Naturalisti del quotidiano

28/02/2025

Farsi naturalisti del quotidiano: è questa la proposta, per tenerla in una sola frase. Una proposta facilitata se non legittimata dalla diffusione della nature writing al di là dei paesi anglofoni, dove da decenni affascina e influenza ricercatori e artisti che, da orizzonti diversissimi, lavorano con la scrittura o le immagini. È il caso delle arts of noticing promosse da Anna Tsing a proposito del fungo matsutake o dei libri di Robert Macfarlane, per citare due esempi noti in Italia.

Non si tratta tuttavia di seguire le orme di naturalisti ed esploratori, di ripercorrere le loro imprese storiche negli angoli più remoti del pianeta ma, più modestamente, di far tesoro delle loro esperienze per sondare un continente che non conosce frontiere né mappature affidabili in quanto ubiquo: il quotidiano. Sempre a portata di mano, resta sconosciuto, perlopiù ignorato. Come sormontare la nostra disattenzione nei riguardi della diversità degli esseri – viventi e meno – che popolano il nostro mondo? Come riconnetterci al mondo dei viventi di cui facciamo parte partendo da un’esplorazione sistematica delle nostre attività quotidiane?

“Naturalisti del quotidiano”: l’espressione la ritrovo, accennata di sfuggita, in un libro immenso, Exercices d’observation (Premier Parallèle 2022), del designer-antropologo Nicolas Nova, che insegnava alla HEAD (Haute école d’art et de design) di Ginevra. Recentemente scomparso a soli 47 anni mentre faceva trekking nel deserto dell’Oman, il suo bricolage intellettuale sondava con passo leggero terreni inesplorati (alcune testimonianze di colleghi e amici si trovano qui). Nova fa parte di quei rari studiosi che, con la loro parola orale e scritta, non espongono semplicemente lo stato d’avanzamento delle loro ricerche – secondo il tropismo ombelicale dell’accademia –, ma lasciano intravedere un modo assieme pratico e poetico di rapportarci e abitare altrimenti il nostro mondo. Indifferente ai discorsi dominanti e alle mode culturali, affascinato dall’esprit de finesse come dall’esprit de géométrie, Nova aveva la capacità rarissima di muoversi con disinvoltura su livelli culturali eterogenei, connettendoli attraverso passerelle solo a lui accessibili, una capacità invisa dagli specialisti di ogni schiatta.

Se non è possibile reincantare la realtà, non per questo la meraviglia è andata in esilio, presente al contrario in qualsiasi fenomeno, apparentemente banale, potenzialmente dirimente. A fare la differenza è la curiosità che, indipendentemente dall’oggetto in esame, porta – e condivide – uno sguardo sensibile su quanto ci circonda. Al centro dell’indagine c’è insomma un élan assieme sensibile e intellettuale e mai una disciplina nel senso più angusto del termine, dove i protocolli e le questioni di metodo estinguono ogni entusiasmo sotto un fluido viscoso.

Ma praticare l’indisciplina è un’arte, diversa dai mischioni o dall’eclettismo che, surfando sulla rete, salta da un link all’altro, e necessita qualità rare come lucidità, prensilità, voracità, precisione, generosità… Esplorare e documentare si fanno così indissociabili: non sguazzare nel frastuono della nostra realtà, ma trascegliere alcuni elementi e restituirli in una narrazione coerente. Farsi esploratori quindi, ma anche archivisti. Quello di Nova è uno sguardo analitico aperto alla meraviglia, pronto a fare del mondo “un immenso cabinet de curiosité, un laboratorio da naturalista, un’officina dove le macchine si mostrano e si smontano”[1], secondo lo storico Pierre-Olivier Dittmar.

Modelli

In Exercices d’observation, Nova propone una serie di esercizi e di varianti per risvegliare l’attenzione e “cogliere la pluralità dei possibili” (p. 20). En passant, ricorda i Passages di Walter Benjamin e il Supplemento al dizionario italiano (1958) di Bruno Munari, sebbene il cuore pulsante del ragionamento sia altrove.

Da una parte c’è una radice letteraria, quella della letteratura potenziale a partire da Raymond Queneau e Georges Perec; dall’altra una radice saggistica, a partire dalle tecniche del corpo di Marcel Mauss, esposte per la prima volta il 17 maggio 1934 in una conferenza presentata alla Société de psychologie. Un’intuizione che, nel corso degli ultimi novant’anni, non ha smesso di stimolare, oltre alla sociologia, l’etnologia, la semiologia e la linguistica francesi, da Pierre Bourdieu a Georges Vigarello.

