Poesia naturale. Luigi Ghirri sorpreso a Orbetello

19/02/2025

Le due palme stanno in una via di scorrimento a senso unico, di passaggio, sulla laguna di Levante a Orbetello, nella loro splendida e stabile immagine di eternità, quasi colonne ed elementi di un paesaggio architettonico o meglio di un tempio senza pareti. Stanno ferme e vedono scorrere immagini intorno a sé sempre in movimento. Quando mi capitava in anni passati di fare una passeggiata a Orbetello andavo sul lato opposto, sulla laguna di Ponente, analogo e sempre di scorrimento e nell’altro senso, ma si sarebbe potuto vedere lo spettacolo meraviglioso del tramonto. Da questa parte invece si vede solo l’alba o almeno la luce che sorge. Chissà che non sia nata anche qui, nella singolare disposizione di una penisola protesa tra due lagune, la passione di Ghirri per l’alba e il tramonto. Qui nei dintorni anche Agostino Chigi aveva una passione per l’alba e fece costruire il suo palazzo a Piazza Santa Barbara, a Porto Ercole, con la facciata rivolta all’alba. Dunque il fotografo ha preferito fermarsi e sostare di fronte all’alba, non precludersi in un certo senso la possibilità di un risveglio, mentre probabilmente se ne andava via dall’Argentario verso Roma, su una traiettoria molto amata dai romani ma non ancora come negli anni successivi.

Quando ho visto quella foto di Luigi Ghirri (pubblicata su “Alias” il 17 marzo 2019 come illustrazione d’un articolo di Gottardo Pallastrelli, intitolato Il mondo immaginario nella duplicazione) ne ho subito riconosciuto la matrice. Si tratta di una foto non ricercata o artificiale, ma una “foto naturale”, una “vera foto” (come le desiderava Ghirri), cosa che mi rinvia subito alla mia medesima sfida di una possibile “poesia naturale”. Infatti inquadra la natura, nel senso davvero di farle cornice, di pensarla e di farne una foto naturale. In particolare, due sole palme da una fila lunga parallela alla strada dove di solito si transita e il traffico è continuo. La foto con le due palme, scattata da Ghirri, si trova nella sua iniziale e splendida raccolta autoprodotta del 1974, intitolata Kodachrome, che solo nel 2012 è ristampata in anastatica e seguita da ben altro riconoscimento.

Ci sono passata tante volte davanti. Così mi è stato istintivo (uno dei miei scatti fulgurali o scarti dall’omologato) il pensiero di fare una sosta, scattare una foto, con inevitabile umiltà dato il mio dilettantismo che non si è mai voluto migliorare, e decidere di ripetere quel gesto almeno una volta l’anno, ogni volta che fossi passata per tornare a Roma, a vacanza estiva finita, come in un rito. Insomma quando ero in viaggio per l’Italia, proprio come si trovava Luigi Ghirri quando ha scattato questa foto in un luogo marino esemplare delle nuove future vacanze, e che suggerisce una vicinissima strada, la via Aurelia nella pianura maremmana, un sottotesto della via Emilia della sua pianura padana. E l’ho fatto ogni estate, una sola volta in ogni anno, cominciando nel 2019 fino a oggi. Non mi è mai venuto in mente, stando pure in zona, di fare una foto quando passavo semplicemente per andare a Orbetello, multiforme capitale naturale, oltre che storica e spagnola, dello Stato dei Presidi che comprendeva (e comprende) stupefacenti coloriture e varietà ambientali. In fondo nella poesia è importante anche il gesto del fare.

Gabriella Sica, Orbetello, 2019

Gli alberi sono sempre stati i miei monumenti verticali, sembrano più dimessi di chiese e di monumenti in pietra, ma sono preziosi, si inabissano nella terra e svettano verso il cielo. E poi la mia foto delle palme, invece delle parole, che uso di solito per riscrivere il testo della mia vita e tentare la poesia, era un saluto, un suggello di bellezza a chi mi guardava tornare dalla vacanza, quel sogno magnifico che ho sempre avuto fin da bambina, e continuo ad avere, della bella estate, della vacanza all’aria aperta, più bella se comprende l’agognato approdo al mare. Insomma lo scatto di un transito, di un ringraziamento, di una celebrazione dell’avvenuta vacanza, un tempo magnifica e da molti anni sempre meno stabile, sempre più breve, sempre più in pericolo. E in un luogo ben diverso da quello abituale per me bambina e adolescente, in vacanza nella campagna viterbese con punte estive giornaliere, nella Seicento bianca di mio padre, nella vicina Tarquinia. Il transito di noi che passiamo, pellegrini della vita, che abbiamo percorso la via a fianco di quelle due palme, come attraversando le nostre colonne d’Ercole, muovendoci all’ombra di quei due meravigliosi numi protettori che ci vedono andare via.

