Dopo Discomparse di Gian Maria Annovi, Eredità ed Estinzione di Giovanna Frene, Paradiso di Stefano Dal Bianco e Vivi al mondo di Daniela Attanasio, Natura di Roberto Cescon (prefazione di Maurizio Cucchi, Stampa 2009 2023, 101 pp., € 14) è l’ultimo finalista della seconda edizione del Premio Strega Poesia che, in vista della premiazione a Roma il prossimo 9 ottobre, al Tempio di Venere al Colosseo, presentiamo ai lettori di «Antinomie» con testi che abbiamo chiesto agli autori di “espandere” con immagini di loro elezione; in questo caso Cescon ha scelto l’opera Ha futura memoria di Matteo Atruia, che ringraziamo insieme all’autore.
Come nel libro di Daniela Attanasio, nella «natura» di Cescon c’è la capacità di alternare l’afflato tradizionalmente lirico a un “tu” esistenzialmente identificabile (anche se non necessariamente sempre lo stesso) alla riflessione metapoetica che ancora una volta, più che concettualizzata, dall’autore viene calata, per così dire, in corpore vili (come nella riflessione, tutta invescata nel quotidiano come in un qualche apologo di Giovanni Giudici, che ha per titolo La poesia dov’è?: che si conclude col dubbio, persino ontologico, se al di là della “stanza” verbale così allestita sia anche solo ipotizzabile una “realtà” che da essa prescinda). Sottesa all’impianto lirico c’è una concezione tendenzialmente panpsichista del mondo; ma a differenza che nel Paradiso trans-umano di Stefano Dal Bianco permane una riserva appunto ontologica, quasi à la vescovo Berkeley: se «esse est percipi», siamo sicuri «che quel prato sia fuori dalla mente / del cervo?». Quasi ironico, allora, un titolo come Natura: almeno se della «natura» conserviamo una concezione dualistica, rigorosamente scissa fra soggetto e oggetto.
Ma il giro di vite del libro è nella parte in prosa che, ancora una volta come nell’opera di Attanasio, lo impernia e lo orienta: le sezioni centrali, «Etimo», «Potere di parola» e «Segni, prima», svolgono in lingua poetica considerazioni di schietta matrice saggistica, nello specifico antropologica, sull’origine del linguaggio in epoca preistorica: quando, a dire dei paleontologi (si pensi al fondativo Il gesto e la parola di André Leroi-Gourhan), il segno verbale e quello iconico coincidono e «gli stessi segni, già nelle cose, sono storie uscite dalla mente che vede con le mani». Così anche quella di Natura si rivela essere, propriamente, una riflessione sul significato della poesia: su cosa sia «materia», se è «materia» la «soglia del mondo immaginato».
Andrea Cortellessa
Da quale parte il canto di due uccelli
lassù, chissà se due, indistinguibili
per me che non so distinguerli
tra i rami radi prima della primavera
e quei suoni nei miei passi
che seguono un futuro che proviene
da altri passi, in un tempo
come ora che mi tocca e non si muove
e l’improvviso frusciare delle foglie
per una biscia o altro che non indovino
come quest’odore nella voce
affiorano i pensieri
non così diversi da quei rami
o dai cinghiali nel bosco
invisibili e presenti
così è scritto all’imbocco del sentiero
e la mia lingua viene da lì
e lì finisce, mai del tutto
in un flusso antichissimo che dai muscoli
proviene e ci fa stare
in questi corpi, nei possibili futuri.
*
Un inganno, non pensarlo
è più forte di te, che la mente
non sia fuori, tra i viventi.
Questo bosco, per esempio: sei sicuro
che quel prato sia fuori dalla mente
del cervo? O la mente di quel cervo
non sia anche dentro l’erba?
E la terra, che ora ti commuove
è davvero sotto i piedi? È solo terra
per la talpa che sta entrando
in quella bica? Per i tuoi batteri, anche tu
sei come quella bica. Sei l’acacia
sei il suo sguardo, è il tuo respiro
sarà il tuo gesto, in un flusso
che interessa anche il resto dei viventi
da millenni, è di nessuno, è ovunque.
