Aberrazioni (non) marginali. Uno scorcio

'Aberrazione' è termine tecnico, ben noto grazie alle fotografie, e sta a indicare la discrepanza tra l’immagine prospettica e quella retinica: la prospettiva piana proietta le linee rette in quanto rette, ma, essendo il nostro schermo convesso, le vediamo (percepiamo) come curve. Finché si resta nell’ambito del disegno, poco male, per evitare il fenomeno, basterà ricordarsi di evitare la distanza troppo ravvicinata, ma il pensiero, il pensiero è tutto un altro discorso. La concezione prospettica matematizza anzitutto lo spazio, e il tempo, in modo da poter analizzare (disporre) corpi e cose nello spazio-tempo, e restituire quindi il rilievo (dati) in prospettiva. E,

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Della miseria simbolica. Stiegler e la digitalizzazione del mondo

Stiegler, sintetizzando e portando ai suoi esiti finali quasi cento anni di pensiero critico sul fenomeno di vertiginosa evoluzione tecno-industrial-virtuale delle nostre società, persiste nel rivendicare l’esigenza di un ripensamento radicale dell’estetico che permetta di far apparire una nuova possibilità di appropriazione della crescente trasfigurazione del mondo in immagine o, detto con terminologia più attuale, della sua digitalizzazione. Il mondo-immagine, che già Heidegger aveva indicato come l’esito dell’epoca della tecnica, diviene ora, per noi, un mondo digitalizzato e perennemente a portata di sguardo: un metamondo, come ben ha intuito uno dei più perspicaci tra suoi ideatori, Mark Elliot Zuckerberg.

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La città dall’erba nera

Nella zona di esclusione le piante non possono più essere considerate come semplice verde, ma diventano la manifestazione stessa del vivente. Grazie all’incredibile forza di resilienza e alla rapida capacità di adattamento sono riuscite a mutare le proteine come mezzo di protezione contro l’alto livello di radioattività. È un dato di fatto, però, che se insetti e microrganismi non torneranno e non ripristineranno la loro attività di trasformazione della materia vegetale, la crescita sarà a rischio. L’erbario diventa quindi una capsula del tempo che conserva luci e ombre di una materia vegetale un tempo viva e ora sfibrata e fragile.

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Monello, non modello. Il Bussotti illustrato

Ne abbiamo viste e sentite tante, ma ancora oggi ogni stranezza nel mondo dell’arte puzza di fregatura. Sembriamo non imparare molto e distinguere l’onestà artistica dall’impostura pare ancora difficile. Nella musica è accaduto tante volte (Satie, Cage, Scelsi… originali geni o fortunati truffatori?) e tra le ultime vittime di questo grande dubbio c’è stato certamente Sylvano Bussotti, guardato talvolta con sospetto anche dai più fanatici del contemporaneo.

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Sulla strada con Caio Mario Garrubba

Garrubba usa le storie e le somiglianze tra l’atmosfera e il soggetto per stringere legami inaspettati tra le persone e i luoghi più lontani, dando così all’osservatore la possibilità di attraversare un ponte attraverso le divisioni geografiche, temporali e culturali. Fotografo indipendente, viaggiatore, camminatore sempre in giro da una parte all’altra del mondo con la sua Leica, Garrubba si confonde tra la folla e scatta continuamente. Dai provini fotografici esposti si vede che, come molti 'streetphotographers', sceglieva un punto promettente e aspettava di vedere cosa sarebbe successo. A volte le persone guardavano il fotografo dritto in faccia, scrutandolo apertamente così come lui

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Saul Steinberg, Yankee Doodle Dandy

«Sto lavorando su Steinberg, sto consultando quanto più attentamente possibile il dettaglio del suo lavoro. […]. Qual è l’idea generale che ho di quest’opera? A prima vista è un’idea aggettiva: ricopro Steinberg di aggettivi». Così Roland Barthes scriveva nel 1976, subito ammettendo, però, che la colluvie di aggettivi ch’egli sgrana non avrebbe comunque potuto esaurire la polisemia della sua opera. «L’idea generale che ho di Steinberg è ch’egli è, alla lettera, inesauribile» – concludeva Barthes, fornendo una chiave interpretativa che sarebbe diventata canonica nell’accostarsi al «grande cartoonist» (la definizione è di Nabokov) rumeno di nascita, italiano di formazione, americano di nazionalità.

