A Parigi, alla Fondation Alberto Giacometti, si è tenuta nei mesi scorsi una mostra molto interrogativa; non un giusto confronto tra il padrone di casa e l’ospite, tra Alberto Giacometti e Giorgio Morandi. Il primo come le sue sculture in cammino a braccetto coi codici della modernità, il secondo in pausa nello spazio. Il primo ferito dal tempo, il secondo ingrandito nello spazio; il primo presente continuamente nel suo tempo, il secondo presente continuamente nello spazio. Lo spazio, col suo estenuante silenzio, sorpassa il tempo; il tempo si esaurisce con la sua estenuante velocità. Il tempo come sappiamo divora, lo spazio come non sappiamo fa crescere. Già allora Giacometti s’era stancato della grande città, Morandi era benedetto dalla provincia. La città era già moribonda, la provincia nasceva. Abbiamo ammirato un bell’interrogativo, ma forse il progetto andava ragionato meglio. Due artisti lontani uno dall’altro. Non è grave, capita spesso nell’arte e può continuare felicemente all’infinito.
Negli stessi giorni, in un altro arrondissement della città, al museo del Louvre, una mostra a dir poco favolosa, una sola grande sala. La Francia è in difficoltà economica ma sa come stupirci, anche l’Italia ha le stesse difficoltà ma… Il titolo di questa “ricerca-mostra” è Revoir Cimabue, il curatore è Thomas Bohl. Diciamocelo una volta per tutte, nelle arti i millenni sono sconosciuti a sé stessi; esistono i gesti e battono sull’incudine del presente, immediatamente il gesto parla al nostro sguardo, parlando la lingua dei nostri occhi. Quindi non occorre vedere attraverso ciò che si sa, bensì essere trasformati da ciò che si vede.
Nel perimetro della sala del Louvre le tavole dipinte si corrispondono come in una conferenza. Come Giacometti, Giotto è moderno, carico di mestiere. Duccio da Boninsegna, come Morandi, fa pausa nel silenzio dello spazio. Questo intervallo atmosferico di delicatezza, di suoni appena udibili e di trasparenza di spazi, lo chiamo «grazia». Non ho fatto mai nessuna differenza tra la sinuosità di una mano disegnata e dipinta da Duccio e le spennellature di un’Amalassunta dipinta su tela da Osvaldo Licini, altro gran provinciale (Monte Vidon Corrado era il suo paese). Mani che si raggiungono e dipingono l’identico filo d’orizzonte fatto del respiro piatto dei secoli. Cimabue, unico tra tutti, sovrasta e alfabetizza la luce; ci mette sulle labbra degli occhi un nuovo linguaggio. Eliminando equivoci: Cimabue è sempre stato il maestro di Giotto, il secondo non ha mai sorpassato il maestro, lasciamo le filastrocche ai bambini.

Decenni, fa per ragioni di studio, mi confrontai con le due Croci di Cimabue: quella di San Domenico ad Arezzo, 1260, e quella di Santa Croce a Firenze, 1270 circa. Tra le due esecuzioni trascorrono dieci anni. Dieci anni incredibili, si aprono i mari, difficilmente ci troviamo di fronte ad avvenimenti simili. Il corpo del primo crocifisso, alla maniera greca, segue lo schema crisografico delle linee segmentate; nel secondo l’artista ci mostra come ha avuto tempo di guardarsi intorno, fare una pausa, e in quella pausa tutto si è trasformato in “vero”, la natura ha viaggiato nello sguardo dell’uomo. Il Cristo di Santa Croce ha l’anatomia di un uomo vero, la luce lo accarezza e ci dialoga sopra, ci mostra il dolore attraverso il colore. Cimabue si fa scorrere gli occhi nelle mani, ci mostra il pianto della vita, il cuore dell’arte conquista il battito del cuore umano. Cimabue è il Rossellini del suo tempo.