*
La poesia dov’è
D’improvviso mi ha chiamato per sentire
la mia voce farsi avanti nello schermo
che ogni volta non so cosa mi aspetta
in questo spiccare bianco sempre prossimo a venire.
Ero proteso tutto in quel silenzio
finché la monetina di un messaggio
mi ha ricordato Pietro, la terapia di oggi,
e la ruspa dalla strada e le voci di operai
sono entrate nel silenzio della mia.
Allora sono uscito dalla stanza
per la lavatrice e prima un sorso d’acqua.
Mentre stendevo, è venuto il verbo
per il primo verso, che ho scritto di ritorno.
Poi lo sguardo si è posato sulla libreria,
un altro libro mi ha chiamato, di un amico, le poesie,
un brindisi a un comune altrove
con gli amici che non ci sono più.
L’ho sfogliato lasciando ancora entrare
la sua voce che conosco e ho pensato di cambiare
un connettivo, giusto per il limite di undici,
chissà perché poi la paura di varcare
quelle colonne d’Ercole, cosa mai potrà succedere?
Ho pensato ai miei amici lontani
e all’ultima volta, tutti insieme a cena
con le vite distanti e lo stare bene
nel ricordo della prossima.
Ho cancellato due versi, nessuno li vedrà
e tra poco anch’io li scorderò
o forse torneranno a ruminare
finché non troverò il modo di trovarli.
Per quanto sono state mie quelle parole?
E in quale gesto torneranno?
Adesso dovrei mettermi un maglione,
fa più freddo ma il mio corpo
è come non volesse rassegnarsi
al finire dell’estate. Resisto
davanti allo schermo, un altro verso,
una frase girata, la sposto giù
e dal forno mi arriva il profumo del plumcake
e l’avviso di una mail. Resisto ancora
anche se all’inizio, giuro, volevo fare altro,
è da ieri che devo far la spesa,
ma la mente ora chiede un corpo,
si protende con le dita al tuo silenzio
e ti chiama mentre accadono cose,
ma davvero accadono fuori?
*
Mani, impresse nella grotta, di uomini, donne, bambini, rosse, ocra, a Maltravieso, Cosquer, Leang Tempuseng, Rouffignac, Gargas, perché? Sono qui, sono stato, questa roccia è mia, con questa mano sento il mondo. Un toccare ripetuto, rituale, presente, o che altro? Nelle rocce fese, protruse, la mente vede tori, cervi, leoni, bisonti: la materia è la soglia del mondo immaginato.
*
A La Pasiega, sessantaquattromila anni fa, prima del Sapiens in Europa: sequenze di punti, clave, rettangoli, esagoni, segmenti, triangoli, tetti. Blombos, Sudafrica: sequenze di rombi. Anche a Diepkloof, sequenze. Ovunque, nel mondo, gli stessi segni, già nelle cose, sono storie uscite dalla mente che vede con le mani. Noi guardiamo indietro il loro guardare avanti lo stesso tempo.
*
Chauvet, linee rosse e nere, mostrano tre leoni, sovrapposti: sembrano muoversi, come la sintassi. I leoni visti, e usciti dalla mente come linee nella pietra. Per renderli presenti, o dire la caccia, la forza, una storia?
Grotta dei Cervi a Porto Badisco, spirali di braccia in movimento, mani, uomini parlanti, forse con cappello, messi a croce con guano di pipistrello, impastato con acqua e altro, e quando il tuo sguardo entra nella forme in movimento s’innesca il linguaggio, risuonano.
*
Tutto si muove, la tua voce, e i batteri
nel tuo corpo, e la terra sotto i piedi
e il genoma da un tempo antichissimo
disegna la memoria delle specie
eppure la materia quando nasci
viene prima di chi ti ha generato,
da altri luoghi, e da prima della vita
in un tempo che si perde
ma è qui, e ti fa vivere, è solo tua
e durerà più della tua morte
magari muterà
il futuro delle placche, e dei pianeti
in un luogo che ancora non esiste
eppure, se possibile, già c’è.
In copertina: Matteo Atruia, Ha futura memoria (Collezione Cuoio Pietro Presot, Porcia). Foto di Giovanni De Roia
