Walter Niedermayr, un atlante delle trasformazioni

Walter Niedermayr, italiano di lingua tedesca, è un artista tra i più radicali. Forse dovrei dire che è sudtirolese ma secondo la definizione di Europa data da Étienne Balibar, “paese di frontiere e di confini, delimitazioni in perenne cambiamento all’interno di zone iperdeterminate”, dovrei dire piuttosto che Niedermayr è insieme il primo e l’ultimo degli europei: perfetto esempio dello stare senza stare in una nazionalità relativa, al margine estremo di una penisola. Oppure – se si preferisce – Niedermayr è un artista in perlustrazione nell’impermanente, pur avendo da sempre casa e studio a Bolzano. Nel novembre 2017, a Innsbruck in

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Visioni di gioco e giochi di visione. Laura Accerboni e Carmen Gallo

Sembrano incontrarsi nello spazio ambiguo attorno a questo termine, ‘posizione’, due libri molto diversi entrambi pubblicati nel 2020: "Acqua acqua fuoco" di Laura Accerboni e "Le fuggitive" di Carmen Gallo. Fin dai titoli si disegnano movimenti, si esplorano posizioni diverse, spesso scomode, e si inseguono linee di fuga per lo sguardo e per il pensiero; è così anche per noi lettrici e lettori: cambiando posizione si moltiplicano i punti di vista; nello slancio visuale innescato dalla nuova dimensione prospettica si spalancano vedute inattese. Prendono forma delle vere e proprie figurazioni, immagini modellate dalle due autrici con attenzione alle arti visive, dalle quali

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Orizzonti di Land Art

Se l’arte è soprattutto comunicazione di un’emozione, un’esperienza, in una forma insieme rappresentativa e libera, realistica e simbolica, perché non allargarne i confini in un universo molto più ampio e variegato? Perché limitarsi ad una semplice superficie bidimensionale? Perché circoscriversi in un limite convenzionale, pittorico o scultoreo?

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Morte del museo?

Così come è accaduto per la storia dell’arte, di cui nei primi anni Ottanta del secolo scorso Hans Belting aveva prima ipotizzato e poi stabilito la fine, precisando che l’arte non sarebbe scomparsa ma che si sarebbe collocata in un diverso orizzonte di senso dando vita ad altri approcci di studio (l’antropologia delle immagini è stata la sua proposta) e comunque mettendo termine ad una tradizione di storia dell’arte universale e unificata, oggi credo sia possibile ipotizzare un radicale cambio di paradigma per il museo, la chiusura di un ciclo per un’istituzione che già oggi non è più il luogo in cui

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Marx può aspettare

È una grande storia d’amore e di dolore quella che Marco Bellocchio narra e immagina da quasi sessant’anni. E, in questo film, così discreto e agile, è come se l’intero arco cinematografico del regista piacentino trovasse la sua chiave di volta.

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Se gli alberi scompaiono…

Il paesaggio che attraversiamo in occasione del terzo appuntamento del Fondo Ghirri è quello tracciato e denunciato da un poeta come Andrea Zanzotto, inseguito e tradotto da un artista visivo come Giuseppe Caccavale, dislocato e aperto da un fotografo come Luigi Ghirri. Nessuno di questi tre artisti invitati si è di fatto riferito al paesaggio pensandolo come uno scenario fermo, acquisito e immutabile, su cui – come un fondale – trascorre la vita quotidiana. Anzi, seguendo i percorsi tracciati, non si può non avvertire, in ognuno di loro, l’instabilità, la reazione sensibile ai cambiamenti inferti dalle nuove forme di consumo della società.

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Sans trêve sans merci. Claudia Rankine e l’11/9

"Non lasciarmi sola" di Claudia Rankine arriva oggi in Italia, proprio in occasione del ventennale dell’attentato alle Torri gemelle. [...] Poeta, accademica, fondatrice del Racial Imaginary Institute, Rankine mette a tema il lutto, il dolore del settembre. Non come evento eruttivo, immediato contraccolpo della tragedia, ma come scia di dolore che si aggiunge ad altre scie. Se il titolo è legato ai postumi del trauma improvviso, il sottotitolo, "Una lirica americana", va preso nella disarmante ambiguità del suo aggettivo. Quale lirica può dirsi americana, dopo l’atto di guerra a un paese mai colpito ‘da fuori’ eppure in guerra civile permanente?

