) la ricchezza del russo (una lingua “più bella e ricca di quella tedesca”). A Celan confessa però che venire in contatto col “mondo esterno” lo ha illuso, lo ha portato a sperare in viaggi in Francia, Italia, oppure nella “Terra dei Padri” (Israele non è mai nominato, con consapevole reticenza rispetto agli occhi della censura – per la stessa ragione i due si fingono cugini).

Le lettere sono a volte meri scambi d’auguri, spesso cadono nel vuoto. Perché Chomed cerca Celan mentre questi si destreggia nell’abisso. E usa la poesia come metodo: “nella mia poesia ho spinto alle estreme conseguenze l’esperienza umana di questo nostro tempo”, dirà il 29 gennaio del 1970, quando il suo tempo sta per scadere. In quella lettera Celan confessa che per tutti i problemi psichici attraversati – e la forzata separazione dalla moglie, che da oscurato aveva tentato di uccidere – “la memoria ha sofferto”. Poi registra il suo cambiamento fisiognomico (“il motivo non sta solo nell’invecchiare”).

Semplicità della cancellazione

Il motivo è nello stato in cui lo ha gettato l’accusa di plagio e quel che è seguito. Da subito Celan svela a Chomed la strategia dell’“inversione” che domina in Germania Ovest nella sua e in altre faccende. Definisce “fosforescenza della putrefazione” (3 maggio 1962) tutto quel parlare di ermetismo e opacità a proposito della sua lirica. Quando Celan, come sempre, si considera semplice nella sua poetica: ma “ciò che è semplice ha vita difficile”.

È singolare come queste righe, nel momento più alto dello scontro con un’ermeneutica tedesca che lo sta vivisezionando senza indagare i propri stessi presupposti, rimino un testo che lui stesso aveva cancellato nella prima lettera a Chomed, quella quasi disperata del 1938 a Tours, e che ci resta dall’originale riportato sapientemente in nota dalle curatrici. “E so anche che le parole che uso qui sono comuni, semplici, in precedenza mi sarei vergognato di tale semplicità. Adesso, e soprattutto oggi, non posso far altro che scrivere in modo semplice”. Nella preziosa trasparenza di queste righe, la lezione di metodo di Celan diventa perspicua anche e soprattutto se rivolta a sé stesso, alla propria poetica, ai propri versi. Dopo decenni di esegesi celaniana grande e piccola, l’oscurità di Celan – la sua afasia, la sua balbuzie iterata – va letta nella sua semplicità come sintomo di un’esigenza che esce allo scoperto “adesso, e soprattutto oggi”, di dire semplicemente il suo tempo di persecuzioni e guerra.

Di questo carteggio così esile e reticente resta appunto la traccia di un’amicizia semplice: la franchezza delle richieste reciproche, le confessioni, persino la nostalgia. “Vorrei vivere ancora lì”, dice Celan, “la Töpfergasse, e non solo quella, era… umana”. Ma rimane anche la straordinaria risposta di Chomed a quello struggimento: “la tragedia della nostra vita non è il fatto che la Töpfergasse è scomparsa. La tragedia è che non c’è mai stata se non nella nostra immaginazione. Siamo figli spirituali di una Germania dei poeti e dei pensatori che non esiste più da nostro tempo”.

È quasi una chiosa all’autointerpretazione di Celan. La realtà, spiega Chomed, dice che la Bucovina germanofona è davvero scomparsa, e la tradizione che si portava dietro – quell’ebraismo orientale parlante tedesco – è stata cancellata da maestri che pure si dicevano figli di quella stessa Germania. Di quest’assenza di passato, della sua spietata elisione, bisogna rendere conto nella stessa lingua. E aggiunge Chomed, con lucidità rara, “perché mai proprio per te, ebreo della Bucovina, le cose dovrebbero essere più semplici che per tanti altri?”. Infine allude – quasi un richiamo a passi celebri di Primo Levi – all’abbaiare dei tedeschi che ora latrano contro Celan nella sua stessa lingua.

È tanto più significativo che Celan reagisca con una lettera che alla fine non spedisce. Dove dice che la loro patria comune esiste tuttavia, “quia absurdum”. Torna qui – davanti alla scomparsa di un luogo reale – l’utopia poetica del Meridiano (“tuo e mio” – dice offrendolo a Chomed), il discorso tenuto per la consegna del Premio Büchner nel 1960. Dove si legge che il poema è “il luogo ove tutte le metafore e tutti i tropi vogliono essere condotti ad absurdum”. Che la poesia è l’utopia “che consente” che nel poema reale “abbia voce quanto all’Altro è più proprio: il proprio tempo”. Il non-luogo, semplice e terribile, del tempo cancellato.

Sophie Ko, Ombre calde II, 2023, acquatinta, cm 50x 35. Courtesy l’artista

Paul Celan-Gustav Chomed
«Ho bisogno delle tue lettere»
a cura di Barbara Wiedemann e Jürgen Küchel
edizione italiana a cura di Anna Ruchat
traduzione di Annalisa Nelson e Maria Chiara Susini
Finis Terrae 2024, 144 pp., € 15

Massimo Palma

Massimo Palma

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e i saggi "Foto di gruppo con servo e signore", e "I tuoi occhi come pietre. Trauma e memoria in W.G. Sebald, Paul Celan, Charlotte Salomon" (Castelvecchi 2017 e 2020). Ha tradotto e curato opere di Max Weber ("Economia e società", Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin ("Senza scopo finale"; "Esperienza e povertà", Castelvecchi 2017 e 2018), Georges Bataille ("Piccole ricapitolazioni comiche", Aragno 2015), e Georg Heym ("Umbra vitae", Castelvecchi 2020). Come narratore ha pubblicato "Berlino Zoo Station" (Cooper 2012), "Happy Diaz" (Arcana 2015, Castelvecchi 2021), "Nico e le maree" (Castelvecchi 2019). "Movimento e stasi" (Industria & Letteratura 2021) è il suo primo libro di poesia.

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