Lezama Lima, in un giardino di stelle

Lezama non intende l’imago alla stregua di un minuto particolare capace di far scoccare “la scintilla sensoriale senza la quale un libro sarebbe morto”. Essa è per lui il punto d’intersezione fra gli elementi di una relazione analogica, nella quale il rapporto causa-effetto cede il passo a un “causalismo magico” di corrispondenze inusitate e sorprendenti, la cui correlazione è affidata a una sintassi elicoidale, unica o quasi garanzia d’intellegibilità per chi si aggiri fra i molteplici livelli linguistico-espressivi che connotano la prosa anche saggistica di Lezama.

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L’età dell’algoritmo

Dire che oggi viviamo nell’ "l'era dell'algoritmo" significa riconoscere che gli algoritmi stanno rimodellando la realtà sociale in cui viviamo, ma significa anche riconoscere il ruolo della figura dell'algoritmo nel nostro linguaggio e il modo in cui ha catturato la nostra immaginazione. Oggi, quando pensiamo al futuro, pensiamo agli algoritmi. Questo non è qualcosa di completamente nuovo nella storia della tecnologia; altri artefatti hanno giocato un ruolo simile in passato.

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Pavel Florenskij, vedere l’Uno

Florenskij delinea un excursus sul filo della prospettiva, dalle scenografie greche fino all’arte rinascimentale. Fa emergere come la violazione alle regole della pittura illusionista, o addirittura l’assenza della prospettiva, non possa essere “affatto considerata una semplice questione di abilità o non abilità dell’artista, ma ha le sue origini a un livello molto profondo, nelle decisioni di una volontà radicale che dà il suo impulso creativo in una direzione e in un’altra”. [...] Tale deroga ai principi della rappresentazione classica viene denominata da Florenskij, appunto, "prospettiva rovesciata".

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Talismano Paul Thomas Anderson

Indagando l’anima nera di Daniel Plainview, scavando nel Petroliere che abita nel nostro sottosuolo, ho cavato questa confessione in hora mortis.

Lo confesso: ho ucciso l’impostore che sostenne di essermi fratello.
Lo confesso: ho ucciso un predicatore falso come un dollaro falso.
Lo confesso: ho ucciso dentro di me il figlio che voleva mettersi in proprio.

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Michele Spanghero. Ad Libitum

La meccanicità dei gesti restituisce il peso dell’assenza, il rumore di fondo delle nostre vite. Il calore del respiro cede il passo alla freddezza del calcolo, della reiterazione. Ma l’automatismo, in fin dei conti, va di pari passo con la spontaneità. Prevale l’istinto. Le opere di Spanghero prendono forma nell’interazione, nella collettività. Presagiscono una fine incerta.

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Che cos’è l’invisibile?

Quando mi trovo dentro un luogo della storia sento che l’invisibile occupa la quasi totale maggioranza dello spazio. Intendo l’invisibile come qualcosa che non riesco a vedere in quello spazio, ovvero tutti i fatti e le vite che lo hanno abitato e percorso nel corso dei secoli, insomma ciò che non conosciamo della storia e tutto quello che è scomparso. In qualche modo l’invisibile è la mia ignoranza, che non mi permette di vedere ciò che ora non si vede più.

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Al cinema senza erotia. La ‘Casa dei ricchi’ di Gadda

Nei titoli di testa di "Un maledetto imbroglio", film di Pietro Germi del 1959, si legge che lo spettacolo che sta per iniziare è una «libera riduzione» di "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" di Carlo Emilio Gadda. Il titolo, peraltro efficacissimo e degno del noir, genere cui la pellicola aspira a essere ascritta (malgrado qualche squarcio di commedia all’italiana), tradisce quello del romanzo, lo “riduce” a una forma più intellegibile, non più dialettale.

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Vedute di Hölderlin

Per trentasei anni, metà della sua vita, Friedrich Hölderlin guardò lo stesso paesaggio dalla propria finestra nella torre di Tubinga. [...] Ora Giorgio Agamben ha dedicato un volume ai lunghissimi anni trascorsi da Hölderlin a Tubinga ospite del falegname Zimmer ("La follia di Hölderlin. Cronaca di una vita abitante 1806-1843", Einaudi 2021). Si aggiunge un importante contributo, anche filologico, all’esegesi del mitologema.

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Michelangelo Antonioni, lo strappo nel Reale

«Sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà. Il cinema astratto avrebbe dunque la sua ragion di essere». Queste parole di Michelangelo Antonioni sono del 1964, l’anno di Deserto rosso: a metà strada, dunque, fra l’“astrazione” dell’Eclisse e Blow-Up.

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Quei ragazzi del loggione, un secolo fa

Sono usciti recentemente – a solo un mese di distanza l’uno dall’altro – due libri che documentano in modo inedito la passione cinefila di Gesualdo Bufalino e di Leonardo Sciascia. I festeggiamenti per il centenario della nascita dei due scrittori siciliani – l’uno più anziano dell’altro di soli due mesi – si sostanziano di due pubblicazioni davvero preziose.

