Il primo dicembre duemilaventicinque, con l’amico fotografo Pino Musi, abbiamo inaugurato il mese natalizio visitando lamostra dei disegni dei Carracci al Louvre. Un artista che scrive d’arte è una persona che cerca di divertirsi con lo sguardo, passeggia all’interno di quello che vede facendo ben attenzione di non mettere i piedi dove li hanno messi già gli altri. Penso alle prose d’arte del poeta polacco Zbigniew Herbert, scritti di cristallina finezza, folgoranti intuizioni che senza dubbio possono venire in aiuto agli storici dell’arte. Non potete immaginare la felicità di trovare, dopo tanti anni, i volumi Einaudi con gli scritti sull’arte di Giovanni Battista Cavalcaselle (1819-1897). Piuttosto che scritti i libri di Cavalcaselle sono disegnati, lo storico disegnava le opere che scopriva e studiava, l’apparecchio fotografico non era ancora così pratico, e le stampe erano rare. Scriveva d’arte disegnando, sapeva esattamente ciò che scriveva, perché attraverso le mani gli circolava la materialità di ciò che vedeva. Questi libri restano ancora fonte sorgiva per gli studi d’arte, le sue parole provocano spostamenti, nelle sue pagine si nota la presenza del movimento ricettivo, la parola scritta respira attraverso il disegno sulla carta. Con Cavalcaselle si va a cavallo, come lui stesso faceva, cavalcava per scrivere d’arte, tutta vitalità, un respiro che si dissolve in un ampio paesaggio mentale.

Sul tavolo dove scrivo non ho nulla, nessun libro, nessun sapere acquisito, nulla che sia stato già assimilato per essere detto, una sorta di scalata a mani nude dove sulle pareti del vedere si inchiodano con forza, stando appesi alle corde di un nuovo linguaggio, i chiodi di tutto ciò che è stato dimenticato, conquistando panorami tersi e inattesi, rinnovando la gradazione degli occhi nel nostro presente. Un soprassalto di passato che torna rinnovato in vita. In arte il passato è simile al presente e il presente è simile al futuro. Torniamo così leggeri al tavolo vuoto, non occorre nemmeno il catalogo della mostra dei Carrache, come li chiamano qui in Francia. Invece ho la fortuna di avere qualcosa di molto più prezioso. La sopravvenuta e allegra facilità dell’arte degli ultimi decenni ci permette ora la meraviglia di cominciare a riflettere del tutto daccapo, desiderosi di germogliare in nuovi respiri fatti di bellezza trasparente, difficile da riconoscere. La bellezza non è sotto gli occhi, ma dietro di loro, dove noi fortunatamente vediamo a malapena. Che dono incommensurabile, grazie ai party degli anni passati, alleggerirsi di un sapere scaduto, esplorare e plasmare ora forme fatte di contenuti che desiderano animare di nuovo lo sguardo.
In questo modo la mostra al Louvre della “banda” Carracci diventa un utensile. Cosa ho di prezioso sul tavolo? Le fotografie dell’amico Pino fatte allo stesso tempo in cui ammiravamo il cantiere espositivo insieme; è tutto di prima mano, nessun filtro che ottura qualcosa, tutto è libero e con le mani della libertà si disegnano i passi dell’amicizia, quella che ci conduce davanti ai magnifici disegni e cartoni dei fratelli Carracci. Così anche le fotografie non sono più fotografie ma tavole da ponteggi, gli occhi ci salgono sopra come Cavalcaselle in groppa ai suoi asini e cavalli. Siamo in groppa alle selle fotografiche dell’amicizia per decifrare ciò che basta, e ciò che basta, Annibale e Agostino Carracci lo hanno composto su carta a grafite e pietra nera. I loro affreschi sono un di più rispetto ai disegni… ma di questo parleremo fra poco.

Ritorniamo al cominciare daccapo. Possiamo dire ora senza nessun problema che l’arte riempie il “vuoto”. Compito nobile ma non sempre necessario, la creatura umana difficilmente si sottrae a questa pulsione, che si produce forse per sopravvivere al “pieno”.
L’interessante mostra del Louvre gira intorno alla fabbrica voluta dal cardinale Odoardo Farnese nel suo palazzo romano, quello dove ora ha sede l’Ambasciata di Francia in Italia. Annibale Carracci è sulla trentina, siamo all’alba del Seicento; non bisogna dimenticare che Annibale fu apprezzato anche da Caravaggio, questi sorpreso di sapere che non era solo, che esisteva anche qualche altro artista, sebbene non di suo rango. Cos’è la scoperta di Roma per la “banda” Carracci, venendo da Bologna? Saune benvenute tra Michelangelo, Raffaello, le antichità… e lì si entra nell’imitazione, rendersi conto che gli artisti hanno sempre imitato gli altri artisti. Una sorta di prolungamento temporale da riempire, un rassicurante già visto, perché? Lo si diceva, l’arte riempie il vuoto. Questi lavori per il cardinale Farnese sono una prima di seconda mano, poi c’è stata una seconda di terza mano… Il re Luigi XIV fece copiare gli affreschi dei Carracci da artisti francesi su cartoni in palazzo Farnese, per rifarli nella sua reggia di Versailles, quella reggia dove di buono c’è solo il giardino. Al Louvre è presente una bella batteria di questi cartoni, mostrati in modo encomiabile, assolutamente da vedere per istruire le nuove generazioni, le matite sulle grandi carte ci donano molte sorprese.

