Ninna nanna, antropologia e risvegli

30.03.2026

Nell’ambito del festival World Anthropology Day 2026 | Antropologia Pubblica a Milano, Torino e Roma, intitolato quest’anno VIAVAI VAIVIA: Mobilità, Residenza, Confinamenti, la sera del 27 febbraio è stata presentata per la prima volta al pubblico, negli spazi di Casa degli Artisti a Milano, l’installazione performativa “Doiya Baba (Ninna Nanna)” di Mariacristina Cavagnoli e Tommaso Di Dio.

Il progetto prende avvio dall’esplorazione della storia personale di Mariacristina Cavagnoli (1990) e delle geografie mobili che hanno attraversato la sua formazione. Nata in Sri Lanka e cresciuta in Italia, l’artista indaga la tensione tra il mondo lasciato durante il conflitto della guerra civile srilankese e quello successivamente abitato, interrogando le trasformazioni della memoria e delle radici culturali nel loro attraversare contesti linguistici, sociali e storici differenti. La performance mette in scena una condizione di transizione, in cui la ricerca di parole e gesti originari si confronta con la persistenza di traumi collettivi e con i riverberi delle tensioni geopolitiche contemporanee.

Attraverso le opere visive dell’artista, il canto di una ninna nanna eseguita dal coro di giovani della comunità srilankese di Milano diretto da Manawi Poorna Nacayanandi, le composizioni sonore del sound designer Tonylight e le parole poetiche di Tommaso Di Dio, l’installazione costruisce una dimensione corale che evoca lo sradicamento e lo spaesamento propri dell’esperienza diasporica.

Mariacristina Cavagnoli, Bosco, 2025. Grafite su carta schoeller applicata su tavola, 100 x 100 cm. Photo Courtesy Maria Parmigiani.

In questo processo la ricerca delle origini è progressivamente turbata dal riaffiorare frammentario di una memoria collettiva in cui dimensione personale e politica finiscono per sovrapporsi fino a diventare indistinguibili. L’ambiguità dialettica tra immobilità e viaggio, tra spaesamento e appaesamento, tra “viavai” e “vaivia”, diviene così l’orizzonte entro cui arte e antropologia si incontrano, a partire dalla rievocazione delle parole di una ninna nanna singalese. La nenia, struttura ritmica e musicale universale che accomuna ogni cultura e ogni umana esperienza infantile, agisce come dispositivo capace di trasportarci nel passato e nell’altrove senza perdere il contatto con l’hic et nunc.

Le ninne nanne dischiudono uno spazio simbolico che ci trasporta in altri luoghi e tempi, in maniera così vivida e sensuale da sospendere ogni gerarchia biunivoca, e che richiama le “eterotopie” descritte da Michel Foucault. Un luogo in cui l’identità personale e collettiva diviene impossibile da declinarsi in senso contrastivo, come un Noi che si distingue dagli Altri seguendo le assurde logiche della ricerca di un’essenza, stabile e distintiva, che al contrario può darsi solamente nell’ibrido e nell’impuro.

Doi doi doi doiya baba, “dormi dormi dormi, piccolo bambino”, recita la ninna nanna che le madri singalesi cantilenano ai loro bambini mentre lentamente scivolano nel sonno e dimenticano gli orrori e gli assilli della vita. Sono le ninne nanne le prime a proteggerci dalle esperienze più angoscianti, dalla caotica violenza del mondo, dal rischio stesso di smarrire la nostra presenza.

Oltre lo spazio che separa l’Oceano Indiano dal Mar Mediterraneo e oltre la distanza che divide la notte dei tempi dalla più surriscaldata contemporaneità, come scrive Ernesto de Martino in La fine del mondo, «è per questo spazio e per questo moto sicuro al pari dell’orbita di un pianeta che conquistammo la prima possibilità culturale – e non soltanto biologica – del sonno umano». Non è allora un caso se già Teocrito, nel XXIV dei suoi Idilli, raccontava di come Alcmena di Midea, madre di Eracle, cullando i figli in uno scudo di bronzo alzava lieve il suo canto: «dormite figli miei un sonno dolce e che abbia un risveglio».

