‘La conta’ in tre movimenti

20.11.2025

I movimento

È riversa sul fianco, la statua della libertà. Avvolta in un sudario rigido, soccombe larvale sotto il ginocchio di un poliziotto. O forse le ginocchia sono due. A guardar meglio, il poliziotto sembra inginocchiato sulla statua, nell’incavo del collo. È questa l’immagine che apre La conta di Massimo Palma: un disegno, a opera di Giuditta Chiaraluce, dalla linea rapida, un riquadro rosso. La grana del tratto sembra quella dei pastelli a cera che usano i bambini. Anche La conta si lega a una qualche infanzia, a qualcosa che tutti conosciamo: qualcuno incomincia una filastrocca, indica uno per uno i partecipanti, poi rallenta sul finale, scandisce le sillabe, addita il sorteggiato –– e-sci-fuo-ri-pro-prio-tu. La conta inscena un gioco violento, dove a “uscire” è chi non ha valore, eppure conta nel gioco del capitale. A uscire dal gioco è George Floyd.

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Punto 5 dei Prolegomeni sulla povertà di Toni Negri: nella nostra epoca, «l’esclusione è “dentro” la produzione del mondo»[1].

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A proposito di valore, Giorgio Agamben dice di aver capito leggendo le pagine di Yan Thomas, storico del diritto romano, come «la vita comparisse nel diritto solo attraverso la possibilità della morte violenta»[2]. Vitae necisque potestas: la formula dice il potere di vita o di morte che il pater familias possedeva su tutti coloro che erano soggetti alla sua autorità. Certo, la moglie, i figli e le figlie, gli schiavi, le schiave. Spesso le vite compaiono a causa della violenza che è impressa sui corpi; e così accade nei versi di Palma, nei quali la dinamica è resa esplicita, sul filo dell’ambiguità del verbo “contare”: «in silenzio l’assassino conta e ora non più / nelle sue parole l’ucciso pure e ora di più». L’ucciso conta di più proprio a causa del suo essere-ucciso.

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Shakespeare, La commedia degli errori. Lo schiavo Dromio dice: «se la pelle fosse pergamena e i colpi che mi hai dato inchiostro / la tua stessa scrittura ti direbbe cosa penso». A ricordarsi di questa battuta è Michel de Certeau nell’Invenzione del quotidiano: «Non vi è diritto che non si scriva sui corpi, che non abbia presa su di essi. […] Dalla nascita alla morte, il diritto si “appropria” dei corpi per farne il suo testo.»[3] Il corpo di sudditi e subalterni, di chi è assoggettato, compare nel momento in cui si imprime una forza su di esso, spesso nella forma della legge. In alcuni casi, la sua storia diventa tramandabile. Se, come ha scritto Benjamin ne Il narratore, ritradotto dallo stesso Palma, «c’è qualcosa che nel morente assume una forma tramandabile»[4], nel caso di una morta violenta la “tramandabilità” della storia di un soggetto risulta potenziata. Il paradosso è che quando muore un uomo infame, anche qualora acquisisca fama attraverso la narrazione altrui, come nel caso di Floyd, la sua vita resta annoverata tra quelle degli “uomini infami”. E tuttavia, chi narra queste vite si prende in carico la possibilità di farsi mediatore o mediatrice di una voce silenziata, nell’urgenza di restituire parola alle loro esistenze. È un ruolo infame.

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Il corpo stesso è definito da ciò che lo scrive, dunque chi non può scrivere se stesso, è fatto testo altrui. Chi non parla, è “parlato”. Due espressioni iconiche: prendere parola e dare voce. Chi non può prendere parola, a causa di un sistema di potere che oscura, resta invisibile, a meno che qualcuno non gli dia voce o cerchi di creare le condizioni per cui abbia accesso a una parola autonoma. Quando Gayatri Chakravorty Spivak arriva provocatoriamente ad affermare che «the subaltern cannot speak», riconosce al tempo stesso l’importanza che ha l’azione di “intercettare” la voce subalterna e farsene carico. È quello che sceglie di fare Palma nella Conta, osservando la vita di George Floyd nell’atto della sua comparsa, ovvero mentre esala anche quell’ultimo respiro che gli avrebbe consentito di prendere parola. Così Palma ripercorre «quei minuti di attesa che contati sono meno dei dollari che dicono ha finto di avere», poi quei ventiquattro minuti esatti «tra l’arresto e la morte». Quando la conta finisce, a uscire dal gioco è «un figlio di figli / di figli di schiavi». A uscire dal gioco è il capro espiatorio.