Invece c’è un solo grande cartone preparatorio di Annibale Carracci per gli affreschi; ci guarda dal fondo della sala, sul soffitto sono riprodotti su estesi teli fotografici gli interi registri di pittura a buon fresco delle volte della galleria Farnese. Da quel fondo della sala viene una forte luminosità, la nervatura sapiente del disegno animato da Annibale, ogni dettaglio della grafite incisa sulla carta è grammatica che si fa immensa cifra visiva. Si lascia e ci lascia trascinare tutto nel contemporaneo, ma noi non siamo né la seconda, né la terza, né la quarta mano… Con la felicità di un sapere che ci ha alleggerito dal sapere, ci stacchiamo da questa forza visiva sapendo che replicare rende facile le cose, e noi ora vogliamo le cose difficili. Ogni segno di Annibale è un solco, basta a sé stesso, da un solo cartone potrebbero uscire mille disegni, si potrebbe sezionare e trovarne sempre un senso. Tutto ciò perché il giovane Carracci era un fine incisore, ha esplorato le tecniche incisorie portandole a opere d’arte compiute, chi incide sa che un segno è una nota in una rete musicale su di una superficie orchestrale, la punta fa suonare le materie e naturalmente da quel suono si vola verso gli affreschi. L’impresa dei Carracci va dal camerino del cardinale alla vasta galleria, tra raffigurazioni di fatiche di Ercole nel camerino a una spiegata mitologia che va dai baccanali a una conquistata saggezza nelle volte della galleria.

La sequenza dei disegni presentati, tra sanguigna, pietra nera e grafite, ci mostra con assoluta evidenza come gli utensili utilizzati per lavorare siano un’estensione del corpo. Qui la carta si trasforma in una sostanza visiva del tutto fisica, i corpi disegnati sono ripresi dal vivo, c’è una verità dei materiali che ci conduce alla natura. Il mondo dei disegni dei Carracci sarebbe stato già sufficiente, più della loro pittura a buon fresco della galleria Farnese.
Come detto l’arte è sempre stata, anche, imitazione di sé stessa. Nel nostro caso Annibale Carracci è totalmente immerso nell’ammirazione di Michelangelo, a Roma lo assorbe interamente e sulle volte dalla galleria Farnese abbiamo l’esempio di come si riempie il vuoto con dignità imitando un altro artista. Il cardinale Odoardo Farnese ha esteso la temporalità, ha portato il tempo di Michelangelo nel suo tempo attraverso Carracci, e così l’artista ci mostra quanto era avanti col disegno e indietro in pittura. Ci si accorge che in arte tutto è elastico, i tempi hanno un respiro sincronico.

A pochi passi dalla mostra dei Carracci, sempre al Louvre, ce n’è un’altra imponente, di Jacques-Louis David. Uscendo dalla prima e entrando nella seconda ci accorgiamo che, seppur divisi da più d’un secolo, entrambi erano mossi dall’imitazione. Di Carracci s’è detto; David era affascinato dall’arte italiana, da Roma. Tutte le messe in scena su grandi teleri sono di pittura italiana. David si è stazionato al ben fatto, Veronese e Tiepolo erano ben lontani, nei loro teatri di pittura c’erano le quattro stagioni di Antonio Vivaldi. Resta la grande maestria di cui tutta la pittura di David ci informa, ma la maestria in arte serve a qualcosa?
Nella mostra dei Carracci si respira, in quella di David si è in apnea. Vedere mostre dovrebbe essere un approfondimento sulla Storia dell’Arte, dubitarne, metterla dentro la sorpresa della nostra vita. Come logo della mostra dei Carracci, il Museo ha scelto un asino. Sta al centro del grande cartone di Annibale, e ci ammalia lo sguardo. Forse è proprio quello in groppa al quale Cavalcaselle andava in cerca di opere ad altezza degli occhi, sfrondando con le sue matite la vegetazione cresciuta col tempo lungo i sentieri. Un asino ci verrà in aiuto, conducendoci verso lo stupore di riconoscerci in un nuovo sguardo, lo sguardo meraviglioso degli animali. Quando tutto finisce è tutto pieno, quando tutto inizia è tutto vuoto… e noi amiamo gli inizi.
Dessins des Carrache. La fabrique de la galerie Farnèse
a cura di Victor Hundsbuckles
Parigi, Louvre
dal 5 novembre 2025 al 2 febbraio 2026
Le fotografie dei disegni dei Carracci che accompagnano l’articolo sono di Pino Musi
