Lo straniamento dialettico della fantascienza

04/05/2023

Di fronte alla folla nelle strade di una città dell’Unione Sovietica, Pasolini raccontava di non provare lo stesso sgomento che provava nel vedere la massa di persone nelle strade italiane. La massa uniforme che notava in Unione Sovietica, scriveva, era il prodotto del fatto che non vi fosse differenza di classe, che quel popolo si fosse guadagnato l’uguaglianza con la rivoluzione, mentre in Italia si trattava piuttosto del conformismo atomizzante della società di massa. Naturalmente a molti non è mai piaciuto questo modo di Pasolini di interpretare in quegli anni l’Unione Sovietica, men che mai oggi. Eppure una differenza tra le “due masse” c’era e forse davvero rappresentava, dialetticamente, una condizione e il suo rovescio.

C’è una scena del film di Don Siegel L’invasione degli ultracorpi (1956), un classico della fantascienza degli anni ’50, in cui il protagonista in fuga con la sua compagna dagli invasati che vogliono “omologarli” alla nuova vita svuotata di senso dai colonizzatori alieni, si rifugia nel suo studio medico e guarda dalla finestra la folla che si raduna improvvisamente nella piazza. Un poliziotto col megafono dà indicazioni su come distribuire i baccelli che i camion dei contadini hanno trasportato e dai quali nasceranno “i doppi” degli umani, la loro versione senza emozioni che sta man mano sostituendo tutti i cittadini. A un primo sguardo sembra una normale domenica mattina, ma i cittadini della città immaginaria californiana Santa Mira non sono più gli stessi. Dietro l’armonia apparente della cittadina americana degli anni cinquanta, in piena guerra fredda, in una società illusoriamente pacificata di famiglie che passeggiano e vicini di casa che amichevolmente scambiano due parole, si nasconde la minaccia che sovverte l’equilibrio.

Oltre il sogno c’è l’incubo di vivere in uno stato di “sereno asservimento”, perché i replicanti nati dai vegetali alieni che si sostituiscono agli umani, uguali in tutto ad essi, non provano sentimenti e si rassegnano a vivere una vita senza ambizioni. Un mondo nel quale tutti sono uguali, proprio come le persone che Pasolini vede nelle strade dell’Unione Sovietica. Difficile non vedere nel film il riferimento al clima della guerra fredda e alla paura dell’alieno ­– in quel caso il nemico comunista – che comincia la sua colonizzazione dall’immaginario.

Questo rapporto dialettico della realtà con il suo opposto, dell’ordine con la minaccia che viene dall’esterno ma che si manifesta dall’interno – ognuno non riconosce più i propri parenti o i propri amici – è tipico di un certo tipo di letteratura fantascientifica, come quella di Philip K. Dick, che ha scritto alcuni suoi romanzi (all’epoca considerati minori) proprio negli anni ’50 descrivendo le distorsioni che si nascondevano dietro la tranquillità apparente della vita comunitaria degli Stati Uniti. In Tempo fuor di sesto (Time out of joint, 1959), per esempio, la vita tranquilla della città di provincia è il prodotto di una costruzione artificiale organizzata dal governo per servirsi delle capacità del protagonista (a sua insaputa) di intercettare i missili del conflitto in corso tra la colonia lunare e gli abitanti della terra: gli anni cinquanta sono una finzione, in realtà è il 1998.

copertina di Time Out of Joint, di Philip Dick, edizione del 1979

Questo tipo di fantascienza è propriamente dialettica perché immagina la trasformazione della realtà nel suo opposto: il presente che viene cancellato da un presente “altro” che ad esso si va a sostituire.  La contraddizione che il pensiero dialettico svela, di fronte a ciò che appare “illusoriamente” manifesto, descrive l’incubo e l’ossessione che disturba il presente perché esso è di per sé instabile, in bilico su fondamenta incerte. Il rovesciamento del positivo in negativo (o viceversa) sovverte la sostanza del presente e suggerisce un cambiamento di prospettiva. Cosa preoccupa realmente il dottor Bennet in fuga dagli invasati nel film di Don Siegel? Che i colonizzatori conquistino la città, la nazione e l’intero pianeta o che egli possa perdere la sua condizione di “essere umano”? Il pericolo principale che tiene insieme entrambe le preoccupazioni è dato dal fatto che l’alieno, in quanto sconosciuto e inconoscibile, mostra alla collettività l’inconsistenza del potere, non più in grado di governare e mantenere stabile l’ordine delle cose.

Jordan Peele, Us, 2019.