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Frédéric Pajak, gli incerti del viaggio

È da pochi giorni nelle librerie il secondo volume della serie "Manifesto incerto: Sotto il cielo di Parigi con Nadja, André Breton, Walter Benjamin", scritto e disegnato da Frédéric Pajak. Il febbraio scorso, l’editore romano aveva messo in commercio il primo volume della serie, una sorta di moderne Mémoires d’outre-tombe in prosa, in versi, in didascalie e in inchiostro, opera non di un diplomatico ma di un viaggiatore maledetto, se volete, di un flâneur che, forte di un’acribia invidiabile, da una decina d’anni sta scrivendo e disegnando la testimonianza del suo percorrere una terra abitata – essenzialmente cittadina – e sempre

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Dipingere l’Irreparabile

Forse, non si sbaglierebbe se nei ritratti di Modigliani si riconoscesse una concezione monadica (e non atomica) dell’essere umano – singolarità anonima e indivisibile, priva sia di porte sia di finestre (gli occhi e la bocca, le soglie attive tra l’interno e l’esterno del volto, sono infatti tendenzialmente inaccessibili), specchio vivente di un mondo che non esiste al di fuori dei suoi riflessi.

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McLuhan, signor Pieno e signor Vuoto

Nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 1980 a Toronto, per una emorragia cerebrale, si spegneva a 69 anni il pensatore canadese, il “guru”, il profeta dei media. O anche il filosofo, il critico, l’educatore: cos’altro, cos’oltre? Si spegneva, come diremmo di un televisore, come forse non diremmo di un computer o uno smartphone, costantemente accesi - chi spegne davvero i suoi dispositivi?

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Contro la dittatura del tempo. De Chirico neometafisico

Celebrare la Neometafisica spogliandola di pregiudizi e preconcetti per renderla statua immortale alle soglie del tempo; rivalutare gli ultimi dieci anni della produzione pittorica dell’Optimus per scolpire l’architettura gloriosa di una grande stagione pittorica; imbarcare il lettore su un piccolo paccobotto e salpare alla riscoperta di un mito tutto moderno: questi gli intenti sottesi all’affascinante e labirintico libro di Lorenzo Canova.

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Variazioni per un oceano

Ha camminato verso la riva con un senso di trionfo: Santa Monica era brutta come ricordava. Un parcheggio di sabbia, e ora ci tornava con un passeggino.
L’ha trascinato per molti metri, guardando a destra e a sinistra alla ricerca di un bar che sapeva non esserci.

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Spiegando la fotosofia

La fotografia si occupa di tre regioni della realtà: la visione, una capacità umana costitutiva; l'immagine, un termine generico per indicare la realtà percepita; e il lume, una precondizione perché un'immagine possa essere vista. Praticando la fotografia, il filosofo può riflettere sulla visione, l’immagine e il lume.

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Architetture scalze

È un oggetto originale, che solo per abitudine, per forma e struttura (di fatto, è carta, con copertina più pesante, e numeri di pagina) possiamo chiamare “libro”. In realtà “Architetture scalze, ecoteatri sostenibili + altre storie”, di Luca Ruzza è molto altro. È un cammino, è un percorso, o forse è semplicemente per chi legge un invito. Un invito a entrare in uno strano, stranissimo laboratorio del pensare e del fare.

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Wassily Kandinsky, musica per gli occhi

È con qualche rammarico che, leggendo la ripresa in edizione economica di "Punto, linea, superficie", si scopre che nessuna nota redazionale sia stata apposta a soccorso del lettore che, fin da quando, nel 1968, era apparsa la versione di Melisenda Calasso, non aveva potuto trattenersi dal nutrire qualche riserva circa la resa del titolo di questo "abbozzo d’una metafisica della forma". "Punto, linea, superficie" è, come si suol dire, titolo di “sicura presa”; ma è altresì vero che è alquanto infedele.

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L’ellissi riflessa. Le fatali attrazioni nel vuoto di Eco e Narciso

Recuperare il “filo della tradizione” e chiamare per nome la rinnovata memoria dell’antico è un invito che in questa sede viene accolto per indagare la mostra "Eco e Narciso. Ritratto e autoritratto nelle collezioni del Maxxi e delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini", che si è tenuta dal 18 maggio al 28 ottobre 2018 e che è stata l’occasione per la riapertura al pubblico di una parte di palazzo Barberini, fino ad allora non visitabile.

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Squittii da manicomio

Dai vetri della lanterna il guardiano intravede il formicolio nervoso di centinaia di bestiole e soprattutto sente lo squittio assordante dei topi che penetrano all’interno della torre, si arrampicano su per la scala a chiocciola fino alla porta di ferro sprangata coi tre chiavistelli. A quella soglia è legata la sua sopravvivenza: terrà a tanta pressione animale esterna? Sarà un porto sicuro che gli salverà la vita o il suo sepolcro?

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Che cosa vogliono le immagini?

Le immagini ci spiano e agiscono su di noi; ci chiedono di essere complici di una scena proibita o privata; si svelano e svelano l’inganno e la loro artificialità (ceci n’est pas une pipe); tematizzano lo sguardo e il guardare; ci ricordano che siamo osservatori indiscreti e stimolano il voyeurismo morboso (sia per il sesso che per la violenza) che – volenti o nolenti – ci caratterizza come umani.

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Il segno, il virtuale

Virtuale è, precisamente, ciò che reale lo è già, ma in una dimensione spazio-temporale suppletiva, ulteriore dal presente appena compiutosi; un presente all’interno del quale il virtuale esercita una pressione infinitesimale, diversa da quella imposta dal possibile, che si articola sotto al segno dell’aleatorietà della previsione. In questa fotografia, come in ogni immagine, non è difficile pensare a quel virtuale.

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