II movimento

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«La povertà è un capro espiatorio» scrive Anne Carson nella sua riflessione sulla povertà in forma di sestina remixata, che prende le mosse dai frammenti di Ipponatte. Carson parla del pharmakos, un rituale che consisteva nell’espulsione di un individuo dalla città per purificare la città stessa. «Teatro necessario di una buona coscienza comunitaria. Una parola che litiga con se stessa. Pharmakos è affine a pharmakon, che significa allo stesso tempo “veleno” e “medicina”, quindi logicamente un capro espiatorio è sia salvatore che fonte del problema, infezione e cura.» [5]

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Anche per Sylvia Plath la povertà è un capro espiatorio e i poveri, «vuoti di lamentele, sempre / bevendo aceto da tazze di latta: indossavano / l’insoffribile aureola del tirato a sorte / il capro espiatorio»[6]. Come nel testo di Carson, in questa poesia di Plath, dal titolo The Thin People, traspare l’idea che la condizione di povertà accolga su di sé i mali e le colpe di una comunità. Ma di quale povertà si tratta? Plath riprende ironicamente «i poveri saranno sempre con noi» del Vangelo di Marco (Mc, 14,7) per tratteggiare una turba di tipi esili (I tipi esili – così Giovanni Giudici aveva tradotto il titolo della poesia di Plath) che infesta i sogni di chi non conosce quella magrezza: «sono sempre con noi, questi tipi esili». Giudici usa l’aggettivo “esile” per tradurre l’inglese thin; in altre traduzioni si trova sottile». Thin deriva dal latino tenuis e, a sua volta, dal greco «ψιλός, che significa propriamente «privo, spoglio”», «privo di soffio». La schiera di poveri tratteggiata da Plath e avvolta in un «silenzio sottile» ha un talento: «to persevere / in Thinness»; sa perseverare in quella esilità che è anche, o forse anzitutto, nudità di parola. Povero è chi di parola è povero. La povertà di cui parlano Carson e Plath va oltre la condizione materiale, riguarda anche la possibilità di essere udibili e visibili. Quella thinness ne è la resa visiva. Una turba spettrale e muta infesta da sempre i sogni di chi ha voce. George Floyd appartiene a questa turba smagrita. Nonostante il suo essere di corporatura «enorme», la sua voce si disperde come la peluria del soffione disegnato da Giuditta Chiaraluce. Nel momento della morte la sua voce si fa canto. «Out of poverty, poetry; out of suffering, song» dice un proverbio messicano. Così nei versi di Palma:

[…] la terra
da sotto spinge la nuca nel gozzo
e lo tinge di bianco nessuno lo vede
ma la terra si innesta e cresce
nera questa terra che è tua che è fatta per te

la testa interrata che canta
di potere prendere fiato
e maledice

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Floyd è un capro espiatorio in quanto povero; è uno di quelli che durante il lockdown, ricorda Palma, «ha perso il lavoro». Ma ha in tasca del denaro, usa una banconota da 20 dollari, che a qualcuno sembra falsa, perché in genere si dubita di chi figura come povero in un certo immaginario sociale:

tutto comincia da un dubbio
se un pezzo di carta è vero o se è falso
nell’ordalia i dubbi non contano ma le ipotesi valgono
si afferma la numero due e siccome
ogni esercente vuole valuta pulita perché crede al valore e ha fede
che tra vero e falso la distanza rimane
almeno nei soldi
a dirimere la lite convoca la polizia
perché decidano loro

Per descrivere come appaiono, agli occhi della polizia, i segni che si sono impressi nella figura di Floyd durante il lockdown, Palma sceglie l’aggettivo «strano». Ma non è l’isolamento a definire questa stranezza; in isolamento ci siamo stati tutti. C’è una stranezza insita nella povertà, nella marginalità. Floyd ha impressi sul volto i segni della «selezione vittimaria»[7] di cui parla René Girard, gli stessi «tratti denotativi»[8] di cui parla Massimo Palma quando ripercorre le fotografie di Walter Benjamin degli anni Trenta, consegnato a un destino di esilio e povertà sebbene sempre immortalato in giacca e cravatta. I tratti vittimari descritti da Palma sono nell’occhio di chi guarda, in quelli delle forze dell’ordine, nel caso di George Floyd. Non è lui a comportarsi da vittima.

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Secondo la filosofa Adela Cortina, alla base di razzismo e xenofobia risiede un meccanismo di avversione e repulsione nei confronti dei poveri che ha radici biologiche. Tuttavia, se è vero che il nostro cervello è darwinianamente aporofobo, è altresì un organo «dotato di una certa plasticità»[9] e capace di mutare grazie all’educazione sociale che gli è impartita. Quando questa educazione manca, il povero diventa l’escluso. E i segni corporei di questa esclusione possono innescare una violenza, che assume i caratteri di una precisa ritualità, dai connotati sacrali. Così, davanti al capro espiatorio la poesia di Palma inscena l’ambigua genuflessione colta dal disegno di Chiaraluce in copertina:

