Giorgio Messori e Luigi Ghirri, in mondi paralleli

02.01.2025

In occasione della mostra Luigi Ghirri. Viaggi. Fotografie 1970-1991, visitabile sino al 26 gennaio al MASI di Lugano, Casagrande ha pubblicato Il pianeta sul tavolo. Giorgio Morandi e Luigi Ghirri (88 pp. ill. col., € 14), che raccoglie due saggi scritti a dieci anni di distanza l’uno dall’altro da uno scrittore che di Ghirri fu amico, il conterraneo Giorgio Messori (scomparso nel 2006 compiuti da poco i cinquant’anni che Ghirri non aveva fatto in tempo a compiere), rispettivamente dedicati al pittore e al fotografo che, in un celebre servizio realizzato fra l’89 e il ’90, aveva immortalato l’atelier-camera da letto di Via Fondazza, a Bologna, dove Morandi visse e lavorò sino a pochi anni dalla morte: quando trasferì il proprio studio a Grizzana, sull’Appennino bolognese. Il volumetto è arricchito da sette di quelle foto di Ghirri, ormai iconiche quanto i dipinti dei quali restituivano, più che il set, il fondo archetipico. Se è vero che, come scrive Messori, «i quadri di Morandi non rappresentano tanto degli oggetti quanto l’atto di contemplarli», il dittico di questi suoi scritti indaga, alla maniera quieta e assorta dello scrittore emiliano, sull’«atto di conoscenza» che, per lui come per Ghirri, coincide con quello della contemplazione. Riprendendo il titolo del romanzo di Pascal Quignard sul musicista Marin Marais (divenuto anche un celebre film di Alain Corneau), Tutte le mattine del mondo, Messori ci offre un piccolo trattato sulla sostanza stessa di quella cosa che, senza mai conoscerla davvero, da sempre chiamiamo «tempo» («la carne del tempo», la chiama con un’espressione di Josif Brodskij). Per la cortesia dell’autore e dell’editore proponiamo ai lettori di «Antinomie» la postfazione di Gino Ruozzi e, grazie agli eredi Ghirri, una scelta delle fotografie riprodotte nel volume.

A.C.

Non chiedere alle bottiglie di Morandi che cosa contenevano e perché stanno insieme, ora sono vuote, e nemmeno recipienti, sono l’idea di un mondo possibile, di soluzioni possibili.

Ennio Flaiano, Diario degli errori

Giorgio Messori e Luigi Ghirri hanno condiviso una bellissima amicizia. Erano entrambi nati in provincia di Reggio Emilia: Giorgio a Castellarano, sulle rive del fiume Secchia, il 28 luglio 1955; Luigi a Scandiano, città natale di Matteo Maria Boiardo e di Lazzaro Spallanzani, il 5 gennaio 1943. Si conobbero negli anni Ottanta, per curiosità, interessi e amici comuni. Da allora la loro amicizia fu un riferimento sicuro per entrambi, sul piano umano e anche su quello creativo. Questa pubblicazione ne è la prova, frutto della comune passione per l’arte, la letteratura, la fotografia, la musica (Bob Dylan in particolare), l’amicizia stessa.

Entrambi ci hanno purtroppo lasciato presto: Luigi il 14 febbraio 1992, per un attacco cardiaco a Roncocesi di Reggio Emilia; Giorgio il 12 giugno 2006, per un tumore, a Montericco di Reggio Emilia: poco prima e poco dopo i propri cinquant’anni.

Al termine dello stesso anno della morte di Luigi, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna gli fu dedicata un’ampia mostra curata da Paola Ghirri e Ennery Taramelli (Vista con camera. 200 fotografie in Emilia Romagna, 13 dicembre 1992 -14 febbraio 1993). La mostra fu documentata dal volume omonimo con le foto esposte, i saggi delle curatrici e una sezione finale di interventi di amici e critici, Scritti per Luigi Ghirri, curata da Giorgio Messori (Motta 1992, pp. 183-206).

Nel proprio testo Fin dove può arrivare l’infinito? Giorgio ricorda: «Quando ho conosciuto Luigi Ghirri e sua moglie Paola, ero reduce da un soggiorno all’estero. In poco tempo siamo diventati amici, ma poi sono ripartito per un’altra destinazione oltre frontiera. E quando finalmente, dopo un paio d’anni, ho deciso di tornare a vivere nella città da cui ero partito [Reggio Emilia], il pensiero che più mi confortava era di andare ad abitare vicino a loro. Non solo per una questione di affetto, di amicizia, ma anche perché da Luigi potevo sempre imparare a perdermi in quella lontananza che avevo cercato, spesso inutilmente, andandomene via all’estero. Era qualcosa che Ghirri insegnava spontaneamente col suo lavoro, le sue immagini, ma anche mentre si chiacchierava o si andava a zonzo con lui».[1]

