Il serpente e la croce. Migrazioni gnostiche

Guardare l’immaginario attuale, anche quello che più pare distante, rintracciando arconti, angeli, demoni, eoni, scintille divine, saggezze luminose e illuminanti è forse un modo, non per abbandonare la ragione, ma per portare la ragione oltre i limiti angusti del solo intelletto calcolante.

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Farewell to the Gashouse

Da anni tento in modi vari di dire addio al mio Gasometro, da anni non lo riconosco più (avevo però previsto tutto: il correlativo oggettivo sarebbe stato degradato ad oggetto-oggetto, pinnacolo sotto al quale darsi appuntamento; avevo visto in lui una stazione spaziale internazionale e ne fanno centro vaccinale; avevo previsto le mascherine; avevo previsto la sua onnipresenza in tivù e cinema, la sua carnevalizzazione). [...] Così, la mattina successiva all’incendio-crollo ho colto l’occasione per fare quello che andava fatto. Ho attraversato la città e sono andata a scattare foto ai guardoni, ai trespoli delle telecamere, ai ciclisti domenicali, ai tavolini e

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Scripta, l’arte a parole

In Italia certo si fanno ogni giorno presentazioni di libri d’arte, di saggi o volumi miscellanei, e certo esistono pure festival su argomenti che coinvolgono l’arte. Ma a cercare un festival dedicato specificamente al rapporto tra l’arte e le parole, a come l’arte contemporanea sia tradotta, veicolata, diffusa dalla critica contemporanea prevalentemente italiana, forse solo "Scripta. L’arte a parole" risponde a questi requisiti.  Una rassegna che è nata e si svolge a Firenze - un osservatorio forse un po’ decentrato rispetto a città quali Milano e Torino, ma proprio per questo molto attento nel selezionare le sue proposte - e che giunge

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Elogio della distrazione

La cultura occidentale ha posto ai poli dell’attenzione la concentrazione e la distrazione, stigmatizzandone le qualità: positive per la prima, negative per la seconda. Uscire da questa impasse non è semplice, anche solo per consuetudine. Basti pensare all’abusata espressione “deficit dell’attenzione” che rimanda a quell’atteggiamento definito genericamente “distratto” – e pertanto deficitario – manifestato da adulti e soprattutto da adolescenti in risposta (negativa) ai tanti stimoli della società contemporanea. La questione, però, non è così definita come sembra e questo vincolo binario, in cui la concentrazione porterebbe alla vera conoscenza e la distrazione alla non-conoscenza o alla falsa conoscenza, può essere messo

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Nei processi delle immagini (fotografiche)

Per semplificare, spesso utilizziamo parole generiche. Da qualche decennio stiamo assistendo a una sorta di spostamento, dal termine “fotografia” a quello di “immagine”, almeno nel campo della fotografia più vicina al sistema dell’arte contemporanea. La maggior parte degli artisti che utilizzano il medium fotografico o che hanno un approccio metafotografico con la realtà preferiscono nominare la parola “immagine” ed estendere il significato della loro ricerca in direzione dei fenomeni che sono stati presi in considerazione dai 'visual studies' e dai 'culture studies', da nuovi approcci iconologici e da altri campi di ricerca legati a questioni visive. Forse è vero che nel tempo

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L’impacchettatore e il funambolo

Christo ha avuto il suo trionfo postumo. Eppure, nonostante l'eleganza del telone dai riflessi argentei e azzurri, il "bondage" in cordoni rossi e la seduzione dei monumentali panneggi, l'Arc de Triomphe impacchettato sembra velato dal déjà vu e da un'ombra di mummificazione burocratica. A dispetto delle intenzioni dell'autore, non si può non pensare a un omaggio grandioso e istituzionale all'artista scomparso l'anno scorso, un prestigioso sigillo su una pratica da archiviare.

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Filippo de Pisis, il demone della latenza

Il mondo dipinto o descritto dal “marchesino pittore” è un mondo latente. Su carta velina paiono stenografati i quadri e incise, con candore di fanciullino, non privo di causticità irridente e aplomb aristocratico, le prose di Filippo de Pisis, 'mise en abyme' del quotidiano esistere, “memorie di cieco” (per scomodare Derrida), tramestii e tempi languidi immaginati, intuiti e descritti. La parola esorcizza il gesto muto della pittura o il gesto pittorico esorcizza l’agrafia? Le prose del “marchesino” sono a loro volta latenti, nascondono l’ossessione della visione dietro la superficie/schermo di una descrizione minuziosa e maniacale, mettono gli 'occhiali da cieco' a una

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Nello sciame. Asemic talks

Parlando di scrittura asemica, tendo sempre ad aggirarne una rigorosa definizione. Le riconosco, però, una valenza più empirica che teorica, almeno in origine. Qualsiasi pratica sperimentale presuppone infatti strumenti, anche rudimentali, di partenza, costruiti per uno scopo o ad esso adattati. In questo caso, l’esistenza di codici di riferimento, di linguaggi o l’idea stessa di codice sono 'lo strumento'.

