Occhio, linea, matrice. 12 versioni da Celan

La traccia di una visione occlusa è tema onnipresente in Paul Celan. Il motivo, inizialmente amoroso e anche erotico, degli occhi, dell’intreccio di sguardi provocatori, vietati, persino violenti, assume subito, già nella raccolta di Papavero e memoria (1948), una carica metaforica della ferita esistenziale, del trauma storico generato dalla persecuzione. Gli occhi si fanno ‘di mandorla’, memoria amara, poi, da Di soglia in soglia (1955) a La rosa di nessuno (1963), passando per Grata di parole (1959), si ripetono ossessivi nella lingua poetica, sono segnati da scie, macchie, linee divisorie. Fino alla pietra-occhio del Celan più estremo, in un componimento del lascito tardo, dove è la roccia nella sua lenta metamorfosi a rivelare una struttura oculare nella superficie dello gneiss occhiadino, e la pietra va a coincidere con la libertà (piegando al ‘caso serio’ un’antica cantilena infantile nel verso zu einerlei steinerlei).

Presento qui dodici poesie in traduzione, dodici saggi di materia oculare e minerale, composti in venti anni di scrittura. Dodici variazioni sul non vedere più, sul vedere ancora troppo.

[Ringrazio Camilla Miglio e Anna Ruchat per il colloquio aperto e i loro preziosi suggerimenti]

Erinnerung an Frankreich

Du denk mit mir: der Himmel von Paris, die große Herbstzeitlose . . .
Wir kauften Herzen bei den Blumenmädchen:
sie waren blau und blühten auf im Wasser.
Es fing zu regnen an in unserer Stube,
und unser Nachbar kam, Monsieur Le Songe, ein hager Männlein.
Wir spielten Karten, ich verlor die Augensterne;
du liehst dein Haar mir, ich verlors, er schlug uns nieder.
Er trat zur Tür hinaus, der Regen folgt’ ihm.
Wir waren tot und konnten atmen.

Ricordare la Francia

Tu, pensa con me: il cielo a Parigi, il colchico grande…
Comprammo cuori alle fioraie:
erano blu e sbocciavano in acqua.
Cominciò a piovere in camera,
e venne il vicino, Monsieur Le Songe, un omino scarno.
Giocammo a carte, ho perso le pupille;
mi hai prestato i capelli, li ho persi, ci ha gettati a terra.
Uscì dalla porta, la pioggia lo seguì.
Eravamo morti e riuscivamo a respirare.

[Erinnerung an Frankreich (1947?), da Mohn und Gedächtnis, 1952, ora in Die Gedichte. Neue kommentierte Gesamtausgabe, a cura di Barbara Wiedemann, Suhrkamp, Berlin 2018, pp. 40-41; da Papavero e memoria]

*

Lob der Ferne

Im Quell deiner Augen
leben die Garne der Fischer der Irrsee.
Im Quell deiner Augen
hält das Meer sein Versprechen.

Hier werf ich,
ein Herz, das geweilt unter Menschen,
die Kleider von mir und den Glanz eines Schwures:

Schwärzer im Schwarz, bin ich nackter.
Abtrünnig erst bin ich treu.
Ich bin du, wenn ich ich bin.

Im Quell deiner Augen
treib ich und träume von Raub.

Ein Garn fing ein Garn ein:
wir scheiden umschlungen.

Im Quell deiner Augen
erwürgt ein Gehenkter den Strang.

Elogio della lontananza

Alla fonte dei tuoi occhi
vivono le reti da pesca del mare dei folli.
Alla fonte dei tuoi occhi
il mare mantiene la promessa.

Qui getto
un cuore rimasto tra gli umani
gli abiti miei e la luce di un giuramento.

Più nero a nero, sono più nudo.
Solo rinnegando sono fedele.
Sono te, quando sono me.

Alla fonte dei tuoi occhi
vago e sogno rapimenti.

Una rete ha pescato una rete:
ci separiamo abbracciati.

Alla fonte dei tuoi occhi
un impiccato strozza la corda.

[Lob der Ferne (1948?), da Mohn und Gedächtnis, 1952, ora in Gedichte, p. 43; da Papavero e memoria]

*

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

Corona

L’autunno mi mangia la foglia dalla mano: siamo amici.
Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:
il tempo torna al guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca dice il vero.

Il mio occhio scende alla matrice dell’amata:
ci guardiamo,
ci diciamo l’oscuro,
ci amiamo come papavero e memoria,
dormiamo come vino in conchiglia,
come il mare nel raggio di sangue della luna.

Noi stiamo abbracciati alla finestra, loro ci vedono dalla strada:
è tempo che si sappia.
È tempo che la pietra si degni di fiorire,
che l’ansia agiti un cuore.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

[Corona (1948?), da Mohn und Gedächtnis, 1952, ora in Gedichte, p. 45; da Papavero e memoria]

*

Wer sein Herz aus der Brust reißt zur Nacht, der langt nach der Rose.
Sein ist ihr Blatt und ihr Dorn,
ihm legt sie das Licht auf den Teller,
ihm füllt sie die Gläser mit Hauch,
ihm rauschen die Schatten der Liebe.

