Ad Reinhardt e i Black Paintings

Dobbiamo proprio parlare dei Black paintings di Reinhardt? Cosa ci sarà mai da dire su dei quadri dipinti completamente di nero?
In teoria, niente. Sono i primi dipinti che non possono essere fraintesi.

C’è talmente poco da vedere, in effetti.
Tutto quello che c’è da vedere è lì, sulla superficie.

Peccato solo che sono vuoti.
Al contrario, la superficie è così piena che non c’è più spazio neanche per la firma.

Li riduceva ancora un po’ e non gli restava che il chiodo alla parete.
E infatti non si possono ridurre ulteriormente. Per questo anziché cercare variazioni ha pensato bene di continuare a ripetere i Black paintings.

Sì, ma a colpi di esclusione, cosa resterà mai della pittura?
Esito a rispondere…

Oddio, non mi vorrai dire che restano solo i Black paintings?
Nessuno voleva esporre con Reinhardt. I suoi dipinti erano considerati pericolosi come dinamite in un cantiere, come se mordessero. I Black paintings sollevano infatti molte domande su quanto viene esposto nella stessa sala.
E quando chiedevano a Reinhardt perché gli altri artisti non dipingessero Black paintings come lui, allargava le braccia sconcertato: “Non lo so. Lo deve chiedere a loro”, o: “Ebbene, questo è un grande mistero”.

E’ spaventoso.
Non più di un enorme sandwich di plastica che trasuda ketchup dentro un museo d’arte contemporanea con le pareti lucide laccate di bianco.

Sarà, ma anche Reinhardt ha realizzato per anni dipinti colorati.
Reinhardt ci teneva a esporre i Black paintings da soli. Tutti monocromi. Tutti neri. Tutti della stessa misura. Tutti dipinti allo stesso modo. Tutti con la stessa data. Tutti…

Che allegria! Ne hai visto uno li hai visti tutti.
La gente era così irritata alla loro presenza che spesso li sfregiava, a New York come a Parigi. Sono le prime opere contemporanee a dover essere protette ed esposte a distanza. Come la Gioconda.

Già non c’è niente da vedere, se poi le metti pure a distanza…
In realtà c’è molto da vedere, ti assicuro. Ma bisogna darsi il tempo, almeno un quarto d’ora.

Un quarto d’ora a quadro? Nello stesso tempo hai fatto il giro del museo.
Un museo non è una sala giochi né un punto vendita. Somiglia più a una tomba.

La pittura allora è morta?
No, non v’è ragione che muoia. Un po’ come il libro stampato. Si continuerà a dipingere e a scrivere ancora a lungo.

Beh, se non è morta, poco ci manca.
Né la pittura né l’arte possono morire. Sono gli artisti in quanto umani a nascere e a morire. La pittura non è una pianta annaffiata dalle parole degli storici dell’arte.

L’Arte eterna! Sento odore di incenso. Del resto tutta questa faccenda dei Black paintings suona molto mistica alle mie orecchie.
L’unico vantaggio di paragonarli alla religione è che quest’ultima, come l’arte, è contraria al business. Il tempio è santo perché non è in vendita.

Questa poi! Vuoi dirmi che l’artista è un santo? Reinhardt santo subito?
Nessuno più di Reinhardt era contrario agli artisti che ricevono la chiamata.

E allora?
L’arte non è il fianco spirituale del business. E, al contrario del businessman, l’artista – come il monaco – non sfrutta nessuno e non si arricchisce, o perlomeno non dovrebbe. Un prete con uno stipendio da capogiro non è grottesco?

Sarà, ma un artista ha pur da mangiare.
Un artista non deve mangiare più di chiunque altro. Ha lo stesso appetito degli altri umani.