Diversamente, nel più recente film horror di Jordan Peele, Us (2019),è il potere del governo stesso a creare i cloni degli umani che, forse per un esperimento mai realizzato, tiene stipati nel sottomondo nascosto alla luce della vita “di sopra”, ridotti a copie imperfette, capaci solo di emulare malamente gli originali in superficie. Anche qui, come nel pensiero dialettico, la contraddizione è il prodotto della falsità del reale. Le copie imperfette sono il negativo, la parte incompleta che quando emerge dall’oscurità mette a rischio le vite degli “originali” e sovverte ancora una volta l’ordine del reale. I doppi vengono fuori dal sottomondo grazie all’incontro con una bambina umana che si perde nella casa degli specchi, una zona di passaggio tra i due mondi, e finisce a vivere nel “mondo di sotto” mentre la sua copia le si sostituisce nel mondo degli umani. Anni dopo la bambina cresciuta porta fuori dai sotterranei le repliche e guida la massa sovversiva verso il rovesciamento della realtà che opprime gli invisibili. Questo è l’aspetto più interessante della sintesi dialettica; essa va alla ricerca di un passaggio da un ordine di verità all’altro, di uno spostamento di segno in un sistema di significati che solo in apparenza è coerente, perché esiste una parte della società che ne rappresenta la negazione. Questa parte, nella dialettica marxiana, può diventare soggetto del rovesciamento. Da questo punto di vista il pensiero dialettico è un pensiero rivoluzionario perché cerca l’opposizione all’interno dell’unità “immaginata”; le contraddizioni sono interne al sistema, sono una manifestazione “altra” non sempre gradita (normalmente a chi detiene il potere) che da un momento all’altro germoglia, come i cloni degli umani dai baccelli alieni.

David James, Portrait of J. G. Ballard, Science Fiction Monthly, October 1975

Tra gli scrittori di fantascienza contemporanei, James Ballard è stato senza dubbio quello che meglio ha descritto le contraddizioni della società borghese moderna. Protagonista dei suoi ultimi romanzi, tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila, è la upper middle class inglese. Dunque non il proletariato, la classe il cui destino nella dialettica marxiana rappresenta la contraddizione per eccellenza della società capitalistica – ma la borghesia, espressione del successo del mondo capitalistico, che vive nei sobborghi urbani, nei complessi residenziali o nelle gated community esclusive e iperprotette. Questa classe sociale costantemente in ascesa, artefice e al contempo distruttrice del proprio destino, cerca di appagare la propria insoddisfazione attraverso la violenza insensata. Nel romanzo Millennium people (2003) gli abitanti del complesso residenziale Chelsea Marine, avvocati, professori e professionisti, improvvisamente si trasformano in rivoluzionari che lottano contro la società opulenta di cui essi stessi sono il prodotto. In una lotta irrazionale contro se stessi, distruggono i simboli del mondo borghese, per tornare a rifugiarsi, quando le cose si mettono male, nei loro cottage di campagna. Da classe che custodisce le certezze apparentemente solide della modernità capitalistica, la borghesia ne diventa il soggetto della negazione. Nell’ultimo romanzo che pubblica prima di morire, Regno a venire (2006), James Ballard scrive degli abitanti di una cittadina che vive intorno al grande centro commerciale Metro-Centre nella periferia di Londra che, corrosi dal consumismo, dalla noia e dal conformismo della vita borghese, finiscono col formare brigate fasciste orientate a una rivoluzione senza senso mossa dalla violenza fine a sé. Nella società contemporanea che descrive Ballard la borghesia è una classe incapace di riconoscersi, “aliena a sé”, i cui desideri nascondono illusioni e infelicità.

Chi è dunque l’alieno nel mondo moderno? Arriva da altri mondi o vive già tra noi? L’integrità del sistema capitalistico moderno si regge sull’idea che “non c’è alternativa”, che il mondo migliore sia questo, nonostante nei momenti di crisi si continui a volgere lo sguardo verso il cielo con la speranza che vi siano visitatori da altri pianeti che portino speranza (e non necessariamente minacce) come in Ufo 78 dei Wu Ming. I tanti avvistamenti di Ufo che avvengono nel 1978, un anno spartiacque per l’Italia, così lo definiscono i Wu Ming, sono forse il segnale dello “straniamento” che si vive in alcuni fasi storiche. Oggetti non identificati tornano ad essere avvistati di recente; i caccia statunitensi ne hanno abbattuti alcuni nei cieli dell’Alaska, del Canada e del Michigan; palloni spia cinesi, oggetti volanti, strani velivoli cilindrici e ottagonali. What’s going on up there?(cosa sta succedendo lassù?) titola il New York Times. Qualcosa di sconosciuto, riporta la difesa aerospaziale statunitense, non si esclude nulla. Qualcosa sta succedendo quaggiù però. E quanto ci è sconosciuto? Come in certa letteratura di finzione per molto tempo considerata “minore”, spesso tendiamo a rovesciare le cose e a interpretare la “crisi interna” come una minaccia che viene dall’esterno.

In copertina: Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi, 1956 (scena della fuga)

Emilio Gardini

Sociologo, fa ricerca sulle trasformazioni del capitalismo, sulla città e sulle politiche securitarie. Insegna Sociologia Generale e Politiche Pubbliche per la Sicurezza presso l’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro.

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