Wer sein Herz aus der Brust reißt zur Nacht und schleudert es hoch:
der trifft nicht fehl,
der steinigt den Stein,
dem läutet das Blut aus der Uhr,
dem schlägt seine Stunde die Zeit aus der Hand:
er darf spielen mit schöneren Bällen
und reden von dir und von mir.

Chi di notte cava il cuore dal petto afferra la rosa.
È sua la foglia sua la spina,
gli mette sul piatto la luce,
gli riempie i bicchieri di odore
gli mormorano le ombre di amore.

Chi di notte cava il cuore dal petto e lo lancia in alto
non manca il colpo,
lapida la pietra,
gli squilla il sangue dall’orologio
e il tempo gli strappa di mano la sua ora:
può giocare con sfere più belle
e parlare di te e di me

[Wer sein Herz (1948-49?), da Mohn und Gedächtnis, 1952, ora in Gedichte, p. 50; da Papavero e memoria]

*

Zähle die Mandeln,
zähle, was bitter war und dich wachhielt,
zähl mich dazu:

Ich suchte dein Aug, als du’s aufschlugst und niemand dich ansah,
ich spann jenen heimlichen Faden,
an dem der Tau, den du dachtest,
hinunterglitt zu den Krügen,
die ein Spruch, der zu niemandes Herz fand, behütet.

Dort erst tratest du ganz in den Namen, der dein ist,
schrittest du sicheren Fußes zu dir,
schwangen die Hämmer frei im Glockenstuhl deines Schweigens,
stieß das Erlauschte zu dir,
legte das Tote den Arm auch um dich,
und ihr ginget selbdritt durch den Abend.

Mache mich bitter.
Zähle mich zu den Mandeln.

Conta le mandorle,
conta ciò che era amaro e ti teneva sveglia,
conta anche me:

io ti cercavo l’occhio, quando l’hai sbarrato e nessuno ti guardava,
tessevo quel filo nascosto
da dove la rugiada che hai pensato
colava nei vasi,
li custodisce un detto mai giunto al cuore di nessuno.

Solo lì sei entrata del tutto nel nome che è tuo,
hai mosso passi certi verso te,
e i martelli vibravano liberi nella cella del tuo silenzio,
se ciò che hai udito ora ti scorta,
ciò che è morto ha preso anche te sottobraccio,
e andavate una e tre nella sera.

Fammi amaro.
Conta anche me tra le mandorle.

[Zähle die Mandeln, da Mohn und Gedächtnis, 1952, ora in Gedichte, p. 59; Da Papavero e memoria]

*

Zwiegestalt

Laß dein Aug in der Kammer sein eine Kerze,
den Blick einen Docht,
laß mich blind genug sein,
ihn zu entzünden.

Nein.
Laß anderes sein.

Tritt vor dein Haus,
schirr deinen scheckigen Traum an,
laß seine Hufe reden
zum Schnee, den du fortbliest
vom First meiner Seele.

Figura doppia

Fallo essere un cero, il tuo occhio nella stanza,
lo sguardo uno stoppino,
fammi cieco abbastanza
da prendere fuoco.

No.
Fai che sia altro.

Esci di casa,
aggioga il tuo sogno a chiazze,
fai che i suoi zoccoli parlino
alla neve che tu continui a soffiare
dal tetto della mia anima.

[Zwiegestalt (1953-54), da Von Schwelle zu Schwelle, 1955, ora in Gedichte, p. 71; da Di soglia in soglia, 1955]

*

Fernen

Aug in Aug, in der Kühle,
laß uns auch solches beginnen:
gemeinsam
laß uns atmen den Schleier,
der uns voreinander verbirgt,
wenn der Abend sich anschickt zu messen,
wie weit es noch ist
von jeder Gestalt, die er annimmt,
zu jeder Gestalt,
die er uns beiden geliehen.

Lontananze

Occhio nell’occhio, al fresco,
lasciaci iniziare ancora questo:
insieme
lasciaci respirare il velo
che ci nasconde l’uno all’altra,
quando la sera viene e misura
qual è la distanza
tra ogni figura che accoglie in lei
e ogni figura
che dà in prestito a noi due.

[Fernen (1954), daVon Schwelle zu Schwelle, 1955, ora in Gedichte, pp. 71-72; da Di soglia in soglia]

*

Andenken

Feigengenährt sei dein Herz,
darin sich die Stunde besinnt
auf das Mandelauge des Toten.
Feigengenährt.

Schroff, im Anhauch des Meers,
die gescheiterte
Stirne,
die Klippenschwester.

Und um dein Weißhaar vermehrt
das Vlies
der sömmernden Wolke.

Ricordo

Si nutra di fichi il cuore
in cui l’ora ritorna
all’occhio a mandorla del morto.
Si nutra di fichi.

Sgraziata, nelle folate del mare,
alla deriva
la fronte,
sorella degli scogli.

