L’universo pensa se stesso?

Perché leggere, oggi, un trattatello medievale? Ovviamente, un medievista vi troverebbe infiniti motivi d’interesse, come d’altronde ogni specialista li trova nel proprio campo. Ma la mia domanda è diversa. Perché, oggi, qualcuno che non sia toccato dai problemi filologici, tesi a raddrizzare eventuali storture che un pensiero ha dovuto patire nei secoli (distorsioni – come nel caso di Mens Hyle Deus, di David di Dinant – dovute alla condanna per odore di eresia, da scontarsi sotto forma di damnatio memoriae), perché questo lettore comune dovrebbe trovare motivi di interesse in una lettura come questa? Per la semplice ragione che nella storia del pensiero, non solo vi sono possibilità che sono rimaste per molti versi impensate, ma anche perché il pensiero non smette mai di essere in potenza, di essere cioè aperto alla sua possibilità ulteriore, alla sua possibilità di essere pensato come se fosse la prima volta.

Così, David (questo oscuro filosofo vissuto in Francia tra il XII e il XIII secolo e i cui scritti furono ritrovati, dopo secoli di messa all’indice, nel 1933 da Alexander Birkenmajer) espone in pochissime righe un pensiero incendiario che Emanuele Dattilo, nella prefazione, ben enuclea nei suoi tratti peculiari. David – al di là della teologia del proprio tempo, che, infatti, lo condanna senza appello tramite le confutazioni, tra gli altri, di Alberto Magno e di Tommaso – enuncia la scandalosa coincidenza tra pensiero, materia e Dio, ri-disegnando, in questo modo, i confini di una concezione panteistica del mondo.

Si può immaginare, oggi certo con fatica, come il postulare l’identità di Dio e materia significasse, in quel frangente del tempo, mettere in discussione l’intera struttura della Genesi e della creazione del mondo; significasse, cioè, minare alle fondamenta il senso del mondo. Se, infatti, Dio e materia sono la stessa cosa, allora viene a cadere l’idea di un principio primo che, in quanto artefice originario, creerebbe un mondo, abbandonandolo poi al suo destino o, a seconda della visione teologica adottata, governandolo attraverso un proprio disegno imperscrutabile. Le ricadute sono innumerevoli – che fossero o meno chiare a David, assai prossimo, a quel che è dato sapere, al vertice della Chiesa retta da Innocenzo III, l’autore della lettera decretale Vergentis in senium saeculi corruptelam (“la corruzione del secolo che volge alla fine”), con il quale l’eresia viene equiparata al reato di lesa maestà, fondamento giuridico-teologico che porterà alle crociate sterminatrici dei càtari. La conseguenza più eclatante dell’identità tra Dio e materia è che il manifestarsi di un Dio che coincide con il mondo porta con sé l’apparizione di un Dio che contiene in sé anche il Male del mondo (oppure, nella sua forma più radicale, un tale Dio si pone al di là delle stesse categorie di Bene e di Male). In una prospettiva cristiana, come era certamente quella di David, il mondo che emerge da questo breve trattato risulta costituito, oltre che dalla meraviglia del creato, anche dalla sofferenza, dalla violenza, dall’imperfezione, dalla morte i quali, sempre in questa prospettiva, non sarebbero più distinguibili dal corpo stesso di Dio: Dio sarebbe, dunque, necessariamente anche il Male, cosa che non sfuggiva, ad esempio, a tutti i dualismi gnostici che, di conseguenza, si sentivano costretti a postulare la coincidenza del Dio creatore con la figura di un demiurgo funesto, riservando al Dio vero una dimensione di pura luce oltre il mondo della materia (in realtà, per diverse correnti gnostiche coeve, dai bogomili sino ai càtari e poi a rotta di collo su e giù per la scala del tempo, in avanti e all’indietro, le cose sono più complesse, ma si tratta di un’altra tradizione che, ora e qui, ci porterebbe troppo lontani, anche se va tenuto in conto che, in qualche modo, spesso acrobatico, la tradizione gnostica crea un ponte tra la religiosità cosmica pagano-panteista e la religione della storia cristiana).

