Achille Bonito Oliva e l’arte della critica

Nove pagine. Una fotografia: un primo piano ripetuto in otto fotogrammi immobili. Un testo che scorre. Volto e parole sono di Achille Bonito Oliva, lo scatto di Ugo Mulas, il luogo il catalogo di Amore mio, una mostra allestita a Palazzo Ricci di Montepulciano nell’estate del 1970. Il ruolo con cui si firma il critico trentenne è quello di “segretario generale”, e il suo testo di apertura dichiara la volontà di “inaugurare un diverso comportamento, inedito nella storia del costume culturale: affermare per ciascun artista la diretta responsabilità di configurarsi criticamente al di fuori della consueta mediazione della critica d’arte”.

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Se non brucia ma arde

Ho portato qui – ma qui dove? Negli occhi, nel cuore, dove qualcosa scotta, ecc. – alcune opere su carta di Nazzarena Poli Maramotti, Lisa Redetti e Marco Salvetti, poiché trovo che in questi lavori si accenda un lume nella notte dello sguardo. È una pittura, la loro, che fa terra bruciata attorno alla pittura. Ma che cosa significa tutto questo?

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Divorati dal tempo

A coloro i quali si interrogassero su che cosa facesse Dio prima di creare il cielo e la terra, ovvero su come fosse nato il tempo, Sant’Agostino ("Confessioni", XI, 12) riteneva che andasse risposto ch’Egli preparava la Gheenna per quanti si proponessero di scrutare misteri tanto profondi. Da allora non pochi sforzi, e nei più dispari campi del sapere, sono stati compiuti per tentare di comprendere l’origine e la natura del tempo.

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Talismano Jean Cocteau

Eclettico Cocteau. Funambolico Cocteau. Grande Cocteau: pochi hanno colto la sua abbacinante profondità dietro lo specchietto per le allodole della mondanità. Un artista è essenzialmente ciò che gli viene rimproverato di essere: non si sfugge, che l’artista lo sappia o meno. Siamo i nostri difetti, i nostri azzardi, le nostre proteste, i nostri pozzi ctoni, i nostri spigoli vivi. Siamo la nostra ferita, tanto più quando essa duole, quando suppura, quando spruzza e spruzzando sprizza. Luce e calore.

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Vedere senza intenzioni

Vi son vari generi di libri e, anche fra i saggi, non tutti appartengono alla stessa specie. Questo di Massimo Carboni, "L’ornamentale. Un percorso filosofico", del quale adesso possiamo leggere un’edizione ampliata e riveduta (rispetto alla prima di vent’anni fa), sarebbe forse appartenuto a quella raccolta di interventi vari e brillanti che, posteriormente raccolti attorno ad un tema, finivano col circuirlo da diversi punti. L’autore ha voluto invece coagularne la materia in un unico saggio, pur serbando un andamento mobile e problematico. Egli stesso ammette che “per quel poco o quel tanto che la parole libro designa o implica di conchiuso, compiuto,

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Sognando a occhi aperti. Alcune parole di Henri Lefebvre

Per anni ho osservato, attraverso il vetro sporco di una metropolitana in corsa, un tripudio di lapidi fare capolino dal nulla, nel mezzo di un viaggio ormai diventato anonimo, compiuto centinaia di volte. Un pezzo di vita quotidiana così logoro e banale, così intriso di oscenità, che ci vuole fegato a pensare di scriverci qualcosa. Eppure, il guizzo di lapidi riusciva quasi sempre a corrodere l’abitudine, catturando la mia attenzione prima dell’ultima fermata. Finché un giorno, interrompendo la routine, sono scesa ad incontrare i morti.