Che nessun venda!
Un artista non ha bisogno di vendere. Ha bisogno di esporre in giro il suo lavoro il più possibile. Le opere non dovrebbero stare dentro un appartamento privato e inaccessibile, confuse col mobilio e altre cianfrusaglie, ma in un museo pubblico. E senza intromissioni esterne, come avveniva all’epoca negli Stati Uniti, quando la Pepsi-Cola organizzava le mostre al Metropolitan per celebrare la guerra: “Artists for Victory”.

I collezionisti hanno spesso maggior riguardo dei musei verso le opere.
Negli appartamenti non c’è più spazio per un quadro polveroso, non più che in un aereo.

Cosa farebbero mai i musei dello Stato? Educare il popolo?
L’arte non può educare nessuno. Reinhardt se la prendeva con Gwathmey, convinto che i suoi dipinti disperdessero i pregiudizi razziali. E se la prendeva con Ralston Crawford, spedito sull’atollo di Bikini a documentare i test atomici. Se ne tornò con sotto il braccio delle tele con qualche linea curva mezza deformata: questa sarebbe stata la documentazione!
L’arte astratta non è un vaso vuoto dentro cui versare il contenuto.

Quindi un artista non dovrebbe manifestare contro la guerra?
Deve, ma in quanto cittadino, non in quanto artista.

Dipingere una folla che avanza è quindi inutile?
Il dipinto di una pistola è veramente più rivoluzionario del dipinto di una mela?

Non lo so, è una domanda stupida. Comunque qui, in questi Black paintings non ci sono né pistole né mele ma solo buchi neri…
…che hanno rivoluzionato l’arte migliore degli anni sessanta.

Certo che se la rivoluzione passa da qui l’arte è messa proprio male…
Lo era, il quadro era ancora una finestra spalancata sul mondo e nelle scuole gli artisti studiavano la prospettiva lineare o la natura morta e ritraevano vecchie donne nude o Marilyn Monroe. Frank O’Hara paragonava le forme nere su bianco di Motherwell ai testicoli e alla coda del toro appesi al muro. E ancora nel 1966 Thomas Hess scriveva che le donne ritratte da de Kooning quell’anno erano più belle, giovani e bionde.

Effettivamente…
E perché gli artisti devono studiare anatomia come i medici?

Forse per rendere l’arte più umana, soprattutto nel caso dell’astrazione.
Perché insistere sull’umanità dell’arte astratta? Soltanto gli esseri umani dipingono quadri astratti. Le piante e gli animali non lo fanno.

Un groviglio di linee e un ritratto non sono la stessa cosa.
Se dipingi una faccia il quadro è più umano? Se dipingi persone ti piacciono le persone?

Da qui ai Black paintings il passo è lungo. Gli impressionisti hanno rivoluzionato la pittura piantando il cavalletto in mezzo alla campagna, en plein air, non spegnendo la luce.
Il sentimento della natura non si esprime con qualche colpo di pennello di striscio per fare l’erba. Che rapporto ci sarà mai tra dipingere un paesaggio e passare un giorno in campagna?

Comunque i Black paintings derivano dall’arte figurativa. O spuntano dal nulla come il monolite nero di Kubrick?
Reinhardt è il primo artista a non cominciare dal figurativo per passare in seguito all’astrazione. Nasce per così dire astratto.

No, aspetta, non vorrai dirmi che non sapeva manco disegnare?
I suoi fumetti sono straordinari, ma ha poca importanza. Saper dipingere le figure è un lasciapassare per l’astrazione? Perché la rappresentazione avrebbe un valore morale che l’astrazione non ha?

Ho capito tutto, non insistere, non sapeva disegnare. Ma almeno voleva esprimere qualcosa?
Se vuoi trasmettere un messaggio invii un telegramma, non ti metti a dipingere un quadro.

Insomma nessuna depressione, nessun problema, nessuna storia d’amore finita male, perché questo Reinhardt non era un uomo come tutti gli altri.
Alcuni credevano che Reinhardt non amasse le donne e i bambini e gli uomini in generale, perché i suoi quadri erano neri e senza titoli. L’artista va considerato in quanto artista e non in quanto marito, padre di famiglia, viveur. Un cattivo artista non è un buon artista e non un uomo buono o cattivo.