Quello di David è, dunque, un Dio costituito dall’imperfezione della materia e che oscilla tra la volontà di forma, per mezzo di una Mente a sua volta universale e senza un Soggetto (una Mens assai prossima, come ricorda Dattilo, al Nous averroista), e l’informe della materia.

C’è un che di vertiginoso in questo pensiero che trasporta, dopo i primi tentonamenti razionali, nei territori dell’immaginazione e, ancor più, nella sfera della visione, di un vedere mistico o profetico che, come ogni grande profezia, spalanca l’ortodossia al suo impensato, aprendo, nel solco del retto cammino, una molteplicità di sentieri la cui meta si perde in ombrosa terra di nessuno.

Dattilo, che in due recenti libri (Il dio sensibile, 2021, e La vita che vive, 2022) ha sostenuto la necessità di un “nuovo” panteismo, si chiede se le parole di David possano ancora risuonare in un’epoca, la nostra, in cui “la mente si riduce, per noi, a una serie di operazioni cognitive racchiuse nella calotta cranica, con qualche misterioso rapporto con il corpo e con l’ambiente intorno; la materia è una precaria aggregazione di atomi, sempre in procinto di dissolversi, che si lascia conoscere solo attraverso una serie di calcoli statistici; Dio è morto – e a lui si è sostituita una povera ingloriosa immagine umana, sempre più civilizzata e socializzata, che usurpa più o meno tutte le religioni, anche quelle laiche, che siano storicistiche o scientistiche”.

Ma è, forse, su questo punto che Dattilo mi pare non porti sino in fondo il possibile contenuto nel pensiero di David.

Max Planck, che sicuramente di materia e di aggregazione di atomi se ne intendeva, nel 1944, scriveva “avendo dedicato tutta la mia vita alla scienza più lucida, lo studio della materia, posso affermare questo sui risultati della mia ricerca sull’atomo: la materia in quanto tale non esiste! Tutta la materia trae origine ed esiste solo in virtù di una forza che fa vibrare le particelle atomiche e tiene insieme quel minuscolo sistema solare che è l’atomo […]. Dobbiamo presumere che dietro questa forza esiste una Mente cosciente e intelligente. Questa Mente è la matrice di tutta la materia.” Planck intuiva che la materia non poteva essere il fondamento dell’universo e ipotizzava, dunque, la presenza di una Mente che fosse il cuore pulsante e unificante dell’infinita massa di atomi di cui l’universo è costituito. Nonostante questa immagine illuminante, Planck restava, probabilmente, vittima ancora di una visione teologica dell’universo, in cui una Mente, un Soggetto (Dio o un suo surrogato), doveva essere il principio, il motore immobile, della materia. Arrivava così a innalzare la mente a elemento matriciale, negando, allo stesso tempo, alla materia una sua realtà. Forse, invece, avrebbe potuto fare un passo in là – liberandosi dell’idea di Dio (e penso che, seppur per altre ragioni, anche il pensiero di Dattilo ne trarrebbe giovamento) – e vedere come quella Mente fosse, in fondo, proprio la materia che pensava se stessa.

Se, infatti, esiste una perfetta identità tra materia e pensiero, allora come non vedere, come non esperire, che il pensiero non è altro che la materia che pensa se stessa? Come non comprendere – come Dattilo sembra non comprendere – che i calcoli, le reazioni chimiche ed elettriche all’interno della calotta cerebrale che le neuroscienze mettono alla base del pensiero, non solo non sono in opposizione all’abissalità del pensiero di David, ma ne sono di fatto la prova sperimentale? I fenomeni chimici e elettromagnetici – cioè la materia e le sue metamorfosi – sono il pensiero. Non nel senso superstizioso che darebbero origine, a mo’ di combustibile, al pensiero di un soggetto (sorto non si sa come e da dove) che poi elaborerebbe concetti. Ma in quello molto più radicale per cui le reazioni della materia si pensano: è la materia che pensa se stessa. E in questo processo non è affatto l’uomo l’essere pensante, il soggetto del pensiero. E nemmeno Dio. È l’universo che pensa se stesso: gli alberi pensano, gli oceani pensano, le stelle pensano, gli atomi pensano. L’universo non fa che pensare se stesso. L’abissalità di un tale pensiero non porta con sé solo la morte di Dio ma anche la marginalità dell’umano: è un pensiero ateologico e in cui non c’è spazio per nessun antropocentrismo.