André-Georges Haudricourt

Nova è interessato in particolare all’antropologia delle tecniche del corpo che, in Francia, ha le sue radici nelle figure di Mauss, André Leroi-Gourhan e André-Georges Haudricourt. “Così come il naturalista (che lavora su scheletri fossili) cerca di ristabilire le parti molli: muscoli e visceri dell’animale, noi dobbiamo disporre attorno all’oggetto l’insieme dei gesti umani che lo producono e lo fanno funzionare” (cit. p. 58) scrive Haudricourt (La technologie science humaine, 1987). Nova, che cita questo passaggio, doveva sentire un’affinità con Haudricourt (sconosciuto in Italia), uno degli studiosi francesi più eclettici e inclassificabili, botanico e ingegnere agronomo, specialista di etnologia delle tecniche, di etnoscienza e di etnobotanica, geografo e persino linguista dell’area austronesiana, lasciando in ognuno di questi campi contributi imprescindibili. Del resto Exercices d’observation è uscito nella collezione “la vie des choses”, legata alla rivista Techniques & Cultures (fondata nel 1976) che, sulla strada segnata da Mauss, Leroi-Gourhan e Haudricourt, vuole far parlare gli oggetti, guardare con occhi nuovi quelle cose apparentemente inerti che ci circondano e costituiscono il nostro environnement matériel. Che ruolo hanno gli oggetti nel nostro vivere quotidiano?

La domanda non preoccupa solo le scienze sociali, se pensiamo che in Penser/Classer (1985) lo stesso Perec cita a due riprese le tecniche del corpo di Mauss, che includono “camminare e danzare, correre a piedi e saltare, modi di riposare, tecniche di trasporto e di lancio, maniere a tavola e a letto, forme esteriori di rispetto, igiene personale e così via”[2]. La prima occasione è data dalle considerazioni sui portatori di occhiali da vista, allo stesso modo in cui Mauss ha riflettuto su come “le persone mangiano, dormono, si lavano, usano determinati strumenti […], camminano, ballano, saltano e così via”[3]. La seconda occorrenza proviene dal saggio “socio-fisiologico” sulla lettura in quanto attività fisica, coi suoi gesti e le sue posture, “qualcosa, insomma, come un’economia della lettura nei suoi aspetti ergologici (fisiologia, lavoro muscolare) e socio-ecologici (il suo ambiente spazio-temporale)”[4].

Attività più significative delle vicende delle grandi istituzioni e delle ideologie ma di cui sappiamo in genere poco, come ammette Perec: “fatti banali, passati sotto silenzio, non presi in considerazione, che vanno da sé: eppure ci descrivono, anche se pensiamo di poter fare a meno di descriverli”[5].

Florilegio

Poiché la maggior parte degli esempi proposti da Nova sono ignoti al pubblico italiano, propongo qui di seguito un piccolo florilegio.

Flâneur munito di carnet, smartphone e forbici, lo scrittore spagnolo Antonio Muñoz Molina attraversa Parigi, New York, Madrid e Lisbona, mettendo assieme un collage sulle mille sfaccettature di ogni città. Ancorate nel presente se non nell’attualità, nelle oltre seicento pagine di Un andar solitario entre la gente (2018) ci s’imbatte anche in figure storiche (Baudelaire, Edgar Allan Poe, Fernando Pessoa). Nell’Ufficio degli istanti perduti che apre il libro, Molina “ascolta i suoni della vita”: “Sono tutto orecchie. Ascolto con gli occhi. Ascolto quello che vedo sulle pubblicità e i titoli dei giornali e dei manifesti e dei pannelli della città. Viaggio attraverso una città di parole e di voci”: “Le parole scritte mi arrivano come voci, note che decifro su uno spartito, cercando a volte di distinguere diverse parole pronunciate contemporaneamente, di indovinare quelle che non sento perché si allontanano da me velocemente o perché un rumore più forte le cancella”.

Trajets pendant un an d’une jeune fille du XVIe arrondissement (1957) è un grafico utilizzato dal sociologo francese Paul-Henry Chombart de Lauwe che visualizza gli spostamenti di una giovane studentessa di scienze politiche che vive nel quartiere più benestante dell’ovest parigino, tra corsi all’università, lezioni di piano e relazioni sociali. Un approccio empirico e quantitativo proprio alla sociologia urbana e alla geografia sociale, dove cifre, grafici e piante sono resi con una sensibilità che oggi non avremmo difficoltà a riconoscere come artistica.