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Poesia e Resurrezione

In una lettera di Agostino indirizzata a Consenzio, leggiamo: «Mi domandi "se il corpo del Signore abbia adesso le ossa e il sangue con tutte le altre fattezze fisiche". Perché non mi domandi pure se ha ancora gli stessi vestiti? Non sarebbe, forse, il quesito, più completo?». Se si guarda alla poesia come al luogo di una costante resurrezione della parola, possiamo a nostra volta avanzare un quesito non distante. Questo tornare al mondo della parola corrisponde a un venire immutato, a un venire con le stesse vesti, in cui ciò che cambia è soltanto il movimento di ostensione - il porgere

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Verifica dei poteri digitali

Da più di un decennio Pietro Montani va elaborando una riflessione su ciò che egli chiama il «sensorio digitale», la quale, sebbene prioritariamente incentrata sul rapporto con il passato, in particolare quello traumatico, mira a estendersi anche all’archivio web del presente. Montani, al pari di Wu Ming 1, denuncia i limiti del détournement situazionista, tra i quali egli addita in particolare l’inabilità a produrre «autenticazione». Non sempre la parodia è in grado di produrre significato e significatività, anzi talvolta essa è esposta alla propria neutralizzazione, volontaria o meno, da parte di particolari contesti di ricezione.

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Paul Schrader, un uomo solo in una stanza

Tell/Tillich è il protagonista dell’ultimo film di Paul Schrader, "The Card Counter" – e già il titolo della pellicola, come il doppio nome del personaggio (dove convergono il leggendario eroe dell’indipendenza svizzera e il filosofo e teologo luterano Paul Tillich, la cui opera è sicuramente nota a Schrader), fornisce indizi utili per comprendere la costruzione di un personaggio che si pone – lo ha confermato lo stesso regista – nella scia di altri “uomini soli in una stanza”.

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Michel Leiris, la scrittura e il soggetto 

La struttura del soggetto e la possibilità di scrivere, l’irruzione dell’eterogeneo nel simbolico e lo statuto della parola sono immediatamente messi in gioco dall’attività letteraria di Leiris, fin da "L’Âge d’homme". La separazione dal corpo, dalla soggettività agente – che la scrittura impone e garantisce – deve essere disgregata attraverso un intervento violento, capace di trasformare l’invenzione in rischio e in confronto con il limite.

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Palazzo Taverna, lo spazio dell’esperienza

All’alba di domenica, dalle 6.58 alle 9.58, a Roma riapre Spazio Taverna con Alba Taverna. Un invito alla rinascita nell’ora dell’inizio del giorno. Per l’occasione si terrà una conversazione tra Marco Bassan e Giulio Bensasson, artista ospite della Finestra Taverna di ottobre 2021. Al termine della conversazione verrà presentato il programma Spazio Taverna settembre-dicembre 2021. Il 27, lunedì sera dalle 21.30, la prima “esperienza” della nuova stagione, dal titolo "Abitazione", vedrà Andrea Cortellessa incontrare Andrea Zanzotto.

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Pensate domani è la fine del mondo. Su un video di Elena Bellantoni

Vediamo quello che sembra un corpo femminile, minuto, di spalle, vestito di nero, che cammina con passo deciso in un corridoio spazioso, antico. Sullo sfondo, oltre un’ampia porta a vetri, si scorge la scalinata che porta al convento di Santa Maria in Aracoeli. Siamo a Roma, al Campidoglio. Siamo in cielo. Insieme ai passi della figura femminile si sentono dei versi d’uccello, scopriamo poi che sono dei corvi. C’è uno stacco, primo piano sul viso dell’artista, Elena Bellantoni, concentrato, attento, gli occhi sembra guardare in direzioni diverse, proprio come quelli degli uccelli. Ma ora c’è anche un altro suono, che

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Artaud o la rivoluzione dell’altrove

Due libri artaudiani, ripubblicati recentemente, sembrano disporsi come il foglio bifronte della rue Visconti e ci permettono di ripercorrere attraverso l’incrocio Messico/Bali il fertile nodo con cui Artaud tiene insieme la cultura occidentale e un suo altrove, incarnatosi di volta in volta in figurazioni o trasfigurazioni geografiche diverse: in una Bali ricostruita nella Parigi degli anni Trenta, tra un’etnologia sempre più cosciente e un colonialismo morente e mai morto; e nella Sierra Tarahumara messicana, traguardo del viaggio oltreoceano di Artaud a metà strada fra la spedizione etnografica e il pellegrinaggio, reiterazione della pagina simbolica di Eliogabalo e preludio all’ultima immersione nei segni

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L’ombra e l’icona

La montagna è lo specchio dove di tanto in tanto un dio si riflette, l’icona è lo specchio dove di tanto in tanto si riflette un uomo. Discorriamo intorno a due libri. Il primo, ripubblicato da poco, è Icone. "Il grande viaggio", a cura di Tania Velmans per le edizioni Jaca Book. Il secondo è una nuova traduzione delle "Porte regali" di Pavel Florenskij, per le edizioni Adelphi.