Detto nella lingua di David, che è poi quella dei greci, la mens è la hyle che pensa se stessa, che si dà immagini di sé. E, forse, l’universo non è altro che il movimento della materia che tenta di pensare se stessa e di darsi un’immagine di sé. In tutto questo processo, l’uomo diviene davvero poca cosa, come d’altronde Dio. All’interno di un panteismo radicale non c’è spazio per Dio, nemmeno per il Dio sensibile e il suo manifestarsi nella natura. Dio è un nome che storicamente è servito per indicare il mistero, l’enigma di questa coincidenza o non coincidenza, a seconda delle tradizioni, tra materia e pensiero. Dio serviva a indicare un abisso, un pensiero abissale. Oggi, più che indicare quell’abisso rischia di otturarne la visione, di chiuderlo in un orizzonte di significati storicamente determinati che non aiutano a pensarlo, ad abitarlo e, se necessario, a perdervisi. Le resistenze di Dattilo verso le scienze e la desacralizzazione del mondo ne sono un indizio, anche se questo nulla toglie alla sottigliezza del suo lavoro e all’importanza dei temi che pensa in modo radicale, merce assai rara in un tempo di chiosatori del nulla.

Nel 2011 avevo fatto segno, per poi ritornarci a più riprese (l’ultima volta in Estasi), verso questa visione radicale, sconcertante e destabilizzante, dell’identità vibrante di materia e pensiero, dandole il nome di materialismo estatico. Era un modo, ancora poco chiaro per me, di indicare quanto questo fuoriuscire della materia da se stessa, questa esplosione della materia che si dà una forma tramite il pensiero, in tutte le sue modalità espressive (dalle arti fino alla cibernetica), richiedesse l’esigenza di un’estasi, di una fuoriuscita del soggetto pensante da se stesso. Non verso una dimensione altra, ma nell’alterità stessa della materia. Io sono il mio corpo, io sono il mio corpo che pensa se stesso, io sono la materia che pensa se stessa, io sono l’universo che pensa se stesso. David aggiungerebbe, forse, io sono Dio che pensa se stesso. E, in questo senso, io non ho più corso.

All’interno dei confini di questo mondo, che non è lontano da quello di tanti visionari, guardare un’opera d’arte, leggere una poesia, ascoltare il soffio del vento, arare un campo, prendersi cura di un alveare, osservare il cammino di una formica, risolvere un’equazione, elaborare algoritmi, progettare intelligenze artificiali, studiare i movimenti neuronali, vagare nello spazio remoto, mettersi alla ricerca della materia oscura o sognare significa partecipare all’inesauribile processo di autocomprensione dell’universo. Significa spogliarsi dell’idea di aver un qualunque privilegio in questo processo, come anche dell’idea che vi sia un autore di tutto ciò. Ogni pensiero è una via d’accesso a questo processo. Alcuni pensieri ne hanno consapevolezza, altri no. I primi vedono qualcosa, i secondi vi restano ciechi, accecati dall’idea di sé, dalla propria soggettività.

Si tratta, sicuramente, di un sapere oscuro o di un oscuro scrutare, come ebbe a definirlo Philip K. Dick. Non so dire verso dove ci si debba rivolgere. Forse non si tratta nemmeno più di rivolgersi. Ma di abbandonarsi, come in sogno.

David di Dinant
Mente Materia Dio
A cura di Emanuele Dattilo
Il Melangolo, 2022, 53 pp., 8 €

In copertina: illustrazione tratta da Cyprian Leowitz, Eclipses Luminarium, 1555

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell'arte” (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).