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Immagine di un interno. Incontro con Giulio Paolini

Fuori il lago è ricolmo di luce. Visto dall’alto sembra una porzione stagnante di cielo. Uno specchio di luce versata.

Sto rimandando queste parole da alcuni giorni. Forse per timore d’intaccare l’immagine del nostro incontro. Alcune cose dovrebbero restare nel silenzio. Unicamente lì, dove sono accadute. A maggior ragione quando si tratta di una situazione come questa.

Forse ancora oggi non so cosa ci siamo realmente detti durante quell’incontro. L’unica cosa certa è che qualcosa di inaspettato sia successo. So solo questo.

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Dal deserto rosso

Sono un punto solo nel deserto rosso: / oggi è questa la mia dimensione, un punto / che non ha lunghezza, larghezza, profondità,/ caduto dalla parte più alta del cielo su una terra / piena di silenzio e pura improvvisamente.

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‘Flashes’ sul Giappone

Nei locali pubblici giapponesi, in particolare nei ristoranti, è permesso fumare. Certo ci si può rifugiare in una saletta interna, per lo più angusta, riservata ai non-fumatori. I bei tavoli che guardano all’esterno sono riservati a chi fuma.

“Ma l’importante – mi dice il mio Virgilio nella mia traversata del Giappone, Oleg, un russo gallerista che vive da oltre dieci anni a Tokyo – è che invece fumare per strada è proibito. L’esatto inverso che da voi”. E aggiunge: “Questo dettaglio è una chiave fondamentale per capire questo paese”.

Forse ha ragione lui. Mi pare di capire che la differenza cruciale tra il Giappone

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‘A Night at the Opera’. Ekphrasis

Esiste dunque una Zattera della Medusa in miniatura, acconciata incautamente da alcune figure chimiche pigiate nella cabina di un Transatlantico. Del mare in burrasca, del cielo plumbeo sull'oceano, nulla ci è dato sapere. Siamo chiusi in un interno, galleggiamo ancorati alla banchina. Nella stanza lo spazio è esiguo: letto singolo, oblò, telefono, ventilatore sopra la porta d'ingresso, un  baule ciclopico sotto la mensola. L'incubo di ogni scapolo. Spalleggiato da tre sodali imboscati, l'uomo che la occupa si è limitato a ordinare l'intero menu, compreso un numero sproporzionato di uova sode.

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Sereni e l’elaborazione dell’immagine

"Ognuno reagisce coi mezzi di cui dispone": questo è quanto Vittorio Sereni si sentiva di addurre a giustificazione del supporto poetico – un’estesa citazione dai "Feuillets d’Hypnos" di René Char – richiamato nel 1979 per la Presentazione di dieci tavole a colori di Enrico della Torre. Il poeta di Luino, che aveva raccolto i propri interventi di critica letteraria soltanto qualche anno prima in un opuscolo modestamente intitolato "Letture preliminari", dove rivendicava per sé la qualifica minimale di “lettore idoneo”, aveva già avuto modo di denunciare la propria inettitudine alla critica d’arte, proprio "per mancanza di strumenti idonei e di esperienza specifica".

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Caravaggio, il grido del testimone

Mi è sembrato giusto, quasi programmatico, raccontare in questo preludio come Michelangelo Merisi sia entrato nella mia vita e come la sua opera, in fondo, sia stata letteralmente un’apertura, al tempo stesso nel senso di una piaga, come se mi avesse ferito, e in quello di una metamorfosi. Anche se realmente accaduta, si tratta di una scena quasi allegorica che risale al tempo in cui studiavo in un collegio e, effettivamente, credo d’aver tanto più amato il poco che vidi del quadro poiché non sapevo fosse di Caravaggio. [...] Avevo scoperto quel viso femminile in una riproduzione in bianco e nero, tra

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Pinocchio e la macchina. Sul ‘commentario’ di Agamben

Il libro su Pinocchio si presenta, differentemente dagli altri, come un commento, o meglio, un 'commentario': una di quelle forme neglette che spesso, fin dall’antichità, sono state utilizzate per compiere l’operazione di onesta dissimulazione filosofica. Il commentario di Agamben si propone di inseguire Pinocchio nelle sue repentine, picaresche corse metamorfiche, postillando puntualmente i saltelli, le impiccagioni notturne, i pianti teatrali, i tuffi in mare, le ustioni brucianti del burattino, ossia i vari stati chimici – o alchemici – attraverso cui la 'materia prima' viene, via via, trasformata, senza mai tuttavia essere redenta né nobilitata.

