È uscito il numero 25 di «Segnature», rivista a-periodica («esce quando “è possibile”, o quando il numero è pronto») «divulgata a voce e distribuita a mano», a partire dal 2013 realizzata interamente, con minuziosa cura in ogni dettaglio, da una delle maggiori grafiche italiane: Paola Lenarduzzi (si può richiedere scrivendo a posta@studiopaola.it). Ogni numero è dedicato a un artista diverso, che collabora attivamente alla sua realizzazione. In questo caso la scelta è caduta su un classico vivente (e assai operante) come Giulio Paolini – magari pensando pure alla sua remota, ma non obliata, «vita anteriore» appunto di grafico. Sue immagini e suoi testi vengono ri-combinati liberamente, dall’artista e dalla curatrice, riproponendo un discorso sempre identico e sempre nuovo, qual è quello di Paolini sul senso dell’arte e della sua “messa in scena”. Per la cortesia dell’artista e della curatrice proponiamo un estratto dal fascicolo ai lettori di «Antinomie».
A.C.
Sipario
Ecco: è così che un semplice gesto apre un rituale capace di trasferirci da un mondo all’altro, di dimenticare il “qui e ora” per avvistare un altrove, un’altra dimensione senza pesi e misure.

Il punto di vista
A differenza dei diversi luoghi intesi come oggetto dello sguardo, il punto di vista è il soggetto della nostra visione. Quei luoghi non avremmo potuto osservarli, né avremmo potuto parlarne, senza esercitare il nostro punto di vista.
Ma abbiamo anche constatato, o per lo meno avanzato l’ipotesi che sia però il quadro ad osservarci, ad essere il soggetto, e noi, che lo guardiamo, il suo oggetto. Non resta allora che tentare un’onorevole, per quanto acrobatica, via d’uscita.
Il punto di vista deve saper rinunciare alla propria soggettività, alla propria autorità: l’incontro con l’opera d’arte non rientra nell’ordinaria amministrazione dell’esperienza, sovverte le convenzioni, apre sull’invisibile e – qui osservo il silenzio – sull’indicibile.

Un quadro
Un quadro ci appare di solito come un’immagine conclusa, autonoma, spesso evidenziata da una cornice che sottolinea i limiti materiali di una visione, di un’unità “separata” dall’ambiente dove comunque si trova.
L’immagine a volte sottende un tracciato prospettico che concorre a rendere verosimile la scena rappresentata, ma a separarla ancor più dallo spazio fisico circostante.
Un’altra prospettiva, questa volta mentale o simbolica ma pur sempre inerente al tema della rappresentazione, porta a supporre che in un quadro possano trasparire, coesistere altri quadri… Tutti i quadri di un autore (tutti i quadri della Storia dell’arte) ne fanno uno solo?
Il nostro sguardo è mobile, precario; quello del quadro – se volessimo attribuirgliene uno – è fisso, immobile, non si sposta e non si spegne.
Le opere ci guardano. Sono loro che guardano noi, e non viceversa. L’opera non parla ma vede, ci vede proprio nel momento in cui noi crediamo di vederla.
Guardare un quadro è come stare alla finestra: è questo che fa coincidere autore e spettatore in una sola figura, nella stessa persona: è questa soglia, vera e propria linea di frontiera, che ci consente di cogliere quel raggio di luce (l’immagine dell’opera) prima che si inoltri e vada a spegnersi nella stanza alle nostre spalle, tra le cose del mondo.

In copertina: Giulio Paolini, Sulla parete, 2024