Non vorremmo forse addormentarci tutti, adulti e bambini, procrastinando il risveglio, quando la guerra, il genocidio e il più arido nazionalismo tornano a stridere famelici? Quando sradicamento, spaesamento e precarietà sembrano diventare condizioni necessarie e sufficienti della nostra esistenza? Certo, vorremmo lasciarci sprofondare dalle ninne nanne, con il loro – come scrive Antonio Lapucci ne Il libro delle filastrocche – «snodarsi d’una catena d’immagini vagamente radicate nell’esperienza concreta della vita trasfigurata nello splendore evanescente dei sogni».

Eppure il presente irrompe inevitabilmente e si fa spazio tra le pieghe della nostra fuga mundi, mutando la melodia armoniosa in strepito; come fantasmi riaffiorano alla rinfusa brandelli di passato intessuti di violenza. La dimensione personale torna così ad essere politica e la ninna nanna, senza perdere la sua forza ricorsiva, si trasforma in un viavai di ricordi e di critica sociale. Attraverso arte, poesia e antropologia, essa ci parla di quella «dialettica delle maree» – cantata dal poeta barbadiano Kamau Brathwaite – che ci riporta, trasfigurati, al punto da cui eravamo partiti.

Di seguito si riportano due testi poetici di Tommaso Di Dio, scelti tra quelli letti dall’autore durante la performance e scritti appositamente per il progetto.

Hanno lasciato che la bambina
morisse
da sola, in macchina, circondata
dal cadavere dei suoi parenti e dall’ambulanza
esplosa in pezzi, sulla strada.
Hanno trovato due ostaggi.
Sono morti. Hanno deciso
di bombardare, centinaia
di persone, lì, nelle tende
dormono, mangiano se trovano
fagioli, hanno sete se trovano
acqua, da qualche parte
bevono, altrimenti
no.
Hanno preso, catturato, rapito. Siamo
in un cunicolo. Sono
in un cunicolo della storia e dei millenni
e pure nel cunicolo di questi
inutili versi.
Guarda cosa ho trovato. Era a metà prezzo sullo scaffale.
Il libro è uno splendore
quando esplode la bomba i corpi vanno in pezzi
tutto si fa luce e le parole invece
no.
Restano nere.


C’è la foresta. E c’è la guerra.
C’è la foresta qui. E c’è la guerra.
C’è la foresta, è calma, non piove e non c’è il sole.
Ma c’è la guerra. C’è la foresta, certo, e c’è la guerra.
Ci sono i morti ammazzati e bombardano l’ospedale.
E c’è la foresta qui, ci sono gli uccelli, tanti bellissimi uccelli.
Ogni fiume ha la sua foce nel mare.
E c’è questa guerra, poi, attraverso gli schermi, il cellulare.
Il medico dice: li stanno ammazzando tutti.
Il medico dice: che non c’è più acqua potabile
né cibo né aria, solo macerie, fumo rovine, irrespirabile, solo bombe
e c’è la foresta, il mare qui, c’è gente, è domenica.
La gente passeggia il mare, la gente passeggia il fiume.
La gente passeggia la guerra e la guerra passeggia gli schermi
dappertutto e da nessun parte, qui intorno c’è la guerra e c’è la foresta
e l’uomo ammazza, è ammazzato male.
Le onde ci sono, pure. A pezzi.
Li stanno, ammazzati tutti. Non sarà, forse, tutta colpa del mare?
C’è tantissima sabbia qui, sabbia, in abbondanza.
Un’esplosione di pezzi di sabbia, dappertutto e dentro
fuori e dentro gli schermi saranno sabbia
sabbia nella sabbia e il fiume e la foce e il nero,
in fondo a tutto questo
il nero, il nero, il nero.