Anche Ghirri aveva scattato quella foto semplicemente durante un passaggio, uno dei suoi viaggetti per brevi vacanze, verso mete che stavano diventando più turistiche, per esempio Rimini o Marina di Ravenna o la Puglia, attraverso l’Italia. E aveva visto le due palme, sullo sfondo l’acqua lagunare, ma non il filo dell’orizzonte (occupato dai monti dell’Argentario, dalla parte di Porto Ercole, che tagliano la foto a metà). Le aveva trascritte in una foto esemplare, in cui un luogo “ordinario” si trasforma in “straordinario” (scriveva Wallace Stevens), perché “il mondo è meditazione” (sempre Stevens).  Un’immagine anonima, con un tono di malinconia (qui c’è Edward Hopper), che suggerisce l’apertura a un possibile dialogo, oltre a quello degli alberi tra loro. Chi siederà solo su quella panchina, che non è davanti al mare ma davanti a una laguna che è un mare interrotto, può comunque immaginare viaggi e cambiamenti, concepire un pensiero speciale per un’entità non visibile, intravedere e forse toccare davvero un frammento del rebus; magari sentirsi, con sua grande sorpresa, a un passo dall’Eden, come lui stesso suggeriva. Ovviamente Ghirri si è fermato in una Orbetello poi totalmente cambiata proprio a partire da quella striscia litoranea che appare nella sua foto, ancora semplicemente sterrata tra la sabbia e l’erbetta, trascurata e però senza le invasive macchine del nostro tempo. Come ho fatto in tempo a vederla anche io, fino a quando la strepitosa conformazione a ovale o mandorla della città di Orbetello è stata rivoluzionata verso la fine degli anni Novanta, diventando un anello oblungo più agibile, con un centro senza auto, e perdendo però in spontaneità e trasformando quei magnifici affacci sulla laguna in garage a cielo aperto: all’ombra, simbolica più che reale, delle palme. Qui passano pure le auto, ma solo quelle dei residenti, come ho ben capito dopo un mio percorso improprio e conseguente multa.

Una curiosità su questa foto, ora un po’ sbiadita sulla copia del giornale, è che è stata scattata nel 1974. Era l’anno in cui Pier Paolo Pasolini girava La forma della città: un memorabile filmato su Orte, città antica e della mia infanzia, dove ho frequentato le scuole elementari, e che molto mi impressionò quando lo vidi. C’era in entrambi gli autori un’idea intensa di paesaggio, di difesa e custodia di quanto era in natura, anche solo mostrandolo e sottolineandolo con la loro arte, che in qualche modo mi è stata trasmessa e mi ha toccato per sempre. Un paesaggio non più in bianco e nero e ornato di monumenti ma a colori, annuncio del nuovo frammentato mondo postmoderno, comodo forse ma insensato. In fondo, dietro queste sottolineature del paesaggio antico c’è il sentimento della fine di una civiltà che è quella dei contadini (le cui conseguenze nefaste abbiamo visto nei molti disastri ambientali dei nostri anni) e l’avvento di un altro mondo moderno dove si è perso ogni sentimento di comunità e dove tuttavia sopravvive una qualche grazia. E dove la chioma ampia e perfetta delle palme sembrano concentrare molta luce, come fossero candelabri che stanno lì per illuminarci.

Sono sempre stata attratta dall’immagine nel suo esistere, un’immagine come risonanza o come contatto di qualcosa che non ci è chiaro, che non si riesce a vedere, ma intanto potremmo un po’ avvicinarci ad essa, magari con una vibrazione di poesia. Non a caso mi è venuta la folle idea di realizzare dei filmati, sia pure volti al tema dei poeti e della poesia, utilizzando materiali d’archivio sedimentati allora nell’Archivio Rai e riattivarli, smontandoli e ricomponendoli fino alla breve unità del frame sul punto di avvicinarsi alla fotografia usufruibile nel digitale. O con l’idea più semplice di scrivere poesie ecfrastiche, sospinta dall’amore per l’arte. E non a caso ho frequentato in quegli anni Ottanta alcuni fotografi, e io stessa ho fatto per anni foto, senza alcun valore se non per mia memoria, sempre e solo a persone o a me stessa, con la Polaroid che mi aveva consigliato un fotografo amico, Josef Koudelka, di cui conservo gelosamente un paio di bellissime foto nella mansarda di vicolo del Bologna. Oltre al fatto che mi erano familiari le foto d’architettura che faceva Toni Garbasso e che vedevo stampate nel suo studio, certamente belle, e infatti pubblicate su riviste di settore, ma per me sospese e un po’ incomprensibili, così prive di esseri umani, forse in anticipo di odierne situazioni postumane.

