Caccavale, respiro

24.07.2025

La prima volta che ho visto, o per meglio dire ho assistito all’opera Il riposo di Giuseppe Caccavale è stato a Venezia, nell’“area Scarpa” della Fondazione Querini Stampalia. Il piano terra della dimora cinquecentesca, ridisegnato da quello che è stato uno dei maestri dell’architettura italiana venne incantato, nella mostra Resi conto di Caccavale, dal sonno del pastore giovanissimo di uno scultore anch’egli napoletano e praticamente sconosciuto, Raffaele Belliazzi (1835-1917). Un sonno pesante di stanchezza giovanile, ma lieve perché visto attraverso un respiro leggero come un soffio dava corpo all’iconografia. La finezza del disegno su legno preparato, realizzato con un incredibile chiaroscuro nel rosa, con pochi toni sufficienti tuttavia a definirlo e renderne una altrettanto incredibile tridimensionalità, marmorea ma viva, fermava il visitatore che restava attonito, frontalmente rapito da una figura potente.

Il tempo passa. Era il 2006. E quella figura poggiata su un cavalletto (che ripeteva quello progettato da Scarpa per il capolavoro della Presentazione al tempio di Giovanni Bellini) è stata esplorata con diverse tecniche, dalla fotografia al vetro sgraffito sino al disegno gigante su muro e su altri supporti. Giuseppe Caccavale è un artista non abbastanza conosciuto nella sua città: che, invece di scavare nell’indicibilmente vicino, spulcia nell’indissolubilmente lontano e spesso incompatibile. L’artista napoletano ha compiuto un moto che assomiglia a quello dei pianeti, della luna e del sole – intorno alla scultura in terracotta di Belliazzi, che si trova non a Napoli, ma a Bari. La custodisce la Pinacoteca Metropolitana, dove Caccavale l’ha incontrata nel 2005 e da allora ne ha studiato forme e senso, estrapolandone il passato pur intravedendone il futuro, e letteralmente riconsegnandocela come nessun altro avrebbe saputo fare, liberandola dai cascami del passato. Della scultura eseguita da Belliazzi, che gli diede la fama (insieme al monumento di Carlo III che si trova in una delle nicchie della facciata di Palazzo Reale a Napoli), esistono due versioni, una in marmo e una in terracotta, materia che trasmette con più efficacia il calore vitale della forma umana.

Un “pastorello addormentato – scrive Chiara Bertola, che da sempre segue Caccavale con il suo lavoro curatoriale – con la testa appoggiata a un tronco: i dettagli veristi e finemente modellati, le calze con l’elastico slabbrato, i calzari consumati, i buchi e la polvere nelle pieghe dei vestiti. Più di tutto però a stupirlo era la bocca semiaperta del ragazzo, dalla quale gli sembrava poter percepire il respiro. Ogni dettaglio rivelava la fatica della vita, ma era la forza del sogno a vincere e ad avvolgerlo in un’aura protettrice”. Una figura insolita e non scontata, perché per Caccavale “non ci sono scorciatoie per arrivare a un’immagine che deve risultare semplice e profonda”, spiega Bertola. E si fa strada una pietra di paragone: “Questa scultura ci riporta al Cristo velato della Cappella Sansevero a Napoli, scolpito da Giuseppe Sanmartino nel 1753”. Ma quel blocco di marmo è adorato come un idolo – fa notare l’artista – mentre il pastorello di Belliazzi dovremmo visitarlo come “un canto della terra. Il pastorello possiamo essere noi con la nostra pena, nel Cristo velato tutto si nasconde, nel pastorello tutto si vede”.

Numerosi progetti e mostre hanno contribuito alla rivivificazione di quel respiro che porta “aria fresca”, di cui Caccavale dichiara di aver sempre bisogno, in contrapposizione a quanto di morto ci circonda, anche nell’arte contemporanea – e non si può non dargli pienamente ragione: ormai siamo a una vera e propria impasse. Di novità interessanti ce ne sono ben poche e il contemporaneo attinge all’archivio di sé stesso con l’inutilità di chi dimentica un passato vivo e presente, come Caccavale ha dimostrato con questo suo progetto.

