Alice Ceresa oltre il canone del Novecento

30/11/2023

Ricorre quest’anno il centenario della nascita della scrittrice Alice Ceresa, nata a Basilea il 25 gennaio 1923 e vissuta a Roma dagli anni Cinquanta fino alla sua morte il 21 dicembre 2001, autrice di opere straordinarie come La figlia prodiga (Einaudi 1967), La morte del padre («Nuovi argomenti» 1979), Bambine (Einaudi 1990) e Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile (nottetempo 2007).

Molte iniziative hanno riattraversato la sua complessa opera e personalità nel corso di questi anni: a partire dall’incontro dedicato ad Alice Ceresa dalla Società Italiana delle Letterate con il titolo La scrittrice prodiga. Le parole di Alice Ceresa nel 2015, infatti, si è assistito a un ritorno di attenzione nei suoi confronti. Nel 2020 la casa editrice nottetempo ha pubblicato, insieme alla nuova edizione ampliata del Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile a cura di Tatiana Crivelli, l’Abbecedario della differenza. Omaggio ad Alice Ceresa, a cura di Laura Fortini e Alessandra Pigliaru, a cui è seguito il convegno internazionale Nel mondo di Alice (Ceresa) scrittura – pensiero – differenza, che ha avuto luogo virtualmente a Berna il 30 ottobre 2020, poi confluito nel 2021 nel numero monografico dedicato ad Alice Ceresa di «Quarto», la rivista dell’Archivio svizzero di letteratura presso cui sono depositate le sue carte (da questa pubblicazione sono tratte le immagini qui riprodotte), presentato nel successivo incontro internazionale dedicato allo Scrivere dall’altrove: Alice Ceresa tra la Svizzera e Roma, che si è svolto presso l’Istituto Svizzero di Roma il 22 aprile 2021, sempre on line. Nel 2022, in vista del centenario, è stata riedito dalla collana La Tartaruga/La nave di Teseo La morte del padre, con un ritratto di Alice di Patrizia Zappa Mulas, e nel 2023 La figlia prodiga nella versione d’autrice del 1967, con un’introduzione di Laura Fortini. E il 25 gennaio 2023, giorno della nascita di Ceresa, l’abbiamo festeggiata con una maratona di lettura delle sue opere alla libreria Tuba di Roma; a luglio con il seminario Bambine a Lugano promosso dal Sonnenstube Offspace, il 6 ottobre con la giornata di studi a Berna dedicata a Ceresa la prodiga.

Domani 1 dicembre, dalle 10 alle 18, all’Angelo Mai di Roma (via delle Terme di Caracalla 55) si svolgerà Contaminazioni Ceresa, una giornata internazionale di festa in stretto colloquio con le parole della scrittrice, alle quali si intrecceranno in forma di feconde contaminazioni le parole di quante, quanti, quantә lei stessa ha letto, che l’hanno letta e l’hanno fatta loro nelle loro pagine e nelle varie forme di creatività espressiva perché la sentono loro contemporanea. La giornata sarà preceduta stasera, 30 novembre 2023, dalla lettura drammaturgica di un inedito di Alice Ceresa, Scene dalla vita della figlia prodiga, a cura di Laura Fortini (nell’ambito del festival Eccentriche cinema e teatro).

Il testo che si propone qui, Alice Ceresa oltre il canone del Novecento, è stato pubblicato in versione integrale in Per un nuovo canone del Novecento letterario italiano. I. Le narratrici, atti del Gruppo di ricerca ADI “Studi delle donne nella letteratura italiana”, a cura di Beatrice Alfonzetti, Annalisa Andreoni, Chiara Tognarelli, Sebastiano Valerio, Adi 2023.

L.F.