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Lorenzo Lotto e il sole interiore

Durante il Concilio di Firenze (1439), Gemisto Pletone reintroduce l’eliosofia negli ambienti umanistici italiani del Quattrocento. Il sole è inteso come la più efficace immagine interiore, ovvero in grado di attingere direttamente alla forza degli “agenti superiori”. Questa forza è atta a dinamizzare l’intelletto, facilitando illuminanti pensieri, nuove intuizioni, alte meditazioni filosofiche e slanci spirituali. Si tratta di una energia con cui si cerca di facilitare la deificazione solare delle persone. E questo è possibile perché ogni individuo, nella sua origine, è collegato ai governatori astrali dell’universo. Un ritorno continuo alla “primordiale natura”, quindi, un esercizio che collega la mente e il

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Venere e la bellezza della pittura

La presenza di Venere come protagonista delle decorazioni di Palazzo Te, già definito il «sacrario di Venere», esprime il carattere archetipico di questa divinità dell’Olimpo greco, attraverso i suoi aspetti anche contraddittori che si manifestano nelle diverse rappresentazioni della sua figura: dalla 'Venere pudica' alla 'Venere velata', dalla 'Venere marina' alla 'Venere vincitrice', alle favole mitologiche che la vedono coinvolta nel matrimonio con l’anziano Vulcano, in una passione erotica con Marte, in un coinvolgimento amoroso fino alla morte con Adone.

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Infinito in Casa Balla

L’apertura di Casa Balla pone per la prima volta attenzione su uno spazio trasformato dall’artista a propria immagine e somiglianza: e per questo è a pieno titolo (lo spazio del gusto personale, l’estroflessione mentale dei propri procedimenti linguistici e delle proprie piccole ossessioni) uno strumento indispensabile per penetrare i misteri, le umbratilità, le curiosità di una figura che si è sporta oltre la balaustra del tempo.

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La risata di Rembrandt

Sin da bambino, sono stato sempre affascinato e inorridito dagli autoritratti di Rembrandt. Finalmente in una mostra a Londra, nel 1999, potetti vederne tantissimi – ma Rembrandt ne fece molti altri andati perduti. Forse nessun altro pittore al mondo ha dipinto così tante immagini di sé. Ma non per farsi ammirare. Non sono ritratti narcisistici. Un’aura di mistero circonda questi autoritratti. Nessuno sa perché egli ne abbia fatti tanti, dato che, con ogni probabilità, non furono dipinti per essere mostrati o venduti.

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Il nastro, la montagna. Maria Lai pioniera dell’arte relazionale

Maria Lai ha avviato in Italia l’arte relazionale, cioè un’arte che non nasce dall’io dell’artista, ma da una azione corale. Ora mi spiego meglio, ma prima vorrei fare una premessa, ricordando le parole di Baudelaire e di Gadda. “La modernità è la metà dell’arte: l’altra metà è la sua eternità”, ha scritto il primo nel "Pittore della vita moderna". “Se un’idea è più moderna di un’altra è segno che non sono immortali né l’una né l’altra”, ha scritto il secondo nella "Cognizione del dolore". In questo senso l’arte relazionale non va intesa in senso evoluzionistico, come se fosse un’arte “più moderna” di

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Svanire, Ghirri

Al di là delle loro apparenze 'casual', cioè dalla matrice per lo più occasionale e volatile, come ogni sua fotografia ogni pagina di Ghirri è portatrice del suo pensiero. Non importa se gli echi evidenti di Benjamin (la «distruzione dell’esperienza»), Lévi-Strauss (la «fine dei viaggi», divinata guardando le immagini della Terra dalla Luna, come nello Sguardo dal di fuori di Alberto Boatto) o soprattutto Heidegger (l’«immagine del mondo») derivino da letture dirette: la densità di pensiero, proprio perché mai ostentata, fa di ogni episodio una piccola – e spesso non così piccola – illuminazione.

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Franco Fontana, fotografie saltate all’occhio

Difficile spiegare quali criteri ho seguito per scegliere dieci scatti sui sessanta a disposizione; difficile, anzi, affermare di avere seguito dei criteri. Dato che seguo la fotografia da semplice amateur, parola francese praticamente intraducibile (en amateur significa più o meno “da dilettante”, o “per divertimento”), mi sono affidato all’ampia messe selezionata da Michele Smargiassi, e poi ho aspettato. Aspettato che cosa? Che alcune di quelle immagini mi saltassero all’occhio.

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Adieu les amis. Godard e Bergman, 1966

Nel 1966 escono due film. Il primo è "Made in U.S.A." di Jean-Luc Godard; il secondo "Persona" di Ingmar Bergman. Recentemente, ho avuto la fortuna di rivedere, su grande schermo, il film di Godard. Ne ho tratto un’impressione di povertà assoluta, tanto da un punto formale, quanto da quello – mi si passi l’espressione – del contenuto.