1875 2005 2023 Il riposo sono le date della mostra alla Pinacoteca di Bari che si è conclusa a gennaio dello scorso anno, ma che è viva e e accessibile a tutti ora anche in una maniera che è lusso per questi tempi: un libro in carte pregiate, quadrettate come gli spolveri dell’artista – che a lungo ha studiato e fatto studiare ai suoi allievi francesi il prezioso lavoro dell’affresco, quello che me l’ha fatto conoscere anche in uno scritto di Erri De Luca – e colorate. Un libro dal quale non vorresti più separarti, come dal pastorello rapito in un’altra dimensione; e che invece pure, paradossalmente, devi aprire, chiudere, girarne le pagine, spalancarle facendo attenzione estrema a non romperle, a non attentare alla loro fragilità. Perché il passato può cedere tra le nostre mani, e il presente uscirne inevitabilmente danneggiato. Così procediamo delicatamente sino in fondo, al colophon, dove leggiamo che le carte preziose sono edite dalla Libreria Dante & Descartes, con uno scritto della curatrice, Chiara Bertola, un “conversario” (non un’intervista) con l’artista di Marilena Di Tursi, e uno stampatore di quelli che il Vesuvio nasconde al mondo ma che sanno fin troppo il fatto loro, come Alfa Grafica di San Sebastiano.

Nella conversazione con Di Tursi Caccavale svela il dipanarsi del lavoro: “Un ampio cantiere di ricerca durato diversi anni, rendendomi quella precisione del vero di cui ho bisogno per riversare in forma di dono le composizioni figurate che, prima di ogni cosa, alfabetizzano i miei occhi, riversando la coralità attenta dei dettagli all’esterno, rendendo prodigioso il vedere”. Racconta l’artista che l’autore della scultura fu maestro di Ornato all’Accademia di Belle arti di Napoli e presidente della Scuola di pittura di Resina, ma morì indigente e dimenticato. Il suo “vero” è “la cosa così com’è, dove non c’è nessuna traccia o scoria psicologica dell’autore. La limpidezza faticosa e leggera di quel così… come siamo. Nessuna cifra stilistica, nessuna contestualizzazione per elemosinare valore”.

Anche quello di Caccavale è uno scavo profondo. L’artista originario di Afragola vive tra Bari e Parigi: dove insegna l’arte del vetro, del mosaico, della vita, amatissimo dai tanti allievi che si riconoscono nella sua autenticità. Scava per non lasciare laggiù le cose che trova, ma per farle riemergere prepotentemente. Anche attraverso le parole dei poeti, che vengono tradotte contando sulla sparizione di chi “media” traducendo, facendo da ponte da linguaggio a linguaggio e da lingua a lingua. E si realizza a pieno il lavoro costruttivo della cultura: “Da aghiformi calici appestati / beviamo l’ossessione delle cause, / con uncini tocchiamo grandezze, / infime, quasi leggera morte / E di fronte al groviglio delle asticelle / il bambino resta in silenzio / Dorme, l’universo nella culla / della piccola eternità”. Sono versi ersi di Osip Mandel’štam, considerato il più grande poeta russo del Novecento, che combaciano miracolosamente con le intenzioni di Belliazzi vissuto nello stesso periodo di Gemito in una Napoli che non seppe scoprirne il genio. Da “spaesato”, come si definisce, Giuseppe Caccavale cammina e scopre, ricerca e riporta alla luce tutto quanto si rivela funzionale e illuminante per questo tempo che dimentica e poi finge di scoprire e di scoprirsi. Sul Monte Athos, alla Badia di Cava, nei luoghi museali più segreti e “rimossi” di Francia, Germania, Inghilterra.

“Ho trovato nella scrittura della poesia un magma molto più scottante – racconta Caccavale – e la parola del poeta mi ha aperto orizzonti straordinari, tutto ciò che non mi ha aperto il mondo visivo, che è sempre stile che diventa stilismo, restando conchiuso”. Poeti contemporanei, come Alfonso Guida, il poeta lucano di cui Guanda ha da poco pubblicato Diario di un autodidatta. Da “spaesato”, pronto sempre a rinascere e a far rinascere senza mai ripetere nulla, Caccavale era un maestro anche da giovanissimo, quando decise di lasciare Napoli per inseguire, a forza di camminare col cielo sulla testa, non nel chiuso di uno studio, il “piccolo”, il minuto, un dettaglio che non è tale, ciò che può sfuggire a un occhio distratto e che invece è fondamentale per ripartire col piede giusto in quest’epoca confusa. Il suo libro è un talismano, a ricordo di una mostra che non smetteremo di vedere mai.

1875 2005 2023 Il riposo Raffaele Beliazzi Giuseppe Caccavale
a cura di Chiara Bertola
Dante & Decartes, 2025, pagine non numerate ill. col., più volte ripiegate

Stella Cervasio

Stella Cervasio

vicecaposervizio a «la Repubblica» per molti anni e fondatrice della pagina dell'arte del Lunedì nell'inserto napoletano (è stata allieva di Francesco Abbate), ora collabora con il «Corriere della Sera» e scrive libri. Presiede l'associazione per i diritti degli animali Animal Day Aps.

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