Poche altre scrittrici sono state così riservate e meno partecipi della mondanità letteraria contemporanea di Alice Ceresa, e poche altre hanno pubblicato così poco e scritto così tanto. Un suo efficace autoritratto è in una lettera a Rosetta Loy del 1991:

Sono ticinese, ma la mania svizzero-italiana della migrazione familiare mi ha fatto nascere a Basilea dove ho frequentato anche le prime classi elementari. Nel Ticino ho poi finito le scuole dell’obbligo e le superiori, seguite da un tentativo universitario a Losanna, abortito con soddisfazione generale. Ho cominciato a lavorare come giornalista a Zurigo, tanto per completare il pasticcio linguistico. Nel 45 sono venuta in Italia e vivo a Roma dal 50. Sono stata brevissimamente sposata, non ho figli.
Ho scritto sempre, e come noto pubblicato poco, in perenne stato di crisi, assorbita tra l’altro dalle vicissitudini del guadagna-pane: un lungo racconto nel 43 “Gli altri” su Svizzera italiana, che mi ha aperto le vie dell’emigrazione; la “Figlia prodiga” nel 67 che rispecchia anche esattamente i miei problemi con la letteratura; un racconto interlocutorio “La morte del padre” su Nuovi Argomenti, e ora “Bambine”. Intendo completare la mia piccola trilogia sulla “vita al femminile”, iniziata con i due libri della Einaudi, con una terza e credo ultima fatica. Non ho altri argomenti che mi interessino, e non ho mai capito se questo sia un bene o un male.

Nata nel 1923 in una Svizzera che per lei è stata poi soprattutto la casa della sua famiglia di lingua italiana nell’isolata e piccolissima Cama nel Cantone dei Grigioni, il periodo a Zurigo diede ad Alice Ceresa la conoscenza del tedesco che esercitò anche come traduttrice; conosceva l’inglese e studiò anche il francese, perfezionato durante la permanenza in Francia negli anni Sessanta. A Zurigo negli anni Quaranta Ceresa conobbe fra gli altri esuli italiani Franco Fortini e Ignazio Silone, le cui personalità intellettuali l’aiutarono nel cercare una collocazione diversa da quella di una famiglia poco attenta al suo desiderio di scrivere, per altro già emerso giovanissima con la pubblicazione del racconto lungo Gli altri nel 1943 sulla rivista della «Svizzera italiana». Forse a proposito di questo racconto le scrive Franco Fortini da Milano l’11 aprile 1951, con la consueta e sincera schiettezza:

Il racconto non mi piace. Voglio dire, non è del genere che sento di più. Ma quel che mi pare interessante è dirti che cosa mi pare ci sia. C’è, di positivo, di reale, di buono, una qualità di scrittura densa, con un ritmo interno, un lirismo, per dir così, da poema in prosa, molto intenso. Penso alla prima pagina e al finale. Quel che non si accorda con quel lirismo contenuto, con quella cupa eccitazione ritmica – è la “Storia”, cioè i dati di azione e di psicologia, la connessione patetica delle immagini, che mi pare “poeticistica”, elusiva e terribilistica; la tua partecipazione lirica disserve l’intenzione tragica del solitario atto della ragazza. Una scrittura così tesa regge solo a condizione a) di porsi come “poema in prosa” b) di alternarsi con pause più “narrative”, cioè più obbiettivate.

Potrebbe anche essere che Fortini stesse parlando de La figlia prodiga, pubblicata poi nel 1967, la cui forma di poema in prosa o altrimenti di prosa poetica è qui anticipata dal giudizio di Fortini, che la lesse probabilmente in anteprima. Ben prima quindi del positivo intervento di Vittorini in favore della pubblicazione di una sua parte nel 1964 sul «Menabò», che portò in seguito, grazie al sostegno di Calvino e di Guido Davico Bonino, al suo essere la prima opera della esordiente collana “La ricerca letteraria” di Einaudi, che si inaugurò proprio con La figlia prodiga. Interessante comunque che sia Fortini che Vittorini cogliessero la particolare intensità ritmica della scrittura tragica di Alice Ceresa, a partire già dalle prove iniziali e nel corso del tempo sempre più messa a fuoco, decantata, distillata, parola quest’ultima che le era particolarmente cara.