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Cartoline (stravaganti) dalla Terra Devastata

Ho scelto dieci immagini, due per ogni sezione di "The Waste Land" di T.S. Eliot, per raccontare divagazioni che sono rimaste fuori dal commento che accompagna la mia edizione di T.S. Eliot, "La terra devastata", uscita per il Saggiatore (2021). Ogni immagine è un punto di partenza per cucire insieme pezzi avanzati, suggestioni, coincidenze, incursioni laterali.

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Partenze intelligenti

Il giorno avvampa senza luce, nel muro di suono delle cicale, negli eucalipti che crescono sempre più isolati, sempre più come macchie gigantesche. Sono le prefigurazioni del dopo-schianto. Sono i cespugli in fiamme che faranno pappa dell’inconscio. Le contraddizioni del capitalismo e la nuova scala geologica nella quale l’allegoria diviene Storia.

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Linosa

I nervi, la mente, ciò che brucia, / al centro di ciò che sei / che hai tra le mani / quando stringi te stessa / a te stesso, il torace / fra le braccia. C’è una parola / in quest’altra lingua che parli,/ ardora, / mar de ardora, / mare fosforescente: / vitaluce, vibrio Harveyi, alghe, plancton.

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La luce di Lisbona

Questa città è sospesa tra il cielo, enorme, che la sovrasta e l’acqua, del fiume e dell’oceano, che la avvolge. La terra è solo un intervallo, uno spazio momentaneo in cui sostare. La luce è la chiave per comprendere Lisbona. Lì risiede il suo segreto e la sua ragione. La luce lunare che illumina le nuvole bianche in viaggio nel cielo notturno e la luce di mezzogiorno che acceca riverberandosi sul fiume che scorre. La luce che sfiora i piedi sulla calçada di pietra calcarea bianca. La luce che crea saudade del dio gnostico, di questa pura fonte luminosa, al

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Dolomiti

Dopo l’oggetto, l’umano non esiste. Il primo resta, e il secondo si dissolve: / se non fosse questo, a svanire, l’opera ne manterrebbe il ricordo. / L’oggetto non è complice né accorda simpatie, è al servizio esclusivo di sé; / la storia dell’arte è fatta di cose. Meglio, è fatta da cose.

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Bibliothèque Nationale de France

Il motivo per cui sono a Parigi in queste settimane è dato da una ventina di faldoni negli archivi della Bibliothèque Nationale de France. È il fondo intitolato a Charlotte Delbo, intellettuale francese, deportata e per fortuna sopravvissuta ai campi di sterminio e diventata poi una delle voci più importanti e lucide della letteratura del Novecento. In questi giorni sto facendo passare in rassegna racconti inediti scritti in una grafia minuta, fotografie, appunti, documenti, lettere. Il carteggio più intimo è quello con la sorella, non si può chiamarlo carteggio nel vero senso del termine perché sono tutte lettere solo di

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Per Jean-Luc

Ah, oui? Bon… Era questa una delle espressioni più ricorrenti in Jean-Luc. In genere, la frase veniva pronunciata aprendo decisamente gli occhi, in segno di stupore, per poi accompagnarsi, all’altezza di bon, a un’apertura di tutto il suo corpo verso una nuova direzione. Jean-Luc Nancy era un uomo pieno di meraviglia per il mondo e di curiosità per l’altro. Ogniqualvolta qualcosa o qualcuno metteva in discussione l’idea che si era fatto, la sua prima reazione era lo stupore, la sospensione del proprio pre-giudizio e la conseguente apertura a una nuova via, a una nuova possibilità, inaugurata dall’altro. Era l’altro a muoverlo. Jean-Luc

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Miniera, sposa

Un uomo per otto mesi nel sottosuolo salentino in compagnia di un asino. Il rumore di fondo del frantoio è calpestio di zoccoli che girano alla cieca sulla roccia, sfregamento di pietra su pietra, sversamento di pappe di posa nei piatti di stagno. Gocciolamenti, palta oleosa, residuo per lucerne. Il suono echeggia sulle pareti della grotta, scivola la bestemmia.

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Istanbul

La coda si muove lentamente, si ferma, sussulta, avanza ancora. È passata quasi un’ora. L’autostrada ha tre o forse quattro corsie, c’è tempo per osservare dai finestrini del taxi la filza compatta di costruzioni sui due lati, torri di cristallo azzurro o verde, cilindri lisci o spigolosi di cemento.

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Cosmopolis

Pesaro

Ora che ho nutrito la legge della mano sinistra, come un bivacco dello sguardo, ora che l’ustione ha sbiancato l’esodo delle palpebre

Imago

Microgrammi

Scrizioni

Ritratti

Nel medesimo vetro

Come è tipico nello scrittore tedesco, tratti autobiografici, finzione e ricerche d’archivio si amalgamano in una scrittura venata di lirismo malinconico.