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Raschiate dal fondo: nature morte (viventi) di Alessandra Carnaroli e Anne Imhof

Nel "Giudizio universale" di Michelangelo San Bartolomeo regge in una mano il suo corpo sventrato, nell’altra lo strumento del suo martirio: un coltello. La veste di pelle che pende nel vuoto ha il volto di chi l’ha dipinto. Martirio e creazione si incontrano nel gesto dello scorticamento. Lo stesso gesto che si riconosce nella raccolta di Alessandra Carnaroli, appena uscita per Einaudi: "50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti". 50 sono le pelli che Carnaroli ci mostra in una mano e 50 sono gli oggetti acuminati che espone nell’altra mano. Nessun martirio, però, se non quello etimologico della testimonianza, dal tono pungente,

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La giostra dell’automa. Su ‘Bros’ di Romeo Castellucci

C’è forse una sola cosa che, nel teatro di Castellucci, è più essenziale della presenza della parola incompiuta, anche se ad essa connaturata: la violenza dell’immagine. Dal dettaglio alla centralità dell’evento. Dall’omaggio al quadro della fucilazione del 3 maggio di Goya al fuoco di una torcia che lambisce un tubo al neon in un aspro legame: una vecchia luce sacerdotale costretta ad abbracciare la luce delle sale interrogatori, degli ospedali, degli obitori, delle celle frigorifere nelle macellerie. A tratti marcati si svela la natura cultuale del totalitarismo, e in veste grottesca appare poi l’idolo, sul pulpito, mentre i poliziotti in rango alzano

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Carol Rama, gomme di bicicletta e boschi di Scozia

Nel dicembre 1969, Alberto Burri espone alla Galleria Notizie di Torino le sue opere recenti, i 'Bianco Plastica' o 'Bianco Nero', nude superfici in cellotex su cui si assemblano, in partiture essenziali, riquadri di plastiche combuste con sagome elementari curvilinee o rettilinee, campite in acrilico nero. Poco dopo, nell’estate 1970, la mostra curata alla Galleria d’arte Moderna dal giovane critico Germano Celant, 'Conceptual Art, Arte Povera, Land Art', presenta i lavori, di ragione opposta, dell’Antiform statunitense, le monumentali cascate di strisce di feltro di Bob Morris e i cascami di cinghie di gomme, o 'Belt Pieces' di Richard Serra. Negli stessi mesi,

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Come i cavalli e come le rose

È arrivato al suo terzo libro, Matteo ("Nomì Kawuki Asmò Piaos But. Quando abitavo a Kabul il mio passero da combattimento si chiamava Cipolla. Cinquantacinque poesie di Matteo Boetti", Todi, CollAge, 2021,pp. 303 ill. col., € 36). Ma non è il suo Paradiso (anche perché ne prepara già di ulteriori). Cosa sono, allora, questi suoi libri? Semplici raccolte di poesie, risponderebbe lui. Che in quest’occasione le correda delle loro date di stesura, come appunto in un diario poetico. Ma basta aprirli, i libri, per capire subito che sono qualcos’altro: in un certo senso qualcosa di meno (programmaticamente vi latita ogni organizzazione, appunto

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‘Tatay’ o il con-tatto con il mondo. Una conversazione con Marina Ballo Charmet

Il cantiere visivo di Marina Ballo mostra la familiarità dell’artista con la materia di cui sono intessute le immagini, un’intimità che ha radici nella sua prima infanzia. Figlia del critico d’arte e poeta Guido Ballo, fin da piccola Marina ha avuto un rapporto con l’arte del Novecento, con gli oggetti, i segni, i colori del futurismo, dell’espressionismo, dell’astrattismo, delle ricerche contemporanee. Le inquiete variazioni della sua opera offrono un sotterraneo rimando a quel bagaglio raffinato e molteplice, una consuetudine che non è mai citazione, una profonda confidenza con la sintassi dell’arte, le sue trame e le sue forme. Da qui nasce la

