Prova generale

È uscito il numero 25 di «Segnature», rivista a-periodica («esce quando “è possibile”, o quando il numero è pronto») «divulgata a voce e distribuita a mano», a partire dal 2013 realizzata interamente, con minuziosa cura in ogni dettaglio, da una delle maggiori grafiche italiane: Paola Lenarduzzi (si può richiedere scrivendo a posta@studiopaola.it). Ogni numero è dedicato a un artista diverso, che collabora attivamente alla sua realizzazione. In questo caso la scelta è caduta su un classico vivente (e assai operante) come Giulio Paolini – magari pensando pure alla sua remota, ma non obliata, «vita anteriore» appunto di grafico. Sue immagini e suoi testi vengono ri-combinati liberamente, dall’artista e dalla curatrice, riproponendo un discorso sempre identico e sempre nuovo, qual è quello di Paolini sul senso dell’arte e della sua “messa in scena”. Per la cortesia dell’artista e della curatrice proponiamo un estratto dal fascicolo ai lettori di «Antinomie».

A.C.

Sipario

Ecco: è così che un semplice gesto apre un rituale capace di trasferirci da un mondo all’altro, di dimenticare il “qui e ora” per avvistare un altrove, un’altra dimensione senza pesi e misure.

Giulio Paolini, Sipario, 2024

Il punto di vista

A differenza dei diversi luoghi intesi come oggetto dello sguardo, il punto di vista è il soggetto della nostra visione. Quei luoghi non avremmo potuto osservarli, né avremmo potuto parlarne, senza esercitare il nostro punto di vista.

Ma abbiamo anche constatato, o per lo meno avanzato l’ipotesi che sia però il quadro ad osservarci, ad essere il soggetto, e noi, che lo guardiamo, il suo oggetto. Non resta allora che tentare un’onorevole, per quanto acrobatica, via d’uscita.

Il punto di vista deve saper rinunciare alla propria soggettività, alla propria autorità: l’incontro con l’opera d’arte non rientra nell’ordinaria amministrazione dell’esperienza, sovverte le convenzioni, apre sull’invisibile e – qui osservo il silenzio – sull’indicibile.

Giulio Paolini, Il punto di vista, 2024

Un quadro

Un quadro ci appare di solito come un’immagine conclusa, autonoma, spesso evidenziata da una cornice che sottolinea i limiti materiali di una visione, di un’unità “separata” dall’ambiente dove comunque si trova.

L’immagine a volte sottende un tracciato prospettico che concorre a rendere verosimile la scena rappresentata, ma a separarla ancor più dallo spazio fisico circostante.

Un’altra prospettiva, questa volta mentale o simbolica ma pur sempre inerente al tema della rappresentazione, porta a supporre che in un quadro possano trasparire, coesistere altri quadri… Tutti i quadri di un autore (tutti i quadri della Storia dell’arte) ne fanno uno solo?

Il nostro sguardo è mobile, precario; quello del quadro – se volessimo attribuirgliene uno – è fisso, immobile, non si sposta e non si spegne.

Le opere ci guardano. Sono loro che guardano noi, e non viceversa. L’opera non parla ma vede, ci vede proprio nel momento in cui noi crediamo di vederla.

Guardare un quadro è come stare alla finestra: è questo che fa coincidere autore e spettatore in una sola figura, nella stessa persona: è questa soglia, vera e propria linea di frontiera, che ci consente di cogliere quel raggio di luce (l’immagine dell’opera) prima che si inoltri e vada a spegnersi nella stanza alle nostre spalle, tra le cose del mondo.

Giulio Paolini, Un quadro, 2024

Giulio Paolini

nato il 5 novembre 1940 a Genova, risiede a Torino. Dalla sua prima partecipazione a una mostra collettiva nel 1961 e dalla sua prima personale nel 1964 ha esposto in gallerie e musei di tutto il mondo. Le principali retrospettive si sono tenute allo Stedelijk Museum, Amsterdam (1980), al Nouveau Musée, Villeurbanne (1984), alla Staatsgalerie Stuttgart, Stoccarda (1986), alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma (1988), alla Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum, Graz (1998) e alla Fondazione Prada, Milano (2003). Tra le antologiche più recenti si ricordano quelle alla Whitechapel Gallery, Londra (2014), alla Fondazione Carriero, Milano (2018) e al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino (2020). Ha partecipato a svariate rassegne di Arte povera ed è stato invitato più volte alla Documenta di Kassel (1972, 1977, 1982, 1992) e alla Biennale di Venezia (1970, 1976, 1978, 1980, 1984, 1986, 1993, 1995, 1997, 2013). Nel 2022 è stato insignito del Premio Imperiale per la Pittura, il più importante riconoscimento in campo artistico. Il suo lavoro è presente in rinomate collezioni pubbliche e private sia nazionali sia internazionali. Fin dall’inizio Paolini ha accompagnato la sua ricerca artistica con riflessioni raccolte in libri curati in prima persona: da “Idem”, con un’introduzione di Italo Calvino (Einaudi 1975, Electa 2023), a “Quattro passi. Nel museo senza muse” (Einaudi 2006) e “L’autore che credeva di esistere” (Johan & Levi 2012). Ha realizzato anche scene e costumi per spettacoli teatrali, tra cui si distinguono i progetti ideati con Carlo Quartucci negli anni Ottanta e le scenografie per due opere di Richard Wagner per la regia di Federico Tiezzi (2005, 2007).

Paola Lenarduzzi

è graphic designer. Cura la rivista “Segnature”, divulgata a voce e distribuita a mano. È tra i fondatori e art director di “doppiozero”. Progetta i libri per la casa editrice Johan and Levi e per il Museo della Fondazione Rovati. Collabora con Collezione Maramotti, Quodlibet e Corraini. Il suo studio è studiopaola con sede a Milano.

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