Dunque l’immagine di Ghirri mi era molto familiare, perché familiare mi era quel luogo. Ma solo per questo? Le immagini hanno la vita come straordinaria riserva a cui attingere e quelli non erano alberi familiari, della mia campagna vissuta da bambina. Ma dove sgorgano per prime se non dall’infanzia? O dall’adolescenza? Quelle due palme le avevo già viste, non solo nelle foto africane di mio padre, che in quella terra di cui lui narrava meraviglie e cieli straordinari aveva vissuto qualche anno nella giovinezza, ma anche perché le aveva piantate ai lati del cancello della casa che aveva costruito con mia madre, nel paese di lei, che io ho soprannominato Vallarte. E già che ci siamo racconto un piccolo ricordo. Molto galante e premuroso come pure mio padre era, nonostante tutto, aveva chiesto a me appena ragazzina quale albero mi sarebbe piaciuto piantare ai lati del cancello. Io avevo prontamente risposto: due salici.

Ero più romantica allora, e mi piaceva il movimento lieve di quelle foglie contro il cielo, quel flusso curvo di rami come ricami, come li avevo visti ondeggiare intorno al lago di Vico e in qualche punto della via Cassia. E mio padre aveva piantato due salici che nel giro di poco tempo, però, si erano seccati. Inevitabilmente, visto il poco spazio e la mancanza d’acqua. E così lui senza chiedere più niente piantò due palme, che erano un pezzetto d’Africa nel suo giardino. Alberi non di queste parti, ha sentenziato subito un giardiniere invitato a darmi consigli quando mio padre e anche mia madre se ne erano andati, e restavo io a dover dare un qualche ordine al giardino. Ci sono ancora quelle due palme risicate, spelacchiate e poco curate, in via di sparizione. Prova comunque di un doppio immaginario, e del doppio di qualcosa d’altro che preesiste sempre in noi e di cui scrive Leopardi, quando vediamo con gli occhi alcuni oggetti e quando “coll’immaginazione” vediamo un’altra panchina, un’altra casa, un’altra palma.

Gabriella Sica, Orbetello, 2020

Le mie foto rituali alle due palme di Orbetello sono sempre cangianti e diverse come diversa era la luce, il momento della giornata, il punto da dove scattavo, perfino il mio stato o quello dei due alberi amici. Le variazioni potevano essere tante: un anno un cartello che riservava il passaggio alle persone prima che si aggiungessero le auto, quando quel segnale infatti è sparito e ne è apparso, l’anno dopo, uno con la P di parcheggio. O la panchina diversa, non più in ferro ma in pietra, dove comunque potrebbe sedersi di spalle un essere umano. Nella mia foto del 2020 appare una persona di spalle, cosa singolare nell’estate del Covid. Non pensavo a Ghirri, è stato istintivo, un’aggiunta di umanità. Perché anche lui scattava foto di persone di spalle che guardano il paesaggio, come del resto fa lui guardando chi guarda, in un’altra duplicazione. C’è un’altra sua foto infatti con le stesse palme e la stessa panchina; ma mentre nella prima questa è vuota, nella seconda si anima con la presenza di due persone che dialogano, come si vede nello splendido Viaggio in Italia del 1984 (appena ristampato da Quodlibet), con questo titolo: “Laguna di Orbetello. Grosseto, 1974” (dalla sezione “Un piede nell’Eden”). Le persone sono presenti ma di spalle; che è già, in anticipo sui tempi, uno sgusciare clamoroso dalle tante facce che ci circondano e che finiamo per non vedere davvero più, un mettersi di spalle al mondo per vederlo davvero.