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Margaret Bourke-White, vedere il mondo

Se il segreto di un buon giornalista consiste nell’essere al posto giusto nel momento giusto, poche persone lo hanno posseduto più di Margaret Bourke-White che, diventata fotografa alla fine degli anni Venti, sembra non avere mancato neppure uno degli appuntamenti più importanti intorno alla tumultuosa metà del Novecento. [...] Nulla sembra essere sfuggito alle macchine fotografiche di Bourke-White e al suo “metodo del millepiedi” (in inglese caterpillar) di cui lei stessa scrive con ironia nelle memorie, Portrait of Myself – in sostanza, la prontezza nell’inserirsi in ogni occasione, con le buone e con le cattive, magari strisciando tra le gambe degli altri

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Bailly e lo sguardo animale

Lo sguardo animale invoca, nel suo silenzio, la necessità di un senso che vada oltre l’ordine discorsivo, oltre la ragione umana, oltre l’umanità stessa come unico metro di giudizio. È, sicuramente, un pensiero oscuro, come la vita stessa. L’animale ci riporta all’oscurità della vita, alla sua fiera libertà, alla sua autonomia e alla sua infinita apertura verso ogni evento, verso ogni accadimento. L’animale è una tensione, un’intenzione, un puro tendere verso.

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Ecuba al buio

Si direbbe che i Motus, compagnia che da molti anni esplora le condizioni di visibilità mediate dalle nuove tecnologie, abbiano voluto qui deliberatamente creare un dispositivo di deprivazione della percezione. Gli ammassi indiscernibili sparsi per terra che vengono tagliati o segati dalle donne producono frammenti informi, metamorfici, mentre i lampi improvvisi di luce al neon non illuminano, ma accecano, creando piuttosto uno sbarramento per lo sguardo che mira a produrre una tensione, un lavorio continuo del senso della vista che sospende il giudizio del “mi piace” o “non mi piace” su ciò che gli spettatori si trovano di fronte e a cui

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Asja Lācis, la strada del teatro

Se non fosse chiaramente irrealistico pensare di racchiudere in un’unica immagine una esistenza così inquieta e densa come quella di Asja Lācis, l’emblema più pertinente che potremmo scegliere per lei sarebbe quello della strada. «Questa strada si chiama | VIA ASJA LĀCIS| dal nome di colei che | DA INGEGNERE | l’ha aperta dentro l’autore», così nel 1928 un invaghitissimo Walter Benjamin le dedicava 'Einbahnstraße' ('Strada a senso unico'), collezione di frammenti in prosa o Denkbilder [...] Ma la metafora di una 'One Way' moltiplicata su vari piani prospettici, eppure tenacemente orientata in un solo senso (come nella copertina costruttivista realizzata per

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Pietro Consagra, la materia poteva non esserci

Scrivendo di Consagra affiorano temi e problematiche estremamente attuali, a ribadire come la sua opera possa essere letta con gli occhi di un contemporaneo ed eludere così il tema della storicizzazione come condizione di appartenenza e aprire nuove genealogie [..]. Ineludibile il grande tema della frontalità, persistente nella sua opera per tutto il corso della lunga carriera (architrave oggi della 'visual culture'), al fine di modificare il contesto definendo come non possa esistere un punto di vista unico, attivando nuove dinamiche sia dello sguardo sia delle azioni. Non secondari però anche temi quali il rapporto dialettico con l’altro, presente fin dall’inizio del

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Gastone Novelli, viaggio al termine del fumetto

La nuova edizione dei "Viaggi di Brek", promossa dalla Fondazione Echaurren Salaris in collaborazione con l’Archivio Gastone Novelli, rimette finalmente in circolazione il gustoso fumetto del 1967 – strappando agli studioli dei collezionisti il monopolio della prima edizione, stampata da Bruno Alfieri e disponibile sulle piattaforme di distribuzione per il modico obolo di duecento euro. Le venticinque tavole dei "Viaggi di Brek" erano state esposte per la prima volta alla Libreria dell’Oca nel 1967, in occasione dell’omonima personale di Gastone Novelli. Come ricorda la curatrice Raffaella Perna, questo eccentrico antesignano del graphic novel esce due anni prima del più fortunato "Poema a

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