Paul-Henry Chombart de Lauwe, Trajets pendant un an d’une jeune fille du XVIe arrondissement, 1957

Nel 1982 Julio Cortázar e la sua compagna Carol Dunlop decidono d’intraprendere un viaggio a bordo di un vecchio pulmino rosso Volkswagen Combi soprannominato Fafner (il gigante trasformato in drago de L’anello di Nibelungo di Wagner). Vogliono percorrere il tragitto da Parigi a Marsiglia senza mai uscire dalla A6, l’autostrada del Sud, seguendo un protocollo: vietato lasciare l’autostrada, fermarsi due volte al giorno in ognuna delle 65 aree di sosta, dormire nella seconda. Un cavillo legale complica tuttavia l’impresa, al punto che il 9 maggio 1982 gli autori scrivono una lettera al Direttore della Società Autostrade: “a quanto ne sappiamo, un veicolo non può rimanere più di due giorni in autostrada, ed ecco perché ci rivolgiamo a Lei per chiederle l’autorizzazione che, all’occorrenza, ci eviterebbe di incontrare difficoltà ai vari caselli”.

Julio Cortázar e il pulmino Fafner

La lettera resta senza risposta, il viaggio comincia lo stesso, tra descrizioni dei paesaggi, della fauna e della flora autostradali, tra ostacoli d’ogni sorta – reali (polizia, camion) e immaginari (streghe, agenti segreti) –, rilievi topografici, note sugli autoctoni come in un’inchiesta etnografica. Il risultato è un ibrido inclassificabile di testi, disegni e fotografie: Gli autonauti della cosmostrada (1983, tradotto da Einaudi), un road trip pensato come un diario di bordo o le memorie di un esploratore. Dopo oltre trenta giorni per percorrere appena 800 km, il viaggio si chiude al vecchio porto di Marsiglia e sembra sia durato poco, troppo poco considerato che questo è il loro ultimo viaggio terrestre: i due autonauti, malati e consapevoli di avere i giorni contati, scompariranno nel corso dei due anni successivi. Anziché indugiare si mettono in moto, anziché riparare in un buen retiro, s’immergono nell’infrastruttura più legata alla circolazione.

Loïc Wacquant

Alla fine degli anni ottanta il sociologo francese Loïc Wacquant s’iscrive a un club di boxe nel ghetto di Woodlawn a Chicago per studiare dall’interno la comunità afro-americana e i suoi meccanismi sociali. Unico bianco, unico occhialuto e unico francese, per tre anni (1988-1991) si allena da tre alle sei volte a settimana, fino a partecipare ad alcune gare dove si frattura il naso. Il risultato è un’appassionante etnografia della boxe in quanto arte del corpo, dove è colta la vita del boxer, tra sacrifici e prese di distanza dalla violenza di strada. Il rispetto dei vicini e un profitto simbolico, in un quartiere dall’alto tasso di disoccupazione e dalle scarse opportunità, controbilanciano la mancata – quanto vagheggiata – ascensione sociale. Attraverso la boxe emerge la vita sociale delle classi popolari e dei quartieri operai nell’America post-industriale, tra inerzia dei servizi pubblici e pervasività delle attività criminali, tra degradazione economica e solidarietà del vicinato.

La notte è il momento della festa e dell’insicurezza, del piacere e di lavori sottopagati, un momento che resta tuttavia fuori dai radar degli studi, così che la vita urbana risulta “privata della metà della sua esistenza, come amputata”. “Ultima frontiera della città”, la notte è un territorio del sensibile che non si limita a convocare la vista. I night studies e le traversate notturne promosse dal geografo Luc Gwiazdzinski ci insegnano ad abitare la notte urbana.

