È uscito nella deliziosa «Biblioteca di letteratura inutile» dell’editore Italo Svevo Tecniche di nascondimento per adulti (77 pp., € 15), «uno sfogo, un promemoria, un inventario, un diario e una cronaca» – nonché il primo libro di prosa “creativa” di Carmen Gallo, già apprezzata poetessa (premio Napoli 2021 con Le fuggitive), traduttrice (di Eliot per il Saggiatore, di Shakespeare per Rizzoli) e saggista (insegna Letteratura inglese alla «Sapienza» di Roma): dal quale si propongono qui i primi tre frammenti dei tredici che compongono l’ultima sezione, intitolata «Essere altro» (come si legge nella premessa, è questa «una questione teorica troppo complessa» – in effetti potrebbe coincidere con una definizione di “letteratura” –: e dunque i capitoli che la compongono non ne sono che «esempi pratici»).
Tecniche di nascondimento per adulti è anche un iconotesto, e in quanto tale include immagini prodotte da una «ghostwriter» che all’autrice «somiglia molto». Ma per nascondersi ulteriormente qui Gallo sceglie di mutare pelle iconografica, e si rivolge a un’artista che è stata già sua complice, Mariacristina Cavagnoli, autrice delle immagini nel progetto Ultima Vox *Cavagnoli: che nel 2023 ha riunito raccolte poetiche, oltre che di Gallo, di Maria Borio, Lorenzo Carlucci e Francesco Terzago (Ultima nasce come progetto plurale nel 2018, per le cure di Tommaso di Dio, Giuseppe Nibali, Damiano Scaramella e Fabrizio Sinisi, e la direzione artistica di Ilaria Mai). La documentazione fotografica è di Maria Parmigiani.
Andrea Cortellessa

Essere altro #1
Una volta, ma sarà capitato a tanti, sono diventata un soffitto. Ci sono riuscita a furia di fissarlo. Ho provato prima distesa sul pavimento, ma era scomodo, poi sul letto ed è andata meglio. Non c’era il rischio di essere calpestati ed era più pulito. Dopo una prima fase di entusiasmo, in cui mi sentivo piuttosto bene, mi è presa una certa smania di perfezione e ci ho messo una settimana a essere una superficie bianca vagamente regolare, a diventare ogni screpolatura dell’intonaco, il giallo-verde delle macchie di umido, il buco sgretolato da cui pendeva il filo del lampadario, fino agli angoli impolverati dai ragni. Lì mi sono fermata perché volevo essere un soffitto e non confondermi con le pareti.
La vita da soffitto però non è granché. In pochi ti guardano e quelli che lo fanno si aspettano qualcosa. Alcuni avrebbero voluto vedermi cadere, crollare su di loro in grandi blocchi. Altri avrebbero voluto che mi allontanassi per fare più spazio perché gli mancava il fiato, oppure che scomparissi per guardare tutto il cielo. Alla fine dopo un po’ ho smesso di essere un soffitto. Va bene per nascondersi, ma non troppo a lungo. Mi sentivo uno schermo inerme, sempre esposto agli occhi degli altri, su cui ciascuno proiettava i suoi pensieri. Non avevo voglia che mi guardassero tutto il tempo, senza nemmeno vedermi.

Essere altro #2
Ho provato a nascondermi nel disordine di una stanza. La disposizione armonica degli oggetti, gli armadi ordinati, i letti rifatti, mi sono sempre sembrati il segnale inequivocabile della vittoria della morte sulla vita. Quella rigida e cadaverica immobilità delle cose avrebbe preso presto anche me. E così, per qualche mese, ho ripristinato il caos primordiale che genera la vita e mi sono nascosta nell’altissima caotica missione di sconfiggere per sempre la morte. Poi, però, la fatica di abitare in quella coazione al disordine è diventata insostenibile, e la stanza si è trasformata in un luogo troppo angusto per tutta quella vita che proliferava come erbacce. Così sono tornata nello spazio ordinato e il delirio di onnipotenza ha lasciato il posto all’angoscia della fine dell’infanzia. Ogni tanto però riprovo l’esperimento, ma solo nelle camere d’albergo.

Essere altro #3
Tra i venti e i trent’anni diventavo spesso una doccia. Non dico soltanto che mi rannicchiavo nella doccia (quello si può fare per tutta la vita), ma per alcune ore diventavo un cilindro impermeabile di vetro o plastica, con silicone bianco negli angoli per scongiurare le infiltrazioni, e l’acqua che cadeva dall’alto come dimenticata da qualcuno. Immobile, la testa perpendicolare al soffione della doccia, le braccia allungate dal flusso dell’acqua oltre la punta delle dita. Ogni umore trascinato al di là dello scarico metallico. Ho smesso dopo i quaranta, quando il corpo e la memoria hanno cominciato ad avere troppe crepe, e l’acqua si infiltrava e gonfiava tutto, e rischiava di allagare il bagno e l’appartamento, di farmi crollare al piano di sotto.
Immagini:
1. Mariacristina Cavagnoli, Sogno notturno, 2018, grafite su cartone schoeller, cm. 102 x 73, photo courtesy Maria Parmigiani
2. Mariacristina Cavagnoli, Altrove, 2017, grafite su carta schoeller applicata su tavola, cm. 104,7 x 147,5, photo courtesy Maria Parmigiani
3. Mariacristina Cavagnoli, Immersione, 2016, grafite su carta schoeller applicata su tavola, cm. 150,6 x 71, photo courtesy Paola Capetti
In copertina: un particolare di Sogno Notturno, 2018