Luigi Ghirri, Laguna di Orbetello. Grosseto, 1974 © Eredi Luigi Ghirri

Nell’estate del 2023, quando mi sono affacciata alla balaustra (sarebbe piaciuta a Ghirri, che amava la divisione in spazi opposti), l’amara sorpresa: una delle due palme non c’era più, tagliata di netto alla base; mentre l’altra, sofferente e ormai sola, era quasi dimezzata nella chioma. Una passante, come me, mi ha detto che erano state aggredite non dall’uomo ma da un virus letale. Ora lo stato di quel pezzetto di terra è cambiato. Alle variazioni annuali si è aggiunto il trauma, la frattura nella duplicazione. Anche la mia foto, scattata quarantanove anni dopo quella di Ghirri, non è più frontale ma laterale: per tentare di riprendere anche la base del tronco reciso e incastrato tra le auto, per provare anche a spostarci un po’ dal centro al lato.

Gabriella Sica, Orbetello, 2023

Già nella foto di Ghirri era annunciata la ferita da risanare, la natura ignorata e violata. Nella delicatezza del suo sguardo che guarda fuori e non più dentro di sé appare l’immagine di un paesaggio pensato di nuovo, in cui è implicita la possibilità di uno sviluppo immaginativo, accentuata da una luce che pare indicare qualche cosa di invisibile. Dopo la necessaria decostruzione, appare nella foto di Orbetello un indizio di invisibilità, di sfondamento del limite e di visione oltre il visibile, un minuscolo possibile nucleo di mistero, un accenno di sacro anche per il futuro, nonostante tutto.

Pensavo di scrivere qualche tatuaggio poetico su queste due palme, una delle quali è sparita. Per ora ho tentato di scrivere un tatuaggio poetico in prosa. Del resto, ogni mio improbabile scatto, ispirato da Luigi Ghirri, è diventato non solo un’immagine ma una piccola storia, e tutte insieme queste storie raccontano il lento e radicale cambiamento dell’Italia, oltre che della mia vita, con i suoi numerosi e felici passaggi tra Maremma e Tuscia, ora più rari e precari. Volevo scrivere di una foto e mi sono invece messa a raccontare.

E ora, poiché ogni immagine ne chiama altre analoghe, alla fine mi viene da chiedermi dove si è formato l’interesse per Lugi Ghirri che nel tempo ho sempre avuto. Ho preso in mano le bellissime Lezioni di fotografia di Ghirri, con lo scritto partecipe dell’amico Gianni Celati. A questo punto mi viene in mente che a parlarmi del suo amico fotografo era stato proprio Celati, durante un’intervista che gli feci tra gli ultimi mesi del 1976 e i primi del 1977. Avevo allora progettato un libro di interviste a poeti e scrittori che purtroppo naufragò in quel mio clamoroso cambiamento di vita, proprio nel 1977, per cui niente è stato più come prima. È rimasta solo l’intervista a Dario Bellezza che ho pubblicato pochi anni fa, visto che a suo tempo l’avevo trascritta, ma non so davvero dove sia finita quella a Celati, che avevo conosciuto a Roma ed ero andata a trovare a Bologna. La primitiva cassetta della registrazione per qualche tempo mi è capitato di vederla, ma dove sia finita, con i cambi di casa, proprio non lo so. E me ne sono rammaricata vedendo il voluminoso libro di interviste a Celati pubblicato un paio di anni fa. Anche la mia intervista fantasma sarebbe potuta tornare utile.

Gabriella Sica, Orbetello, 2024

Mi sono fermata anche quest’anno, il 3 settembre 2024, alla balaustra di Orbetello, e ho scattato una foto ormai decisamente traumatica con una palma sola, il tronco reciso e le auto in agguato. Ma una speranza è rimasta, frutto di una considerazione, negli ultimi anni, diversa e più attenta alla natura: guardando a destra e a sinistra, non c’è più il deserto ma una fila di giovani e rigogliose palmette frementi all’aria, che svettano accanto alla palma sopravvissuta, lungo quella striscia di Levante della Laguna di Orbetello, dove sorge il sole.

Gabriella Sica

Gabriella Sica

originaria della Tuscia, vive a Roma dall’infanzia. Ha ideato e diretto “Prato pagano” (1979-1988). Ha pubblicato libri in versi da “La famosa vita” (1986) ai più recenti “Tu io e Montale a cena” (2019), “Poesie d’aria” (2022) e “La fabuleuse vie” (2024). E libri in prosa, da “Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi” (2000) a “Emily e le Altre. Con 56 poesie di Emily Dickinson” (2010) e “Cara Europa che ci guardi. 1915-2015” (2015). Per la Rai è autrice di sei docufilm (su Ungaretti, Montale, Pasolini, Saba, Penna e Caproni) ora visibili sulla piattaforma RaiPlay. Sue poesie sono tradotte in varie lingue, in particolare in spagnolo, recentemente in tedesco, cinese e francese.

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