La roulotte di Antoinette Rychner

Ogni giorno e per un anno, la scrittrice svizzera Antoinette Rychner descrive il piccolo giardino che vede dalla finestra della sua roulotte, parcheggiata nei pressi di un’autostrada. Da questo spazio angusto e sospeso qual è una casa mobile su due ruote – un’immagine della precarietà contraria all’idea di abitare –, dalla capanna meno esotica che si possa immaginare e da un paesaggio anti-sublime documenta il quotidiano e il passaggio delle stagioni. Il tavolo della roulotte è il suo ufficio, agli antipodi dell’atmosfera ovattata dei coworking, agli antipodi della filosofia dei “nomadi digitali” che, accecati dal mito dell’escapismo, foraggiano quell’economia dematerializzata che ha reso il lavoro ubiquo. Il risultato è Devenir pré (Éditions d’autre part 2016), cioè diventare prato, ma anche, per assonanza, farsi vicini, approssimarsi, dove per 180 pagine l’io dell’autrice quasi scompare, lasciando che a mostrarsi sia un paesaggio bucolico e poco appariscente. Un microcosmo che richiede uno sguardo attento e contemplativo, una prosa delicata e precisa che fa di Devenir pré un’ode al potere della scrittura.

Ci sono delle zone che resistono a essere cartografate. Non penso a quelle immaginarie come la Zona dei desideri rimossi nello Stalker di Tarkovskij, ma a quelle parcelle di territorio che sfidano il gesto del geografo. Lo scrittore Philippe Vasset individua una cinquantina di zone bianche a Parigi e banlieue sulla carta dell’Istituto Geografico Nazionale – una palese sconfitta della ragione cartografica. Là dove non arriva lo sguardo del cartografo arriva la scrittura, che di queste zone bianche offre una descrizione il più possibile fedele. In Livre blanc (Fayard 2007) il bianco delle carte, la loro mutezza, si fa così parola. Munito di GPS, macchina fotografica e taccuino, Vasset indossa le vesti del “turista periurbano” o dell’avventuriero della domenica ed esplora sistematicamente una zona a settimana per un anno. Dietro le lacune della geografia si nascondono zone militari, bidonville, terrain vague e friche, zone inabitate o inesplorate. Qui emerge la marginalità e la marginalizzazione sociale, l’abbandono e la rovina, la violenza e l’esclusione. Descrivendo luoghi periferici, Vasset mostra la capacità del linguaggio di rischiarare le pieghe del mondo.

Per quattro anni Christophe Hanna annota conversazioni e propositi delle persone che incontra riguardo al denaro, classificandole poi per fasce salariali: il loro nome è seguito dallo stipendio percepito a fine mese. Argent (Editions Amsterdam, 2018) è una “sociografia” o un affresco statistico – e quindi agghiacciante – della nostra società e dei suoi rapporti di forza economica.

Tra il 1969 e il 1978, armato di un coltello dalle venti lame, di una lente e del libro di Binz e Thommen sulla flora svizzera, Ernesto Schick batte in lungo e in largo la stazione internazionale di Chiasso, classificando e disegnando le piante spontanee che crescono al confine italo-svizzero. Resoconto delle sue peregrinazioni tra i binari della stazione, Flora ferroviaria, ovvero la rivincita della natura sull’uomo (1980, poi Humboldt Books/Florette 2015, ormai introvabile) è un esempio straordinario di botanica urbana, dove scienza e poesia corrono su due binari paralleli.

Ernesto Schick, Flora ferroviaria

Per sette anni (1985-92) Annie Ernaux trascrive quello che vede e sente nei suoi viaggi in R.E.R. (il treno regionale che attraversa la regione parigina), i supermercati, i centri commerciali di Cergy dove si è trasferita – così nasce Journal du dehors (1993).

Al termine di questo piccolo florilegio, va precisato che queste pratiche non sono né recenti né cantonate alla letteratura occidentale, se pensiamo ai Note del guanciale della scrittrice poetessa giapponese Sei Shōnagon, già ricordata da Perec in Penser/Classer.

Potrei continuare con altri riferimenti letterari, o potremmo divertirci a suggerire per ciascuno un corrispettivo artistico contemporaneo, in una fruttuosa corrispondenza tra scrittura e arti visive, scienze sociali e naturali. C’imbattiamo così in pratiche e approcci che tendiamo a separare, afferenti a piani troppo divergenti e con agende troppo mirate per trovare un terreno d’intesa. Ad ogni modo, in assenza di corsi, scuole o diplomi, gli esercizi e le varianti proposti da Nova, per cui basta armarsi di penna, taccuino e smartphone, sono sufficienti per portare uno sguardo obliquo sulla vita delle cose e degli esseri – per farci diventare naturalisti del quotidiano.


[1] Pierre-Olivier Dittmar, “Nova vita”, in Techniques et cultures, 9 gennaio 2025

[2] Georges Perec, Penser/Classer, Paris, Hachette, 1992, p. 110.

[3] Id., p. 145.

[4] Id., p. 110.

[5] Id., pp. 109-110.

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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