L’amore per il viaggio è stata una caratteristica distintiva di Luigi; la sua arte, le sue passioni sono legate al movimento, anche se poi parte decisiva è stata la capacità di fermarsi al momento giusto, e di fissarlo fotografandolo “quel momento giusto”. Ne hanno parlato in tanti e tutti gli amici, da Franco Guerzoni a Gianni Celati, da Daniele Benati a Giorgio Messori. Anche la fotografia per Luigi è stata un viaggio, forse il più importante della vita. Lo ha scritto nel bellissimo saggio Un filo di seta (1988), in cui ha definito la fotografia «l’inquieto inizio di un viaggio verso un territorio ignoto».[2]

Anche Giorgio ha viaggiato molto, con frequenti residenze all’estero, in Svizzera (dove è nata l’amicizia con lo scrittore Peter Bichsel e il pittore Jürg Tanner) e soprattutto in Uzbekistan, dove dal 2000 al 2005 ha insegnato lingua e letteratura italiana nell’Università di Tashkent. Dei suoi viaggi europei compiuti con l’amico fotografo Vittore Fossati ha lasciato splendido racconto nel libro Viaggio in un paesaggio terrestre, pubblicato postumo nel 2007. Del suo soggiorno in Uzbekistan ha scritto nel «diario di bordo» Nella città del pane e dei postini, uscito nel 2005. In questo taccuino della «lontananza» racconta delle tante sorprendenti affinità con il «mondo nuovo e sconosciuto» della via della seta, dove ha avuto anche la fortuna di incontrare Lyuda, la «studentessa bionda» dagli «occhi chiari, azzurri e fiammeggianti» che diventerà sua moglie.

In un passaggio significativo ricorda Luigi, che «andava in giro a fotografare il mondo come se fosse un album da sfogliare. E così è riuscito a farmi capire, meglio di tutti, che dal mondo è anche stupido difendersi. Tanto non siamo che passanti, siamo stranieri anche alla strada che percorriamo ogni giorno»: «Così lo cerco spesso, Luigi, quando la noia mi acceca. Lo cerco anche se lui non c’è più da dieci anni. Ma è stato da lui che ho imparato che viviamo in mondi paralleli, e che basta aprire una finestra per ritrovarsi nella chioma di un albero, nel volo di un uccello; oppure che un paese della Sicilia lo puoi trovare anche in mezzo all’Asia, la strada dove andavi da bambino in un’altra città, un altro paese. […] Se esco in giardino mi capita spesso di evocarlo, Luigi, perché come uno sciamano sapeva riportare il presente a un tempo paradisiaco, e allora mi piace sentirmi custodito da lui nei momenti di pace. Quella pace lui sapeva fermarla in un’inquadratura, in un breve istante da rivedere nei colori di una stampa. E per me sedere in giardino è come entrare in un fotogramma fermo, in una pacata bellezza di cui sarebbe idiota non accorgersene».[3]

Luigi Ghirri, Studio di Giorgio Morandi in via Fondazza a Bologna (1989-1990) © Eredi di Luigi Ghirri

Alla fine del 1989 prese il via, quasi per caso, il progetto di Ghirri per le fotografie dello studio, dei quadri e dei luoghi di Giorgio Morandi.

Ne racconta la genesi Carlo Zucchini, garante della Donazione Morandi al Comune di Bologna, al quale Maria Teresa Morandi, sorella di Giorgio, aveva affidato «l’incarico di ricostruire all’interno del Museo di Palazzo d’Accursio lo studio di via Fondazza dove Giorgio Morandi aveva lavorato dal 1938 fino all’ultimo giorno della sua vita: «Nel tardo pomeriggio di un giorno di novembre dell’anno 1989 mi trovo al posto giusto, nel momento giusto. Sto osservando nella vetrina della libreria Parolini di via Ugo Bassi un volume di fotografie di Luigi Ghirri. Volume che non possedevo ancora. Tuttavia non penso di entrare, mi giro per avviarmi verso il centro e dalla parte opposta, in direzione contraria al mio percorso, tra la gente che avanza ondeggiando, vedo procedere la figura ampia di Luigi Ghirri. I suoi occhiali brillavano verso il tramonto. Improvvisamente immagino che un suo intervento fotografico potrà risolvere molte cose. Mi lascio alle spalle il libro, attraverso di corsa la via e raggiungo l’autore. Lo trattengo parandomi davanti al suo percorso.“Senta Ghirri, lei non mi conosce, ma io la conosco. Le piacerebbe fotografare lo studio di Giorgio Morandi?”