L’opera del nostro caro artista ha attraversato molte tragedie. Di una, l’alluvione di Firenze del 1966, il Crocifisso di Santa Croce divenne l’emblema; fu salvato dalle acque. Per fortuna ci restano fotografie fatte prima dell’alluvione (di nuovo la tragedia del terremoto del 1997 in Umbria non risparmiò le sue vele dipinte a buon fresco, riducendone una parte in cinquemila pietruzze colorate). Confrontando le due Croci, agli occhi appare una differenza eclatante. Nella seconda la “nuda povertà” francescana si mostra alla luce: il perizoma del Cristo di Santa Croce è trasparente, s’intravede il corpo dell’uomo così com’è. Tutto viene dipinto coi piedi per terra, vorrei dire cogli occhi per terra; Dio è nell’opera, non più in cielo.
Il primo poeta d’Europa è stato un santo, Francesco. Il nostro artista fu chiamato dai frati francescani a essere il primo artista d’Europa, salendo sulle impalcature di una nuova grotta di Lascaux, Assisi. Sotto quelle vele i suoi pennelli sillabano per la prima volta la parola Ytalia: nello spazio dedicato all’evangelista Marco, dove le città cominciano a essere dipinte nella loro architettura. Dopodiché Cimabue scompare nell’ombra, i documenti sulla sua vita sono rarissimi, Dante ne parla in un famoso verso della Commedia, ma ci vogliono duecentocinquant’anni perché si parli di nuovo di lui, lo fa Giorgio Vasari e così Cimabue riappare, ma non in maniera pacifica: l’unica opera che gli viene data per certa è il mosaico del San Giovanni, nel Duomo di Pisa. Ci sono voluti ancora altri secoli di ricerche per restituirgli una vita, testimonianze rare e a denti stretti.
Da bambino c’era un’usanza, durante il mese di maggio nella città dove sono nato: lavarsi il viso con petali di rose nell’acqua, mia madre ne preparava un bacile. Entrando nella mostra di Cimabue mi è venuto alla mente subito questo: lavarsi il viso con lo sguardo degli angeli. Il prossimo anno sarà l’anno di Rainer Maria Rilke e dei suoi angeli. Chi è l’angelo oggi? Un uomo semplice, senza ali. Mi chiedo e vi chiedo: abbiamo ancora bisogno, nella nostra realtà, dei volti sfigurati di Francis Bacon? Restare ancora di fronte a queste sfigure è come essere prigionieri del passato, forse ora ne potremmo fare a meno. Il presente ci vuole rinnovati, i visi degli angeli di Cimabue tornano nel bacile di petali di rose e ci lavano il viso, sono il futuro che luccica da uno sguardo all’altro e ci fa innamorare. Le tavole a foglie d’oro di Cimabue sono tarate per il tempo che verrà.
Da ragazzo mi chiedevo perché gli storici dell’arte abbiano quasi sempre un cattivo gusto per il contemporaneo, e perché gli storici del contemporaneo non conoscano la storia dell’arte. Ora lo so: entrambi credono a una cronologia anche nell’arte; quindi non amano perdersi, e non volersi perdere significa restare bloccati da ciò che si sa, almeno per quello che si crede di sapere. Quale volto può sorridere, incontrando un volto dipinto da Cimabue? mi piace pensare che possa essere un volto in cera di Medardo Rosso ma chissà, nel loro cammino magari ha incontrato anche l’incommensurabile Wiligelmo, mastro scalpellino. Quella dell’arte è la mano che più di quella di Penelope sa tessere e disfare i millenni. E se la Maestà che impera nella sala del Louvre, dipinta nel 1280, fosse la nostra Penelope? Se la Maestà fosse Anna Magnani che corre gridando dietro al carro militare in Roma città aperta di Rossellini? L’arte scioglie tutto nella ciotola della nostra conoscenza. Cimabue in mostra al Louvre ci insegna che l’arte siamo noi: siamo la nostra responsabilità, la nostra onestà nei confronti dei nostri fratelli angeli. Dopo essersi confrontati con opere del genere si mettono le ali del passato per divenire gli angeli di oggi, persone semplici e senza ali.