Sarà, ma resta qualcosa di disumano in quelle superfici nere…
Nei film che passavano a quei tempi alla televisione, sentivi cose del tipo: “Ogni pennellata è strappata dalle mie budella”. E un artista di cui ometto il nome dichiarò persino: “osservo un Picasso finché posso annusare le sue ascelle”.

Che schifo.
L’artista non è una vittima del destino. E i colori non hanno alcuna qualità intrinseca, tantomeno il nero, che non è nemmeno un colore.

Pensavo che a un certo punto Reinhardt si fosse suicidato.
Reinhardt è morto nel suo atelier, inghiottito dai suoi dipinti neri. Forse ti confondi con Rothko.

E infatti le sue ultime opere erano abbastanza scure.
L’ultima tela sul cavalletto era rosso fuoco. E basta parlare di Rothko…

Se allora il nero non ha alcuna qualità particolare come sembri insinuare, poteva usare il bianco, come Malevič.
Il bianco acceca. Va bene per la scultura, per lo schermo del cinema e per arredare la cucina.

Parlare della vita di Reinhardt ti rende nervoso.
L’unica cosa da dire sull’arte e sulla vita è che l’arte è arte e la vita è vita, che l’arte non è la vita e che la vita non è l’arte.

Tu sì che sai giocare con le parole.
Alla fine degli anni cinquanta, uno fra i tanti artisti mezzi esistenzialisti prese la parola all’Artist Club di New York. Assunta una posa tormentata e tenebrosa esclamò: “Quando dipingo, non so quello che faccio”. Qualcuno del pubblicò allora sbottò: “Ma come, dopo vent’anni?” e tutti giù a ridere. Ma c’è di peggio.

Ormai sono pronto a tutto.
Nella stessa sala, qualcuno chiese a Max Ernst come realizzava un quadro. E lui rispose che in realtà, figurati, non aveva realizzato nessuno dei suoi quadri, che si alzava la mattina ed erano già belli che finiti!

Non fa neanche ridere.
E infatti c’è poco da ridere. Perché l’artista fa credere di non sapere cosa fa, quando tutti gli altri sanno bene cosa fanno?

Già, perché?
Non chiederlo a me.

Del resto quella era l’epoca dell’action painting. Che sarebbe Pollock senza quella vita spericolata?
I Black paintings combattono l’idea di fondo dell’action painting, per cui il quadro ha un valore terapeutico: un tizio ha una storia d’amore che va a rotoli o il suo boss gli urla dietro che è un incapace, e allora torna di corsa nel suo atelier incazzato e prende a bastonate la tela.

Quand’è allora che sei autorizzato a dipingere? Quando sei innamorato o i colleghi ti fanno la torta per il tuo compleanno?
Si dipinge quando non resta altro da fare, quando sono stati espletati tutti i bisogni fisiologici e sociali. Sbrigata la posta, pagate le bollette, mandati i bambini a scuola, congedata la compagna, mangiato per bene, fatta una siesta: solo allora ti puoi mettere al lavoro. Senza ansie, dolori, piaceri, distrazioni, ostacoli, impacci vari…

Fosse per te, Pollock era ancora inchiodato alla poltrona a fumare e rimuginare sul suo primo disegno…
…quando finalmente non si ha assolutamente alcuna ragione per non lavorare, bene – quello è il momento propizio per cominciare. Niente di peggio di un artista che ha qualcosa da fare, un lavoro o una commissione.

Un modo per atteggiarsi, insomma.
Niente affatto. L’arte non è uno stile di vita. E’ de Kooning che viveva come Elizabeth Taylor e i surrealisti a organizzare party più divertenti di quelli dei pittori astratti.

Non rischi di prendere i Black paintings troppo sul serio?
L’arte è troppo seria per essere presa seriamente, o perlomeno così pensava Ad Reinhardt.

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.