Ceresa risponde a Fortini da Roma nel 1952, dandogli del tu – segno di un’antica frequentazione e familiarità – e raccontandogli di aver seguito la polemica con Vittorini gli scrive:

Ho ritrovato la soddisfazione dello scrivere. Può darsi, anzi è probabile che tu non saresti d’accordo con me su nessuna delle mie ultime conclusioni; ma so che le potresti afferrare. Sarà vergognoso che al giorno d’oggi io mi occupi delle “sotto-sotto-sotto strutture” delle condizioni nelle quali viviamo; ma ad occuparsi delle emergenze, siete così in tanti. Lo dico senza ironia. E non è per partito preso che me le tengo lontane: mi sono lontane di fatto. Qualsiasi donna dica il contrario, mente. Non faccio della psicoanalisi, quella, ho capito cos’è, parlo del fatto che per te il mondo è tuo, per me invece è ancora tuo: e ciò cambia considerevolmente le prospettive.
Dunque, nella mia prospettiva, sarei assurda se ti dicessi che mi preoccupa la sorte degli individui male pagati: e finalmente non mi vergogno di pretendere il diritto a una simile affermazione. E quando anche nessuno fosse pagato e tutti morissero di fame, ci sarebbe una differenza fra il modo di morire di fame degli uomini e delle donne. Ecco che cosa mi tocca. Perché vergognarmene? Non so davvero chi potrebbe avere il diritto di dirmi che ho torto.

Alla data del 1952 – ovvero a pochissimi anni da Il secondo sesso di Simone de Beauvoir – Alice Ceresa scrive «per te il mondo è mio, per me invece è ancora tuo: e ciò cambia considerevolmente le prospettive»; e aggiunge «ci sarebbe una differenza fra il modo di morire di fame degli uomini e delle donne». Chiarissima già a quella data per lei la questione della differenza sessuale, il cui abbecedario si comincia a delineare così già a partire da quegli anni, dando poi vita al Piccolo dizionario dell’inuguaglianza, pubblicato però postumo, perché nessun’altra scrittrice, forse, ha scritto così tanto e pubblicato così poco: Alice Ceresa ha scritto si può dire quotidianamente moltissimo e lo testimoniano le carte del suo archivio, custodite alla Biblioteca nazionale di Berna, che raccontano un esercizio continuo di riflessione, lima e di stile della propria scrittura, condotto però non nell’isolamento che apparentemente la contraddistinse. Da esse infatti emerge con chiarezza che preziosa è stata l’interlocuzione con Fortini, Silone, Vittorini, Calvino, Davico Bonino fino ad arrivare a Gianni Celati che le scrive nel 1991 per chiederle il permesso di includere il primo capitolo di Bambine nell’antologia Narratori delle riserve:

Cara Alice Ceresa,
i suoi libri mi tengono buona compagnia. Come era già successo con La figlia prodiga, anche Bambine mi porta spesso a rileggerlo qua e là con curiosa attenzione per la sua limpidezza.

E spiega che intende «riserve nel senso di far riserva, non sprecare subito tutto come nell’attualità». Si tratta di un’antologia che ha origine da racconti pubblicati su «il manifesto» per una rubrica curata da Celati, poi allargatasi ad altre tipologie di scrittura, perché il curatore scrive nelle Note d’avvio: «Cercavo forme di scrittura non forzate da obblighi esterni: non lo scrivere perché c’è l’obbligo di pubblicare un libro, ma quei momenti in cui si riesce a scrivere per sé, a scrivere per la cosa in sé, senza dover dimostrare niente a nessuno». Caratteri corrispondenti pienamente alla scrittura di Alice Ceresa, che viene così presentata nella nota che accompagna il suo testo:

Qui mi sento di parlare della sua scrittura come qualcosa di raro ed esemplare. La sua sapienza sta nel descrivere fatti di vita normalissima, ma con un tratto così limpido da lasciar emergere il bianco che c’è sotto. Nei suoi libri il bianco della pagina si sente come un silenzio compatto da cui sorgono le parole. Sorgono giri sintattici che formano disegni di parole, ritratti e parabole fissati nella pura esteriorità dei segni. Leggere Alice Ceresa vuol dire adattarsi a questa completa esteriorità dei segni, non riscattata da nessun supposto contenuto interiore – esteriorità ineluttabile di tutto ciò che ci costituisce come individui: espressioni, cerimonie, vestiti, appartenenza a gruppi familiari o sociali.

Il testo di Ceresa compare nella antologia accanto a quelli di scrittori come Ermanno Cavazzoni, Elvio Fachinelli, Valerio Magrelli tra gli altri, e scrittrici come Ginevra Bompiani, Patrizia Cavalli, Sandra Petrignani e altre che la stimavano tutte.

Perché altrettanto e differentemente preziosa per lei è stata l’interlocuzione con altre alle quali Alice Ceresa si rivolse per avere pareri e confronto, a partire da Simone di Beauvoir alla quale scrisse nel 1963 presentandole il dattiloscritto de La figlia prodiga, opera – scrive – alla quale tiene molto e che le ha fatto passare un’infinità di crisi («ouvrage qui m’a fait passer une infinitè de crises»); Simone de Beauvoir rispose confortandola al proposito. Approssimativamente dello stesso periodo una lettera affettuosamente amichevole di Alba de Céspedes; e così Elsa Morante, che le invia con gli «auguri per il 1968 da Elsa» la Canzone degli F.P e degli I.M. in tre parti a stampa per la Tipografia Sgura, elemento di riconosciuta consonanza tra Morante e Ceresa e anche di possibile influenza reciproca.

I rapporti di Alice Ceresa con le altre oltre ad essere epistolari sono stati infatti anche di lettura reciproca, citazioni implicite, a volte anche esplicite. Come nel caso del Manifesto di Rivolta femminile, citato in una lunga nota scritta da Alice Ceresa per la Televisione della Svizzera italiana datata 1970, che ha titolo Che cos’è una femminista: il noto passo del Manifesto di Rivolta e Carla Lonzi «Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!» è chiaramente ripreso da Ceresa nel passaggio conclusivo, quando rivolta all’intervistatore osserva:

questo è il punto di vista delle nuove femministe. Hanno gli occhi, hanno un cervello: vuole che non vedano e che non sappiano quello che vedono? Vedono. Hanno visto. E la popolazione femminile è altrettanto numerosa di quella maschile.

Capace di tessere Ceresa tra la Svizzera e Roma anche rapporti internazionali, come si evince dalla lettera al Women’s Liberation di New York, databile al 1970, nella qualesi presenta così:

Care amiche,
sono una scrittrice e faccio parte del gruppo di femministe indipendenti di Elvira Banotti (la quale aveva preso già contatti con la segretaria di Betty Freidan).

E annuncia un prossimo viaggio nel primo trimestre 1971 negli Stati Uniti e progetti vari tra cui una collana

di brevi scritti teorici dei vari movimenti femminili nel mondo, o di loro singoli esponenti. Ma naturalmente di questo poi parleremo in un secondo tempo.
Vi ringrazio fin da ora e vi mando i migliori saluti miei e del mio gruppo. Noi siamo molto fiere di voi, e di quanto siete già riuscite a fare.