“Certo che mi piacerebbe, è uno dei miei desideri più forti”».[4]

Comincia così l’avventura morandiana di Luigi e Giorgio. «Ottenuto il permesso da Maria Teresa Morandi», rievoca Zucchini, «poco tempo dopo, Ghirri, la moglie Paola e io ci incontrammo di prima mattina al numero 35 di via Fondazza, davanti alla casa dove aveva abitato la famiglia Morandi. In quell’occasione mi presentò con entusiasmo un suo giovane amico, Giorgio Messori, al quale aveva già dato incarico di scrivere un testo per la pubblicazione cui erano destinate le foto che stavano per nascere».

Nascono da questo felice frangente i due testi qui proposti, ricavati da Atelier Morandi (Contrejour-Palomar 1992) e Il senso delle cose. Luigi Ghirri, Giorgio Morandi (Diabasis 2005).

Di Giorgio, a Luigi piaceva «il suo modo candido di guardare le cose».[5] Di cui in questi testi abbiamo dimostrazione persuasiva e illuminante. Per Luigi lo sguardo di Giorgio era il migliore e il più sintonico per descrivere con le parole quello che lui sentiva, fermava e inventava con le immagini fotografiche.

Secondo questa precisa prospettiva: «Mi è capitato di recente di fotografare la casa del pittore Giorgio Morandi, ed è stata per me un’esperienza straordinaria: mi ha molto colpito il racconto del mio accompagnatore sullo sconforto dell’artista per il condominio giallino che era stato costruito davanti al suo studio, e che alterava la quantità e qualità della luce che poteva arrivare sui suoi soggetti. Morandi non ha usato altra materia che la normalità: è tornato continuamente a ridipingere le stesse semplicissime bottiglie, bicchieri, vasi. Ho cercato di imparare la stessa essenzialità. Il tempo è un elemento importante, la ripetizione anche, per la fotografia. Morandi aveva scoperto che anche le cose hanno una loro voce: bisogna mettere in disparte la voglia di trasformare, e ascoltare questa lingua silenziosa. Sa qual è l’errore di tutti i falsari di Morandi (e sono tanti, in tutto il mondo)? Sbagliano la misura delle bottiglie, che era una misura rinascimentale: non la rifanno mai esatta. Anche nella mia fotografia il problema principale è diventato dare ordine, dare una misura alle cose».[6]

Giorgio Messori
Il pianeta sul tavolo. Giorgio Morandi e Luigi Ghirri
Edizioni Casagrande, 2024
pp. 88, € 14.00 – CHF 14.00


[1]     G. Messori, Fin dove può arrivare l’infinito?, in Luigi Ghirri. Vista con camera. 200 fotografie in Emilia Romagna, a cura di P. Ghirri e E. Taramelli, Motta, Milano, 1992, p. 193. Il testo è stato di recente riproposto nella plaquette pubblicata per la mostra Luigi Ghirri. I sassi di Pollicino, Palazzo Ducale di Guastalla, 3 giugno 2023-29 febbraio 2024, a cura di Gloria Negri in collaborazione con Archivio Luigi Ghirri e Franco Farinelli, Assessorato alla Cultura del Comune di Guastalla, Guastalla, 2023 (con testi di Farinelli, Messori e Daniele Benati).

[2]     L. Ghirri, Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste, introduzione di F. Zanot, Quodlibet, Macerata, 2021, p. 210.

[3]     G. Messori, Nella città del pane e dei postini, Diabasis, Reggio Emilia, 2005, pp. 178-79.

[4]     C. Zucchini, Doveva accadere ed è accaduto, in Il senso delle cose. Luigi Ghirri, Giorgio Morandi, a cura di P. Borgonzoni Ghirri, con scritti di L. Ghirri, G. Messori, C. Zucchini, Diabasis, 2005, p. 125.

[5]     L. Ghirri, Paesaggio italiano (1989), in Niente di antico sotto il sole, cit., p. 236.

[6]     L. Ghirri, Paesaggio e rivelazione (intervista di C. Dignola, 1990), in Niente di antico sotto il sole, cit., p. 312.

Gino Ruozzi

Gino Ruozzi

ha insegnato Letteratura italiana nell’Università di Bologna. I suoi interessi principali sono rivolti allo studio delle forme brevi e morali della letteratura italiana (aforismi, epigrammi, favole, apologhi) e al Settecento, di cui ama la curiosità e il cosmopolitismo. Ha pubblicato “Scrittori italiani di aforismi” (due voll., “I Meridiani” Mondadori, 1994-96), “Epigrammi italiani” (Einaudi, 2001), “Favole, apologhi e bestiari” (BUR, 2007), “Ennio Flaiano, una verità personale” (Carocci, 2012), “Quasi scherzando. Percorsi del Settecento letterario da Algarotti a Casanova” (Carocci, 2012), “Didattica della letteratura italiana e Filologia della letteratura italiana” (con Gino Tellini, Mondadori Università, 2020 e 2024). Di Luigi Malerba ha curato per Mondadori le edizioni di “Sull’orlo del cratere” (2018) e di “Tutti i racconti” (2020).

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