Misericordia e tradimento

Da poco è uscito da Mimesis Misericordia e tradimento. Fotografia, bellezza, verità (pp. 112, € 12) di Tano D’Amico, un’antologia personale – commentata da lui stesso – dell’abbondante mezzo secolo di storia d’Italia che ha accompagnato col suo sguardo inimitabile. Per la cortesia di autore ed editore ne proponiamo qui un estratto, e per l’occasione riproponiamo la conversazione che avemmo con lui Stefano Chiodi e io, pubblicata nel trentennale del Settantasette sul numero 34 del «Caffè illustrato» (gennaio-febbraio 2007).

A.C.

Le immagini di misericordia hanno un’immediatezza tutta loro, una musica tutta loro. Sono semplici e, oserei dire, flebili. Non ricattano nessuno, non urlano. Chiedono silenzio e partecipazione.

Quando, per convenienza, gettiamo via misericordia e bellezza, solo i miseri le raccolgono. I miseri e le immagini. Nelle immagini, misericordia e bellezza sono più forti del tradimento.

Un appunto a matita

L’immagine nuova, diversa, irrompe dagli strappi della storia quando c’è conflitto. Quando si mette in discussione un regime, quello che cambia per primo è il modo di guardare. Un appunto scritto a matita tanto tempo fa. Quanti anni fa? Una cinquantina. Al fotografo, quel pensiero, sembrò di averlo sempre avuto, di averlo saputo da sempre. E gli sembrò di aver sempre rincorso quel suo appunto a matita. Il senso della sua vita scritto con la matita.

Aveva rincorso la novità, la diversità, la consapevolezza, la bellezza. Le aveva viste, le aveva cercate, le aveva attese e loro si erano presentate come lampi. Si rendeva conto, il fotografo, che solo chi cerca, chi ha bisogno di quei lampi, può vederli, e forse coglierne qualcuno. Per gli altri non c’era che tenebra. Il fotografo aveva bisogno di quei lampi: per lui erano la bellezza. Ne aveva bisogno per vivere, e li cercava senza pretendere alcunché, privo di certezze, come un mendicante. Fotografie difficili, attese, che lo avevano visto profondamente coinvolto, fotografie quasi sempre rifiutate dalla stampa. Quel fotografo ha avuto splendidi colleghi, e ancor più splendide colleghe. Alcuni di loro hanno portato il minimo comune denominatore culturale del Paese a una maggiore consapevolezza. Erano tutti indipendenti, senza un contratto con chicchessia. Non attendevano l’approvazione dei giornali e dei gruppi editoriali. A loro dobbiamo la memoria del Paese, quel poco di verità che ci mantiene vivi. E se quel certo modo di guardare non è stato cancellato, se, prima di tutto, è potuto nascere, ciò è accaduto perché il fotografo e i suoi compagni si sono battuti per strada. Si battevano e morivano sulla strada.

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Il valore dell’amicizia

Senza coraggio non c’è amicizia ma viscida ipocrisia. Menzogna e delazione. In tanti scoprirono che era più conveniente dimenticare, rimuovere anni di amicizia e gli affetti che li avevano animati. I più provveduti fra quelli vennero cooptati e diventarono i cani da guardia del potere. Così bravi da rendersi indispensabili difensori della cultura dominante, dei suoi riti e dei suoi costumi, del classismo. Difensori dei bombardamenti, degli interventi militari. Nel periodo d’oro delle tangenti, accettarono il ruolo di tangenti viventi. Figure imposte dal potere politico. Con acume e arrivismo subentrarono anche a quelli che li avevano imposti.

Fu un periodo fondato sulla rimozione. Il fotografo assistette alla distruzione degli archivi fotografici, al loro svecchiamento. Si diceva proprio così: “Svecchiare gli archivi”. Uno dei primi archivi a essere svecchiato fu quello del giornale di cui egli aveva forse costruito l’immagine. Il giornale aveva dieci anni di vita e dieci anni di immagini diventate all’improvviso troppo vecchie.

Gli uni si prepararono a trarre il massimo vantaggio dalla sventura degli altri. Non ci fu un vero dibattito in merito. Non si parlò di valori, convinzioni, visioni morali, visioni storiche. Non si tirarono in ballo i valori perché non ce n’erano. Fu una corsa al ribasso. Vinse, si salvò chi si abbassava di più, nel campo dell’etica, della morale, nei pensieri, nelle azioni e nelle immagini. I movimenti, che come le immagini belle sono fatti di un impegno duraturo in favore della vita, impegno preso per durare tutta la vita, e di amore sconfinato, non ebbero più spazio. Chi poteva fuggiva. Chi non si rassegnava veniva isolato e travolto.

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Al cuore di chi guarda

I dipinti, le fotografie, le immagini di chi non rinuncia alla misericordia si riconoscono subito. Si fanno vedere, si abbarbicano al cuore dello spettatore, diventano una parte del suo cuore. Vorrei dire che fanno parte della memoria dello spettatore, ma così non basta: c’è di più. Tra immagine e spettatore c’è un rapporto vivo, qualcosa che appartiene ai sentimenti, vivo e forte. Più vivo e forte dello spettatore, che diventa sempre più vecchio e debole. La misericordia può non morire mai e fare compagnia sempre, fino alla fine. Chi conosce la misericordia, e non la rinnega, si affida a essa e ci conta.

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Contro il potere

Accade anche che chi non rinnega la misericordia vissuta da bambino si comprometta proprio nell’amicizia con i miseri che alzano la testa, che non chiedono pietà, che non si rassegnano. Qualunque sia la forma del potere con cui ci si confronta, non c’è niente di più pericoloso del misero che pratica la misericordia. Non gli verrà lasciata alcuna possibilità – la possibilità se la dovrà andare a prendere. La misericordia dei miseri è la più dirompente, la più coinvolgente.

La misericordia è la bestia nera, il fantasma che inquieta ogni potere. Le immagini che la mostrano e si sforzano di conservarla e perpetuarla vengono ostacolate, avversate, oscurate. Si fa di tutto per non farle nascere. Un’immagine nasce quando un essere umano ne sente la mancanza, la cerca, la aspetta, chiede aiuto alla realtà per trovarla. Un’immagine nasce ancor prima di comparire sulla pellicola, sul pezzo di carta, sulla tela, sullo schermo, nella creta, in qualsiasi materia. Un’immagine nasce ancora prima di essere vista. E un’immagine di misericordia non nasce mai da chi cerca la carezza di chi comanda. Chi cerca quel genere di carezze può solo rimasticare, riproporre la falsa misericordia, quella che al potere è funzionale. Elaborerà una falsa poesia con cui si sforzerà di occupare il posto di quella vera nell’anima delle persone. Tenterà di impedire l’irrompere della vera poesia e della vera misericordia. La misericordia e le sue immagini nascono contro il potere. È nei periodi di conflitto che dobbiamo cercarle. Anche se i poteri vincono sempre, alcune splendide immagini di misericordia riescono a salvarsi, a sopravvivere.

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La misericordia distrugge l’obbedienza, suscita il tradimento. Se le venisse permesso di agire, questo mondo, il mondo che conosciamo, crollerebbe.

In copertina: Tano D’Amico, Cortile a Francoforte sul Meno, 1973

nato in Sicilia nel 1942, vive a Roma. È uno dei maggiori fotografi italiani, dalla fine degli anni Sessanta impegnato sul fronte dei movimenti e delle lotte sociali in Italia e nel mondo.