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Il silenzio dell’arte. Danh Vo

Nessun titolo a supporto, nessuna indicazione di senso, viene in aiuto. Abbandonati a noi stessi e alla primordialità di uno sguardo, del nostro sguardo. È davvero potente questo silenzio che Danh Vo inserisce nel suo gesto artistico. Direi che sia proprio in questo silenzio la chiave della sua opera.

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Adolfo Porry-Pastorel, il circo del potere

Nato nel 1888 e attivo come reporter e giornalista tra gli anni Dieci e Quaranta, Pastorel divenne famoso per essere stato «il fotografo di Mussolini», quello “originale”, istaurando con lui un rapporto complesso fatto di fiducia ma anche di profonde diffidenze (tanto da venire attenzionato dalla censura fascista). Un rapporto che gli ha permesso di accedere al “dietro le quinte” della vita privata e pubblica del Duce, fino a diventare testimone privilegiato (e insieme fautore) di quella estetizzazione della politica, di quella costruzione artificiale e artificiosa dei segni del potere operata dal regime.

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Walter Niedermayr, un atlante delle trasformazioni

Walter Niedermayr, italiano di lingua tedesca, è un artista tra i più radicali. Forse dovrei dire che è sudtirolese ma secondo la definizione di Europa data da Étienne Balibar, “paese di frontiere e di confini, delimitazioni in perenne cambiamento all’interno di zone iperdeterminate”, dovrei dire piuttosto che Niedermayr è insieme il primo e l’ultimo degli europei: perfetto esempio dello stare senza stare in una nazionalità relativa, al margine estremo di una penisola. Oppure – se si preferisce – Niedermayr è un artista in perlustrazione nell’impermanente, pur avendo da sempre casa e studio a Bolzano. Nel novembre 2017, a Innsbruck in

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Visioni di gioco e giochi di visione. Laura Accerboni e Carmen Gallo

Sembrano incontrarsi nello spazio ambiguo attorno a questo termine, ‘posizione’, due libri molto diversi entrambi pubblicati nel 2020: "Acqua acqua fuoco" di Laura Accerboni e "Le fuggitive" di Carmen Gallo. Fin dai titoli si disegnano movimenti, si esplorano posizioni diverse, spesso scomode, e si inseguono linee di fuga per lo sguardo e per il pensiero; è così anche per noi lettrici e lettori: cambiando posizione si moltiplicano i punti di vista; nello slancio visuale innescato dalla nuova dimensione prospettica si spalancano vedute inattese. Prendono forma delle vere e proprie figurazioni, immagini modellate dalle due autrici con attenzione alle arti visive, dalle quali

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Orizzonti di Land Art

Se l’arte è soprattutto comunicazione di un’emozione, un’esperienza, in una forma insieme rappresentativa e libera, realistica e simbolica, perché non allargarne i confini in un universo molto più ampio e variegato? Perché limitarsi ad una semplice superficie bidimensionale? Perché circoscriversi in un limite convenzionale, pittorico o scultoreo?

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Morte del museo?

Così come è accaduto per la storia dell’arte, di cui nei primi anni Ottanta del secolo scorso Hans Belting aveva prima ipotizzato e poi stabilito la fine, precisando che l’arte non sarebbe scomparsa ma che si sarebbe collocata in un diverso orizzonte di senso dando vita ad altri approcci di studio (l’antropologia delle immagini è stata la sua proposta) e comunque mettendo termine ad una tradizione di storia dell’arte universale e unificata, oggi credo sia possibile ipotizzare un radicale cambio di paradigma per il museo, la chiusura di un ciclo per un’istituzione che già oggi non è più il luogo in cui

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Marx può aspettare

È una grande storia d’amore e di dolore quella che Marco Bellocchio narra e immagina da quasi sessant’anni. E, in questo film, così discreto e agile, è come se l’intero arco cinematografico del regista piacentino trovasse la sua chiave di volta.

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Se gli alberi scompaiono…

Il paesaggio che attraversiamo in occasione del terzo appuntamento del Fondo Ghirri è quello tracciato e denunciato da un poeta come Andrea Zanzotto, inseguito e tradotto da un artista visivo come Giuseppe Caccavale, dislocato e aperto da un fotografo come Luigi Ghirri. Nessuno di questi tre artisti invitati si è di fatto riferito al paesaggio pensandolo come uno scenario fermo, acquisito e immutabile, su cui – come un fondale – trascorre la vita quotidiana. Anzi, seguendo i percorsi tracciati, non si può non avvertire, in ognuno di loro, l’instabilità, la reazione sensibile ai cambiamenti inferti dalle nuove forme di consumo della società.

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Cosmopolis

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