l’uomo nella macchina appare strano diranno alterato
anche se dopo mesi in una stanza da soli sembriamo
tutti più strani e nessuno sa quanto pesa ciò che è stato ogni giorno

e la notte l’isolamento
è questa la stranezza il segnale per cui dire a un uomo che soffrirà
giustamente glielo scrivono sul corpo
un modo lo trovano

inginocchiarsi ecco il modo

III movimento

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In un articolo recente intitolato Lingua della classe morta e viva Palma ricorda, citando un saggio di Wendy Brown, che scrivere la storia degli oppressi significa «maneggiare i fantasmi»[10]. Nella Conta anche Palma maneggia fantasmi, scegliendo però di rendere problematico il suo stesso ruolo. Per dirla in termini antropologici, l’autore, il quale riveste il ruolo dell’osservatore, espone a chi legge la pluralità dello sguardo del testimone/spettatore. Nello specifico, chi scrive ha osservato più volte i video dell’uccisione di Floyd, circolati in rete subito dopo l’assassinio. Li riguardo anche io: quelli delle bodycam della polizia e quelli dei cellulari dei passanti, montati insieme. Immagini incrociate che trasformano oggi, mi pare, il senso di un verso di Celan: “Nessuno / testimonia per il / testimone”.

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Palma esplicita il movimento tra osservatore e osservato e, al tempo stesso, si interroga su «come parli lo spettro», entrando nelle pieghe di quel pugno di parole diventato manifesto: I can’t breath. Poco altro riesce a dire Floyd prima di morire perché – scrive Palma – «la lingua deve ancora in morte obbedire / restare ugualmente modesta / e comporre idiomi stranieri a quel peso che opprime / fingersi viva».

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A vestire i panni dell’osservato nei versi di Palma non è davvero George Floyd ma è un george floyd minuscolo, un george floyd qualunque, come sempre invisibile e, a un tempo, osservato speciale, proprio a causa della posizione sociale che ricopre ormai da diverse ere. Ragione sufficiente a fare del suo omicidio un fatto ovvio:

è ovvio ed è lunghissimo un omicidio in capo
non a una persona sola ma all’accumulo di ere diverse
ere che rendono una terra quella che è cioè divisa da una linea di colore
che fanno la legge divisa allo stesso modo

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Alice Ceresa, alla voce «ovvio» del Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile: «è insorta l’abitudine di ritenere ovvie due categorie di cose che purtroppo sono contrastanti: quelle che all’individuo risultano spontaneamente dalla sua posizione egocentrica nel mondo, e quelle che risultano condivise, perché condivisibili, da un vasto numero di egocentri sistemati in analoghe posizioni o condizioni che rendono certe longitudini, latitudini e relative naturalezze almeno topograficamente e situazionalmente uguali per questo maggior numero di punti di vista».[11]

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Prima di perdere la vita, quella sera, Floyd è uscito per compare le sigarette, il suo bene primario che lo aiuta a riprendere fiato:

le sue dita sanno di dovere fumare per forza
che inspirare serve a restare tranquillo perciò l’aria
è un bene primario

Lo ha scritto di recente Marielle Macé in un libricino intitolato Respirare: «La morte di George Floyd ci ha con tutta evidenza ricordato tale dimensione politico-razziale dell’aria»[12]. Lo aveva ricordato qualche anno fa Franco Bifo Berardi in saggio intitolato Respirare. Caos e poesia, che prendeva le mosse dalla morte, del tutto simile a quella di Floyd, di Eric Garner. Bifo propone una sorta di terapia poetica contro «il soffocamento che l’astrazione provoca nella storia dell’umanità» nonché una via d’uscita «dal cadavere del capitalismo». Lo fa richiamando Hölderlin il quale, a suo dire, aveva previsto «la difficoltà di respirazione cui la modernità era destinata. È un problema di misura, egli dice. Non c’è misura sulla terra, e la misura (il ritmo) sta solo nella proiezione del respiro, nella poesia»[13]. L’affermazione mi sembra interessante e, al tempo stesso, sembra istituire una distanza dalle condizioni materiali. Provo a ragionare sulla questione del ritmo, che affiora anche tra le righe de La conta, di nuovo in relazione al respiro. Il ritmo qui è anzitutto quello scandito dall’assassino, è quello preciso della conta. Mi vengono in mente le pagine di E.P. Thompson in Time, Work-Discipline and Industrial Capitalism: c’è un ritmo naturale e c’è un ritmo del lavoro naturale, sui quali però ha avuto la meglio un ritmo del lavoro industriale e capitalista, un ritmo dello sfruttamento che impone un ritmo all’altro. Così fa il poliziotto, Derek Chauvin: impone un ritmo a chi sembra non averne uno, a chi sembra non rispondere al ritmo del capitale, ovvero di «un mondo basato sul gioco del dare e avere»[14].