Dal femminismo romano, quindi, agli Stati Uniti e alla Francia: sempre degli anni Settanta l’intervista ad Alice Ceresa di Michèle Causse e Maryvonne Lapogue per le edizioni Des Femmes, pubblicata in un importante volume dedicato a voci italiane di donne che secondo le curatrici hanno saputo esprimere una forte e irriducibile singolarità femminile e femminista: di ognuna un profilo, una scelta di uno o più testi significativi, quando possibile un’intervista anche assai articolata. Insieme a Dacia Maraini, Goliarda Sapienza, Carla Lonzi – di cui si pubblica in francese proprio il Manifesto di Rivolta –, Alice Ceresa, con l’anticipazione di due voci del Piccolo dizionario e una lunga, importante intervista. Gli anni Settanta sono stati infatti per Alice Ceresa come per tutte un decennio spartiacque in relazione a questioni che avevano anticipato con le loro opere, dotate di straordinaria invenzione e creatività a partire dalle loro stesse personagge, da La figlia prodiga alla Carlottina morantiana, e prima ancora l’Alessandra di Dalla parte di lei di Alba de Céspedes, che con il suo gesto definitivo costituì preludio alle ragazze del maggio francese e alle stesse opere ceresiane e morantiane che ne sono, di fatto, eredi.

Ciò non significa che i decenni successivi non siano stati altrettanto importanti per Alice Ceresa: la stima di Natalia Ginzburg che alla fine degli anni Ottanta trovò bello un suo racconto, forse le stesse Bambine che sostenne poi nella pubblicazione, l’amicizia con Dacia Maraini e Maria Rosa Cutrufelli, con la quale dialogò sulle pagine di «Tuttestorie», rivista romana di «racconti, letture e trame di donne», fondata nel 1990. Lo stesso anno della pubblicazione di Bambine, del cui valore Ceresa era assai consapevole, se così scrisse a Piero Gelli e Guido Davico Bonino in data 3 maggio 1990:

Cari Piero Gelli e Guido Davico Bonino,
io credo che adesso il libro, al quale avete fatto fiducia, si sia guadagnato i suoi galloni “letterari” – e naturalmente ne sono molto contenta. E direi che hanno avuto successo anche il titolo e la vostra copertina. Dunque: tutto bene.
Penserei però che un briciolo di pubblicità ora non sarebbe buttato al vento, perché se si vendesse pure sarebbe ancora meglio; i librai infatti, come sapete meglio di me, possono affossarlo negli scaffali oppure metterlo sul banco; e i librai notoriamente sono meno sensibili alle critiche che all’atteggiamento della casa editrice nei confronti di un suo libro. Atteggiamento che si esprime eloquentemente per chiunque nella spesa pubblicitaria messa in bilancio.
Non sarebbe possibile fare un piccolo sforzo tanto per sostenere queste orfanelle? Il padre editore in effetti non è meno temibile di quello naturale. Personalmente non lo vorrei troppo reticente sebbene gli sia grata per la paternità…
Con i migliori saluti
Alice Ceresa.

Lettera che molto dice dei rapporti che Alice Ceresa sapeva intrattenere con l’establishment editoriale e che bene rappresenta il canone letterario nelle sue forme novecentesche, con il quale le scrittrici tutte – italiane e in altre lingue madri – intrattennero un rapporto di colloquialità contrattuale, utile e interessante per ricostruire come e in che modo le scrittrici, consapevoli del loro valore, difesero le loro opere e la loro scrittura: il pensiero va ad Alba de Céspedes, Maria Bellonci, Elsa Morante, i cui epistolari risultano a  tutt’oggi una esemplare palestra di negoziazione.