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Mossi

Di Genova, forse perché non c’ero, mi interessa il fuori. Il fine delle confuse operazioni di Genova fu il controllo. Prendere il controllo della piazza, del movimento, di una generazione. Fermare, gestire. Appropriarsi, fermare. Anche nei ricordi o nei sogni funziona così – si operano selezioni, strategie di controllo. Ogni estratto sposta il contesto e lo mette di lato. L’estratto è animato, è muto, e poi tutti ne parlano. Il fermo-immagine astrae da ogni contesto, isola e sputa fuori una nuova verità. Che sta lì ferma. La storia di Genova è anche quella di immagini false fermate come vere.

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Le immagini non bastano. A vent’anni dal G8

Per la verità bisogna combattere, non arriva da sola. In altri termini, non bastano le foto con il cellulare per raccontare cosa accade. Le immagini puntano il dito, attirano l’attenzione, ma da sole non portano alla comprensione degli eventi e alla individuazione delle responsabilità. Per quello che riguarda il G8 di Genova quella enorme mole di fotografie è servita per le condanne ai manifestanti e non per i fatti gravissimi accaduti alla Diaz o a Bolzaneto. Insomma, l’importanza delle immagini per la memoria storica è innegabile, ma non sempre questo coincide con la loro utilità giudiziaria.

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L’antica fiamma brucia ancora

"The Waste Land" è acqua e fuoco, insieme. Un sigillo dualistico per un testo potentemente evocativo, labirintico, tellurico, che si può percorrere verso l’alto, nella sua simbologia religiosa, iniziatica, mitica o, verso il basso, seguendo le radici di una terra spaccata dalla siccità, tra resti pietrosi dell’umanità in rovina, nell’apocalittico paesaggio del giorno precedente il Giudizio.

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Senza didascalie. L’ultima “Conversazione” di Vittorini

Fra i romanzi del Novecento, "Conversazione in Sicilia" di Elio Vittorini ha un primato indiscusso per la straordinaria fortuna illustrativa che ha conosciuto dalla sua prima apparizione a quella più recente (Bompiani 2021). Oltre a rappresentare il primo caso di fototesto italiano in virtù della settima edizione pubblicata da Bompiani nel 1953 con le fotografie di Luigi Crocenzi scattate appositamente per l’occasione sotto l’attenta regia dell’autore, esibisce una storia di traduzioni iconotestuali senz’altro unica.

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Forse sono i miei occhi. Su Gianni Caravaggio

C’è una luce strana oggi su Roma. O forse sono i miei occhi a non essere ancora pronti. Dopo otto mesi avevo quasi dimenticato quanto qui tutto potesse essere ingombrante – le pietre assolate riverberano di una luce anteriore, carica di anni, emessa nel passato ad una velocità finita. Ci vuole tempo per guardare. Affretto il passo per evitare di accumulare altro ritardo. Sono sul fianco destro di Villa Ada e dovrei arrivare in via di Tor Fiorenza per vedere gli ultimi lavori di Gianni Caravaggio. Le opere sono esposte nel nuovo spazio romano di Rolando Anselmi.

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Dante nostro non contemporaneo

La lettura dell’interessante saggio di Fulvio Conti "Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione" consente di effettuare un viaggio nei due secoli del culto dantesco, dalla riscoperta preromantica alla definitiva iconizzazione nella cultura popolare che ha arriso all’Alighieri nel corso dell’ultimo trentennio. Esso offre anche l’opportunità di qualche riflessione sull’effettiva persistenza di un’identità collettiva e – soprattutto – sul ruolo della letteratura nella formazione di questo patrimonio condiviso.

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Due mondi, io appartengo all’altro

Se si dà un mondo altro – e non ne abbiamo alcuna certezza, perché mai l’abbiamo conosciuto dentro la miseria di questo spazio e di questo tempo in cui ci è capitato di nascere – ecco, allora questo mondo lo avremo, sarà nostro, vi apparterremo solo perché lo avremo scelto e voluto.