E attorno ai tuoi capelli bianchi aumenta
il vello
della nuvola che fa estate.

[Andenken (1954), da Von Schwelle zu Schwelle, 1955, in Gedichte, p. 83; da Di soglia in soglia]

*

Schliere

Schliere im Aug:
von den Blicken auf halbem
Weg erschautes Verloren.
Wirklichgesponnenes Niemals,
wiedergekehrt.

Wege, halb – und die längsten.

Seelenbeschrittene Fäden,
Glasspur,
rückwärtsgerollt
und nun
vom Augen-Du auf dem steten
Stern über dir
weiß überschleiert.

Schliere im Aug:
daß bewahrt sei
ein durchs Dunkel getragenes Zeichen,
vom Sand (oder Eis?) einer fremden
Zeit für ein fremderes Immer
belebt und als stumm
vibrierender Mitlaut gestimmt.

Stria

Stria nell’occhio:
ciò che è perduto viene visto a metà strada
dagli sguardi.
Il mai è stato tramato davvero,
è tornato.

Strade, a metà – e le più lunghe.

Fili calpestati da anime,
traccia di vetro,
giràti all’indietro
e ora
annebbiati bianchi
da un tu fatto di occhi sulla stella
fissa sopra di te.

Stria nell’occhio:
che si conservi
un segno tradotto nel buio,
riacceso dalla sabbia (o dal ghiaccio?) di un tempo
estraneo per un eterno più estraneo
e si accordi come consonante
muta che vibra.

[Schliere (1955-1957), da Sprachgitter, 1959, ora in Gedichte, p. 100; da Grata di parole]

*

Blume

Der Stein.
Der Stein in der Luft, dem ich folgte.
Dein Aug, so blind wie der Stein.

Wir waren
Hände,
wir schöpften die Finsternis leer, wir fanden
das Wort, das den Sommer heraufkam:
Blume.

Blume – ein Blindenwort.
Dein Aug und mein Aug:
sie sorgen
für Wasser.

Wachstum.
Herzwand um Herzwand
blättert hinzu.

Ein Wort noch, wie dies, und die Hämmer
schwingen im Freien.

Fiore

La pietra.
La pietra nell’aria che ho seguito.
Il tuo occhio, come pietra cieco.

Eravamo
mani,
tuffate a vuotare tenebre, trovammo
la parola che risaliva l’estate:
fiore.

Fiore – una parola per ciechi.
Il tuo occhio, il mio occhio:
provvedono
all’acqua.

Crescita.
Attorno al cuore attorno
si aggiungono foglie.

Ancora una parola come questa, e i martelli
vibrano liberi.

[Blume (1957), da Sprachgitter, 1959, ora in Gedichte, p. 102; da Grata di parole]

*

DAS WORT VOM ZUR-TIEFE-GEHN,
das wir gelesen haben.
Die Jahre, die Worte seither.
Wir sind es noch immer.

Weißt du, der Raum ist unendlich,
weißt du, du brauchst nicht zu fliegen,
weißt du, was sich in dein Aug schrieb,
vertieft uns die Tiefe.

LA PAROLA ANDARE-A-FONDO
che leggemmo assieme.
Gli anni, le parole da allora.
Lo siamo ancora.

Lo sai, lo spazio è infinito,
lo sai, non devi mica volare,
lo sai, ciò che si è iscritto nel tuo occhio
ci affonda il fondo
.

[Das Wort vom Zur-Tiefe-Gehn (1959), da Die Niemandsrose, 1963, ora in Gedichte, p. 129; da La rosa di nessuno]

*

AUGENGNEISE, umwandelt
von Fiebern,

gehorsam
sammeln sich un-
bändig die Isothermen,

Isoglossen zerfallen
zu einerlei, steinerlei
Freiheit.

GNEISS OCCHIADINI, mutati
dalle temperature,

obbedienti
si aggregano in-
governabili le isoterme,

si disgregano le isoglosse
in una libertà
indifferente, di pietra.

[Augengneise (1968), dal lascito di Schneepart, in Gedichte, p. 522]

In copertina: Nicola Samorì, Lucia, 2020, marmo bianco di Carrara e onice, 48,2 x 23,5 x 26,2 cm (particolare)

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e i saggi "Foto di gruppo con servo e signore", e "I tuoi occhi come pietre. Trauma e memoria in W.G. Sebald, Paul Celan, Charlotte Salomon (Castelvecchi 2017 e 2020). Ha tradotto e curato opere di Max Weber ("Economia e società", Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin ("Senza scopo finale"; "Esperienza e povertà", Castelvecchi 2017 e 2018), Georges Bataille ("Piccole ricapitolazioni comiche", Aragno 2015), e Georg Heym ("Umbra vitae", Castelvecchi 2020). Ha pubblicato inoltre "Berlino Zoo Station" (Cooper 2012), guida eccentrica alla città di Berlino, "Happy Diaz" (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Il suo ultimo libro è "Nico e le maree", biografia fantastica dell'artista tedesca (Castelvecchi 2019).