Altro il discorso che intercorre tra Ceresa e le altre, anche nella forma del reciproco riconoscimento e piace ricordare tra tutte quanto scrive Goliarda Sapienza a questo proposito nei suoi taccuini del maggio 1990:

C’è un genietto della contraddizione che si diverte a farti dire delle cose, per poi costringerti con un’azione precisa a negarle: mi ero lamentata delle donne e della loro cattiva scrittura (che mi destabilizza in quanto componente di questa razza), ed ecco che mi capita fra le mani un piccolo libro fantastico e oserei dire un capolavoro. La gioia è tale che subito decine di idee mi sbocciano nel cranio sussurrandomi: «Scrivi, scrivi, come vedi anche una donna può!» Il libro è di Alice Ceresa, che conobbi nel ’70 con Pilù e si intitola Bambine. Per parlarne occorrerebbe un lavoro almeno di una settimana, perché è opera originalissima e senza precedenti in Italia. Forse nasce dall’école du regard, con suggestioni – o letture – di Borges e lontani echi kafkiani, il Kafka delle novelle, credo… Ora sono felice e me ne sto qui a leggere a letto.

Ognuna di loro riconosce all’altra la potenza creativa e lo fa pure se differente per stile ed espressività, come nel caso di Goliarda Sapienza e Alice Ceresa: le loro reti di relazione sono assai più forti e strutturate di quanto non sembri a prima vista e si pongono oltre il canone novecentesco delle eccellenze isolate e singolarissime perché geniali. Difficile collocare Alice Ceresa e le altre nei tradizionali movimenti culturali se non in forma eccentrica, difficile collocare Alice Ceresa e le altre nei generi canonici: le loro opere destrutturano tutte le categorie e si pongono così oltrecanone, definizione risalente a un seminario della Società Italiana delle Letterate del Duemila, associazione della quale Alice Ceresa è stata tra le prime socie nel 1996. Scrittrici e critica, come è emerso con evidenza nel corso di questi decenni, risultano infatti consapevoli già a partire dalle liriche del Cinquecento, di quanto e come il canone non sia un recinto chiuso dal quale si è escluse – pure se così è avvenuto –, ma un processo in continuo divenire. Grazie a posizioni ai margini come quella di Alice Ceresa e di molte altre, esso si arricchisce della vitalità di opere letterarie del tutto innovative e originali, che per poter esistere si sono poste oltre il canone letterario, lasciando per molti aspetti alle spalle la sua violenza epistemica nei confronti di scritture eccentriche e apparentemente minoritarie, che richiedono altre categorie critiche: quella delle genealogie, evidente nel loro scriversi riconoscendosi l’una con l’altra anche quando assai diverse, anche quando appartengono a generazioni dissimili; quella delle costellazioni nelle quali ogni stella ha il suo proprio lucore, una di queste è quella delle narratrici, in relazione alle quali la sfida è quella di un’invenzione capace di stare alla loro altezza.

Laura Fortini

insegna Letteratura italiana all’università Roma Tre; fa parte della Società Italiana delle Letterate fin dalla sua fondazione e del gruppo promotore il Seminario Residenziale Estivo della SIL. Dal 2018 è la Responsabile scientifica del progetto del Dipartimento di Studi umanistici di Roma Tre “Noi donne” dalla carta al Web. È autrice con Paola Pittalis del volume “Isolitudine. Scrittrici e scrittori della Sardegna” (Iacobelli 2010) e curatrice con Mauro Sarnelli del volume “Voci e figure di donne. Forme della rappresentazione del sé tra passato e presente” (Pellegrini 2012); ha curato con Monica Farnetti il volume “Liriche del Cinquecento” (Iacobelli 2014); con Giuliana Misserville e Nadia Setti “Morante la luminosa” (Iacobelli 2015); con Giuseppe Izzi e Concetta Ranieri “Scrivere lettere nel Cinquecento. Corrispondenze in prosa e in versi” (Edizioni di Storia e Letteratura 2016); con Alessandra Pigliaru “Abbecedario della differenza. Omaggio ad Alice Ceresa” (nottetempo 2020); “Dacia Maraini. Per un nuovo lessico della letteratura e del teatro” (Viella 2023). Nel 2023 ha scritto l’introduzione alla nuova edizione di Alice Ceresa, “La figlia prodiga” (La Tartaruga/La nave di Teseo).

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