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La misura dello sguardo

È di luce e di misurato ritmo che vive la fotografia di Pino Musi. Sin da quando esplorava, giovanissimo, lo spazio e i gesti del teatro d’avanguardia, interrogando nei primi anni ottanta del secolo scorso le ombre e i turbamenti di una scena dalle geometrie variabili, Musi costruisce le sue visioni di architetture, di paesaggi, di pagine antiche e di volti, sempre con la stessa urgenza, quella di mostrare non ciò che gli occhi vedono ma ciò che lo sguardo del fotografo distingue, quella forma, stabile ma non immota, che diventa immagine, una scrittura di luce che, inevitabilmente, ci riguarda, ci guarda

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Max Ernst, l’incontemporaneo

Ernst ha legato il suo interesse geologico all’uso del collage, evocando un’esperienza precisa vissuta nel 1919. Con una sorta di anamnesi, risale a quel giorno in cui, sul bordo del Reno, sfoglia le pagine di un catalogo illustrato con “oggetti per la dimostrazione antropologica, microscopica, psicologica, mineralogica e paleontologica. Trovavo riunite in queste immagini degli elementi di figurazione talmente disparati che l’assurdità stessa di questo assemblage provocò in me un’intensificazione subita delle facoltà visionarie e fece nascere una successione allucinante di immagini contraddittorie, immagini doppie, triple e multiple, sovrapposte le une sulle altre con la persistenza e la rapidità proprie ai ricordi

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De rerum natura. Due mostre parigine

Anche la mostra di Imhof, dunque, pur nel suo aspetto trasgressivo, è fortemente "museale", parte di un sistema di mercato ben definito. E questo senza nulla togliere all’interesse per il suo lavoro, ma a farci considerare che in fondo, in tanto dibattito su uguaglianza e parità di generi e diritti civili, l’unico campo in cui davvero, visivamente, la parità esiste (ma la verità, vera o presunta, sappiamo risiedere ormai nelle immagini) è il mondo della pubblicità, dove uomini, donne, vecchi, giovani e persone di etnie diverse convivono sorridenti in famiglie miste, di diverso orientamento sessuale, e benestanti. Tale inclusione non è quindi

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Sia a lungo nube. Conversazione con Guido Guidi

Qualcuno mi ha chiesto se disprezzo la città. Non disprezzo la città. Sono nato in campagna, sto bene in campagna. Quando andavo a Milano, lo facevo per andare alla libreria Salto o al Museo Poldi Pezzoli, non per ammirare gli edifici. Certo, mi piaceva Ca’ Brutta di Giovanni Muzio, ma non mi sono mai soffermato molto sugli edifici di Milano. In "Cinque Viaggi" non mi interessava ripercorrere la città degli architetti. Arrivo alla città dalla campagna e il libro finisce.

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Tornano i computer comics dei Giovanotti Mondani Meccanici

È notte fonda al Bar Tabù quando Ella, affranta e in cerca di qualsiasi cosa in grado di dare una scossa alla sua triste serata, ha la sventura di incontrare tre loschi figuri che non promettono nulla di buono. Sono i Giovanotti Mondani Meccanici, creature della notte, cyborg dalle rassicuranti fattezze umane, che nascondono i loro chip e circuiti elettrici dietro abiti e occhiali neri. È il 1984 e questa è la prima comparsa dei GMM in un “melodramma moderno notturno” pubblicato sulle pagine di Frigidaire, storica rivista fondata da Vincenzo Sparagna, Stefano Tamburini e Filippo Scozzari. E, a quanto pare, questo

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Avatars. Il desiderio di essere femmina

Si sogna quindi una società salvata dalle donne. Se le donne governassero, si dice, ci sarebbero meno guerre, meno violenza, meno competizione sfrenata, più compassione per l’altro… È evidente però che queste qualità femminili sono quelle che la tradizione patriarcale attribuiva alla donna, le quali vengono riprese oggi come virtù politiche. Evidentemente questo crea un corto circuito ideologico: da una parte la donna viene esaltata come miglior guerriera, come più fallica, dell’uomo, dall’altra invece come chi porta l’amore e non la guerra. Questo è il nodo del moderno Encomio della donna.