Così la Maestà che impera al centro della sala non è altro che il nostro sguardo consapevole seduto sul trono della “saggezza”. La superficie della tavola è come il letto di un fiume, ci somiglia, è levigata da una quotidianità a foglia d’oro. Cosa vediamo ora, il magnifico restauro o l’originale dipinto da Cimabue? Le due cose insieme. Il restauro del dipinto su tavola, terminato nel 2024, si mostra davanti a noi con la rivelazione di colori a tempera chiari e lucenti, forti nella stesura di un dipintore che senza ombra di dubbio amava la luce; e pure ci ama chi, seguendo regole precise, ha restaurato la tavola. La Maestà è un gong tibetano: nella sala si corrispondono anche dipinti asiatici, caucasici, venuti da lontano, come lontanissimo andò Cimabue. Nella gioia di influenze e digestioni visive si compongono figure che col loro sguardo sfondano gli orizzonti; gli occhi degli angeli sono aghi che sanno cucire in tutti i tempi le ferite del mondo. Siamo al cospetto di una clessidra in cui ogni granello di sabbia corrisponde alle lettere di tutti gli alfabeti terrestri.
Inoltrandoci nella sala il nostro sguardo incontra un boato di semplicità. Ecco i sarti che hanno appena tagliato stoffe di tessuti naturali per vestirne i protagonisti che ci guardano dal loro silenzio. Le ricerche cromatiche di Josef Albers erano già nelle tonalità ricercate delle ali degli angeli che accompagnano la Maestà, nell’aria di un sabato pomeriggio dorato. Il bambino che ci guarda senza guardare la madre ci indica che i suoi occhi sono gli occhi con cui guardiamo l’altro; i suoi occhi sono gli occhi dell’umanità intera, stringe nella mano il rotolo del sapere che ognuno di noi è portato a leggere, sempre a ritroso, nel percorso della sua vita; la rete che intessono gli sguardi degli angeli disegna una cosmologia che ha ancora nella sua interezza la forza di consolidare la nostra civiltà. Un cosmo in legno di castagno, alto quattro metri e ventiquattro centimetri, nasconde la sua struttura in un telaio spesso e mirabile come una gabbia toracica.

Cimabue era un “frescante”, quindi non era un analfabeta dello spazio; sapeva come camminarci dentro, sapeva come scalarlo. In fondo le sue tavole dipinte non sono altro che tavole da ponte per le impalcature di Assisi, ci faceva camminare sopra i suoi piedi. In un’antica tradizione taoista, dove si parla del respiro embrionale, è detto che se si vuole conoscere sé stessi si respira con i talloni, oppure ci si accontenta di respirare con la gola. Sono certo che chi vede il mondo lo veda coi talloni, con la stanchezza con cui il cammino sa comporci.
Proprio ad Assisi abbiamo la più grande manifestazione di Cimabue; la sua Crocifissione, una scena così naturale e vera, non si era ancora vista. L’artista mette insieme, in colori di dolore vivo, la tragedia della morte del figlio, di una madre terrestre che non vuole lasciarlo andare via, attraverso le braccia di una donna innalzando due pilastri di fede. Ci si chiede come si raggiungono queste vette dove l’uomo si dona all’uomo. Cimabue viaggiava e vedeva, sapeva certamente qualcosa della geografia visiva di altre culture, ma la traccia fondamentale del suo paesaggio architettonico e pittorico è che non si ripeteva mai. Nelle mani ha le lame taglienti della lucidità, il disegno che squarcia arcaicamente la sonorità del suo cammino, i talloni del disegno che vengono con forza verso di noi, scovandoci negli occhi la vita delle figure addormentate, svegliandole. Con lo splendore della sua luminosità lavorativa, e l’oscuro e perso percorso della sua biografia, Cimabue è ancora qui; ci scuote e ci sveglia.
E se in un boato di semplicità ci si dimenticasse per duecentocinquant’anni tutta la produzione culturale seriale? Finalmente liberi dei produttori di cose in serie che negli ultimi decenni si sono arricchiti a discapito dell’impoverimento di consapevolezza critica di chi guarda, ascolta e legge, e hanno tolto al mondo l’avventura della fiducia in un gesto che unisce e non allontana. L’oro delle tavole di Cimabue è il sorriso di nostra madre, nell’annunciare a nostro padre di essere incinta di noi. Vi sentiamo l’abbraccio di fiducia dei nostri genitori, certi che il mondo cambierà. Fare arte è generare fiducia.
Revoir Cimabue. Aux origines de la peinture italienne
a cura di Thomas Bohl
Paris, Louvre
dal 22 gennaio al 12 maggio 2025
Tutte le immagini sono di Giuseppe Caccavale studio
