Il capolavoro di Antonio Canova, Amore e Psiche, restituisce forma ed essenzialità alla favola mitica narrata da Apuleio nelle Metamorfosi (libri IV-VI). Una vicenda densa di riferimenti simbolici e metaforici, in cui si intrecciano fittamente gelosia, invidia, potere materno, desiderio ardente di conoscere il segreto dell’altro, ma anche prove e fatiche, maturazione di consapevolezze nell’esperienza di un amore scoccato in maniera imprevista, perduto e infine tornato a nuova vita, la vita matura di una relazione amorosa che conosce il proprio limite. Di questa favola non voglio qui narrare e commentare la storia, su cui altri si sono concentrati, piuttosto osservare con attenzione la scultura di Canova che la rappresenta e la interpreta magistralmente, alla ricerca di qualcosa – un non-so-che, un quasi-niente – che riporta la relazione amorosa al suo centro di gravità, all’elemento cruciale dell’esperienza del desiderio e dell’amore.

I corpi degli amanti sono colti nell’istante felice del loro ri-trovamento, il ritorno alla vita di Psiche dopo la lunga parabola drammatica, richiamando lo spettatore al momento in cui le traiettorie degli sguardi si intersecano nell’allineamento verticale di una perfetta coincidenza, che è anche allineamento di destini e di desideri. Gli occhi di Psiche si riaprono alla vita ritrovando il volto amato – desiderato e perduto, perduto per troppo desiderio – di Eros, e le sue braccia si fanno spontaneamente concave nell’accoglienza della sua presenza tangibile e finalmente visibile. Sembra quasi che Canova volesse ricondurre tutta l’intensità amorosa a quell’intesa di sguardi al centro della scena, esaltata dalla rotondità di un abbraccio fluido che la incornicia e la pone in risalto. È questo anche l’attimo che precede il contatto delle labbra, un bacio bramato che tuttavia è colto nella sospensione del desiderio, nella tensione tra bocche in procinto di tangersi e di unirsi dopo la lunga separazione: «un ad-tendersi reciproco in cui si custodisce la stessa distanza» (M. Cacciari, Metafisica concreta, Adelphi, 2023, p. 379).

La distanza tra gli occhi e le labbra dei due amanti parla del desiderio, è il desiderio colto nella sua essenza e indicato come qualcosa che non trova soluzione dell’incontro fisico, ma si mantiene tra gli occhi, le bocche, i corpi anche quando l’amato e l’amata sono vicini, prossimi, in con-tatto. Il centro della scena è dunque consacrato a questo desiderio che muove verso l’altro, senza che la vicinanza dell’altro possa estinguerlo, una nostalgia non mossa dall’assenza dell’amato ma dalla sua presenza, una nostalgia dell’altro che pure è lì, di fronte, nelle proprie mani ma inafferrabile. Nostalgia dell’infinitamente vicino che tuttavia resta intangibile e inconoscibile, dislocato rispetto alla pretesa di sapere il suo segreto, di decriptare il suo enigma.
Già la favola di Apuleio aveva indugiato su questo aspetto: per una strana e apparentemente crudele legge, Psiche non doveva “vedere” il volto di Eros, pur unendosi a lui carnalmente ogni notte, e proprio la pretesa di Psiche di “sapere” il segreto dell’altro aveva avviato le disgrazie di quest’amore, conducendo al distacco tragico degli amanti e infine alla morte di Psiche. Solo dopo che questa hybris amorosa è stata riconosciuta ed elaborata, solo dopo la messa in scena di un ravvedimento che emancipa Psiche da questa pretesa, la riconciliazione ha potuto prevalere fino al ritrovamento e al ri-conoscimento degli amanti. Si tratta di un elemento cruciale sia nel mito che nella statua di Canova, che infatti indugia proprio su questo ri-trovamento che tuttavia non abolisce più la distanza, ma la conserva come elemento fondamentale e prezioso della relazione.
Questo aspetto è segnalato anche dal particolare abbraccio che avvolge i corpi dei due amanti, un abbraccio che non cinge l’altro per possederlo, ma rimane fluente, morbido, anch’esso sospeso e trattenuto dalla presa del corpo dell’altro: le braccia degli amanti non sono tentacoli che avvolgono e stringono, ma scivolano delicatamente lungo il profilo del corpo dell’altro, lo tangono e lo accarezzano senza volerlo afferrare. Un abbraccio che assomiglia ad una morbida annodatura che, nel momento stesso in cui si stringe, resta sempre sul punto di sciogliersi, un legame che è anche sempre uno s-legame e che rinvia di nuovo all’ossimoro di una vicinanza/lontananza, «la prossimità che è quella dell’inafferrabile» (J.-L. Chrètien, La ferita della bellezza, Marietti, 2010).
Se adesso ci poniamo davanti alla statua guardandola frontalmente, possiamo notare che la diramazione verso l’alto delle ali di Eros, la sua gamba destra appoggiata a terra (prolungamento verso il basso dell’ala sinistra) e il morbido corpo di Psiche disteso verso destra fanno intuire la forma irregolare di una X, simbolo alfabetico che nasce da due linee che si incrociano in un solo punto, lasciando le estremità libere di muoversi e divaricarsi. Una strana armonia dei corpi e delle vite che non si sovrappongono ma si incontrano nel luogo miracoloso (che la forma delle braccia di Psiche cinge e indica) di una non-coincidenza, un accordo che consente la distensione degli amanti in un altrove libero dall’altro e dalla sua presenza avvolgente.

La X, nell’alfabeto algebrico, è il segno di un’incognita, un valore numerico sconosciuto all’interno di un’equazione e di un problema, che nessuno conosce preliminarmente, ma che va stabilito in base ad un percorso, ad un processo che porta ad approssimarne il valore e a sciogliere l’equazione. La X, dunque, indica la casella vuota dell’amore, l’assenza da cui esso prende forma e avvio, il vuoto che dà senso e direzione all’ex-perire amoroso. Nella storia di Amore e Psiche, la X è il volto invisibile di Eros, l’incognita e il problema che Psiche non può sapere-vedere e che cerca – forzando i tempi – di risolvere, scatenando una serie di vicende dolorose e drammatiche.
Nessuno sa la verità dell’amore e del suo destino, nessuno possiede il sapere dell’altro, la chiave del suo segreto, la soluzione del suo enigma. Solo il distendersi nel tempo dell’esperienza amorosa può approssimare questa incognita, intravederla nella nebbia, intuirla senza mai arrivare ad una sua completa determinazione, poiché il suo valore culmina in un numero periodico infinito. La vita amorosa non è forse questa ricerca incessante dell’altro, del suo volto, del suo àgalma e del suo splendore segreto, che si sottrae ad ogni presa e ad ogni pretesa?

Come nel quadro di René Magritte, Les Amants, l’amore si fa andando alla cieca, arrischiandosi nella dimensione ignota e incognita dell’esperienza, che è sempre un andare verso il limite di sé e verso la terra sconosciuta dell’altro, senza la pretesa di conquistarla e di svelarla.
In copertina: Antonio Canova, Amore e Psiche giacenti, 1787-1793, marmo, 155 x 168 x 101 cm, Parigi, Musée du Louvre