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Trenta assassini

Li ho qui davanti, i ritratti dei ‘trenta assassini’, e non ce n’è uno che ammetta di essere a riposo. Hanno occhi che specchiano l’avversario – il fotografo, l’intervistatore, il resto del mondo – e dicono: ‘A noi due!’ Dicono: ‘Ora farai i conti con me!’ Gli occhi di Cianchino, del Pesse, di Spillo. Non so a chi lo dicano, al resto del mondo, penso, o al canape, o allo spettatore, o al fotografo o a se stessi. Stringono gli occhi come chi prenda la mira. Loro sanno una cosa che noi non sappiamo. Qualcuno ce n’è come Vittorino, che ha gli

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Sospendere l’indeterminato. John Cage va a funghi

“I’d like to thank the mushrooms and all the people of Italy”: così, e in quest’ordine, si esprimeva John Cage alla televisione italiana il 26 febbraio 1959, contento di aver guadagnato un bel gruzzoletto che investirà in parte per acquistare un pianoforte Steinway. A Lascia o Raddoppia si era presentato come esperto di funghi, ed esperto lo era veramente: tornato negli Stati Uniti, nel settembre dello stesso anno, impartirà il corso “Mushroom Identification” alla New School for Social Research di New York.

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Guido Guidi, la città nella città

Fedele al suo stile di testimone di “luoghi imprecisi” o, per dirla con Lewis Baltz, "endsites", Guido Guidi rappresenta Milano e i suoi dintorni cercando un’attenzione diversa alle forme della città, che non fa più affidamento sul potere evocativo dei nomi delle strade, delle piazze, delle architetture [...] Cerca piuttosto di lavorare con uno sguardo che presuppone i nomi e dunque la storia della città, descrivendone le forme in una percezione più individuale: come la consistenza della luce, la densità dei colori e della materia, la concentrazione e rarefazione della traiettoria, il fluidificarsi o congelarsi delle linee di movimento. E soprattutto un’essenziale

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Trionfi della morte: Stefano D’Arrigo e Gesualdo Bufalino

Le città felici, come insegna il memorabile finale di Camus, non hanno molto corso in letteratura, anche se la loro fama le vanta nobili, magnifiche, imperiture persino. Fin dalla più remota antichità, quando Europa era ancora soltanto il nome di una principessa di Tiro, due rocche ci vengono incontro nelle parole dei poeti, e sono accomunate da un destino nefasto: Troia e Tebe. [...] All’incrocio tra questi archetipi insieme mitici e storici – la città diruta e la città ammorbata – si situa il percorso di lettura che vorremmo tentare, scegliendo per l’occasione due tra i massimi romanzieri italiani del secondo Novecento,

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Ammalarsi, Hitchcock

Tra i film-tavole della legge, a interrogarsi sulle allucinazioni del tempo è quello intitolato all’abbagliarsi della visione, al quale l’atlante ossessivo di Calasso è dedicato: "Vertigo" di Hitchcock. Film su un’ossessione destinato a farsi a sua volta ossessione, non c’è forse opera del cinema più magnetica, ed è senz’altro quella più talmudicamente postillata. Quello passato alla storia della tecnica del cinema come "effetto Vertigo" deforma ovviamente lo Spazio, ma allude pure alla natura reversibile del Tempo.

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Cosmopolis

Nasi e ornitologia

«Il naso nella faccia è molto sensibile, dice Giovan Battista Della Porta nella Fisonomia dell'uomo, perché questa sola parte fra tutte le

Imago

Microgrammi

Scrizioni

Ritratti

A come Memoria

Negli "Emigrati" (1992) e negli "Anelli di Saturno" (1995) Sebald ha tematizzato la memoria e il diritto-dovere di ricrearla, ma l’ha fatto