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«Ma qual è il ritmo della povertà?»: se lo domanda Anne Carson, sempre ragionando sui frammenti di Ipponatte, il quale «si inventò un metro poetico chiamato “giambo zoppo”, deliberatamente brutto nel ritmo». Interrogandosi sulla correlazione tra ritmo, «movimento e status economico» nota, rileggendo i Minima moralia di Adorno, che «il ceto medio “va a correre”». Rileva inoltre, muovendosi di pensiero in pensiero, che «i senzatetto siedono sul marciapiede, i mendicanti stanno abbastanza fermi. Se una persona visibilmente povera o un senzatetto corresse per strada, si penserebbe che abbia rubato qualcosa e che la polizia gli voglia sparare alle spalle». Ad ogni posizione sociale si attribuiscono ritmi e gesti precisi. Come trasformarli? Il ritmo della povertà è potenzialmente capace di sovvertire le logiche del capitale. La povertà si costituisce in potenza, come ha scritto Margherita Pascucci: «La forza di vita esplode proprio nelle “rotture” del piano; o, detto altrimenti, laddove la vita esplode in fratture, là, vi è una forza, talvolta violenta, ma affermativa»; questa «interruzione» del ritmo del capitale sarebbe la povertà[15].

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Qual è il ritmo della povertà? Resto con questa domanda. Penso alla morte per soffocamento di Floyd, alla conta di Palma. Penso all’apnea. Ci sono modi diversi di “restare senza fiato”. Ci sono bellezze che tolgono il fiato. Ci sono salite che levano il fiato. Floyd è rimasto senza fiato. La lingua è ambigua. Anche Massimo Palma sceglie di muoversi nel terreno dell’ambiguità, a partire dal titolo. Penso all’aggettivo «ambiguo», ai movimenti che compiamo intorno alle cose e alle cose che continuano a sfuggire intorno. Penso all’ambiguità dell’immagine di Giuditta Chiaraluce qui sotto. La osservo e dentro a quell’ambiguità resto:

Massimo Palma
La conta
a cura di Giorgiomaria Cornelio e Giuditta Chiaraluce
partiture visive di Giuditta Chiaraluce
Grafiche Fioroni, 2024

Il volume non è in vendita. Nella descrizione del progetto a cura delle Edizioni volatili si legge: «libri senza profitto, in tiratura limitata, consegnati agli autori e alle autrici, che ne gestiscono liberamente il transito (esoeditoria)»


[1] A. Negri, Kairòs, Alma Venus, Multitudo. Nove lezioni impartite a me stesso, Roma, manifetsolibri, 2000, p. 82.

[2] Y. Thomas, Il valore delle  cose, a cura di M. Spanò, con un saggio di G. Agamben, Macerata, Quodlibet, 2015.

[3] M. de Certeau, L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni del lavoro, 2001, pp. 204-5.

[4] W. Benjamin, Il narratore, citato in Id., Esperienza e povertà, trad. e cura di M. Palma, Roma, Castelvecchi, 2018, p. 18.

[5] A. Carson, Povertà Remix (Sestina), trad. di S. Sermini, in «Trasparenze», 8/22, 2022.

[6] [traduzione mia]

[7] R. Girard, Il capro espiatorio, Milano, Adelphi, 1987, p. 38.

[8] W. Benjamin, Esperienza e povertà, trad. e cura di M. Palma, Roma, Castelvecchi, 2018, p. 11.

[9] A. Cortina, Aporofobia. Il disprezzo per i poveri, timeo, 2023, cap. 86.

[10] https://www.leparoleelecose.it/?p=50898

[11] A. Ceresa, Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile, Milano, nottetempo, 2020, p. 77.

[12] M. Macé, Respirare, Roma, contrasto, 2023, p. 34.

[13] F. Bifo Berardi, Respirare. Caos e poesia, Roma, Luca Sossella editore, 2019, p. 18.

[14] A. Cortina, Aporofobia, cit., p. 113.

[15] M. Pascucci, La potenza della povertà. Marx legge Spinoza, prefazione di A. Negri, Verona, ombre corte, 2006, pp. 18-19.

Sara Sermini

Sara Sermini

vive tra Milano e Parigi. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano con un progetto intitolato “Dare voce. Poetiche e pratiche di povertà nell’Italia del secondo dopoguerra”. È stata Visiting doctoral researcher presso University College London e ora è Visiting research fellow presso l’Université Paris Nanterre. Ha dedicato una monografia alla figura e all’opera di Amelia Rosselli: “«E se paesani /zoppicanti sono questi versi». Povertà e follia nell’opera di Amelia Rosselli” (Olschki 2019). È autrice di una raccolta di poesie intitolata “Diritto all’oblio”, in parte pubblicata nel “Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos, 2021).

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