La performance porta in scena, universalizzando l’esperienza individuale, il complesso e mutevole rapporto tra mare e terra, tra diaspora e “indigenità”, tra percorsi e origini. Sullo sfondo emergono i traumi della Guerra civile dello Sri Lanka (1983-2009) e delle migrazioni che ne sono conseguite, ma anche le ricerche identitarie delle seconde e terze generazioni cresciute in Italia.

L’identità emerge in questo processo come un costrutto fluido, sempre “preso in mezzo” tra diverse appartenenze nazionali, etniche, linguistiche e generazionali. D’altronde, come sostiene l’antropologo James Clifford giocando sull’assonanza inglese tra routes e roots, le identità sono plasmate dai percorsi di incontro e di migrazione molto più che da presunte essenze salde e immutabili. Non faremmo dunque meglio a interrogare le nostre “radici” a partire dalle “strade” che percorriamo, e non viceversa?

In questo ritmico e incessante avanti e indietro, la storia dello Sri Lanka – «una nazione che vive in luoghi differenti» come l’ha definita l’antropologo Jonathan Spencer – deve essere letta mantenendo in controluce i conflitti e i genocidi contemporanei.La dispersione dei suoi abitanti, causata da laceranti campagne di pulizia etnica e da violente retoriche nazionaliste, non è altro che il risultato di una falsa aporia: l’idea che “una nazione sia costituita dallo stesso popolo che vive nello stesso luogo”. Questa diffusa e radicata idea è un’illusione, tanto impossibile quanto perniciosa, comune a tutti gli Stati-Nazione, dallo Sri Lanka all’Italia. Ed è proprio da questa «dissonanza tra una metafisica politica della stasi e un mondo in costante movimento» – per dirla ancora con Spencer – che traggono linfa i nazionalismi, i razzismi e i fascismi che, oggi più che mai, sono tornati a tormentare le nostre esistenze. La dimensione pubblica dell’arte e dell’antropologia significa anche questo: rivendicare, attraverso il potere sinestetico della performance, uno spazio partigiano in cui prendere posizione contro le folli e sanguinarie violenze del presente.

Coro diretto da Manawi Poorna Silva Nacayanandi. Voci di Nacayanandi Manawi Poorna Silva, Mahesha Sudusinghe, Hettiarachchige Dona Hasini Alwis, Watudura Manugee Minipa, Ranathunga Arachchige Sakithma Savinthie, Methumlee Vihara Hewa Walimunige, Vishaka Ronali Jayaweera, Sithumlee Nudara Hewa Walimunige, Joharaj Oviya, Lithumlee Otara Hewa Walimunige, Hettiarachchige Kumarasinghe Shilpa Kulanaka Geenath, Adeeth Madiv Malthila, Sineth Adhikari, Osanda Vithmal Weerasooriya, Joharaj Adithya, Warnakulasuriya Seneth Federico Tissera.

In copertina e per tutte le immagini: Doiya Baba (Ninna Nanna), installation view, Casa degli Artisti Milano, 2026. Photo credit Maria Parmigiani

Leone Michelini

Leone Michelini

(Como, 1993) è antropologo culturale ed etnografo. Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano e poi in Scienze Antropologiche ed Etnologiche all’Università di Milano-Bicocca, ha conseguito cum laude il dottorato di ricerca in “Antropologia e Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea” presso l’Università di Messina. È autore di diversi contributi scientifici e ha preso parte a progetti di ricerca nazionali e internazionali. Attualmente è ricercatore post-dottorale presso il Museo delle Culture di Lugano e professore a contratto all’Università di Padova. Svolge ricerche etnografiche in Italia, in India (Kerala) e nel Caucaso Meridionale (Armenia e Georgia), esplorando le interconnessioni tra religioni, migrazioni, mercato del lavoro e pratiche informali; in parallelo porta avanti il suo impegno nell’antropologia pubblica e applicata. È membro della redazione di “Antropologia” e della “Rivista di Antropologia Contemporanea”, del comitato scientifico-organizzativo del “World Anthropology Day | Antropologia Pubblica a Milano, Torino e Roma” e del consiglio direttivo della Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA).

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