Per niente e nessuno

02.02.2026

A volte mi domando a cosa avrei pensato in tutti questi anni, se non avessi passato così tanto tempo a pensare al dolore. Poi mi ricordo che comunque ho pensato a un sacco di cose. E poi, non sono sicura che lo scopo della vita sia pensare a quante più cose possibili.

Maggie Nelson

Nella scena finale del Regista di matrimoni di Bellocchio, la protagonista viaggia su un treno che la sta portando verso un luogo che non sappiamo. È fuggita da un matrimonio combinato dal padre, e mentre il paesaggio siciliano le scorre davanti la vediamo immaginare un futuro in cui ciò che conta è solo la sua nuova libertà. Sul sedile di fronte Franco Elica, un regista che sta girando una nuova versione dei Promessi Sposi e nel cercare la sua Lucia si è fermato a Cefalù, dove ha trovato invece una figlia prigioniera del padre e se ne è innamorato. In questo film, Bellocchio torna sul tema della scelta individuale, del rifiuto delle istituzioni: “Il matrimonio non è la tomba dell’amore?”, chiede il Principe al regista-protagonista; fin dalla scena iniziale sulla spiaggia, gli sposi devono fuggire dall’istituzione del matrimonio (e dalla madre) se vogliono vivere una vita felice, e l’iniziazione della figlia al sesso viene vissuta come una morte.

Un giorno ero a Cefalù per un matrimonio. Erano persone care, quelle che si sposavano, non ero dispiaciuta di andarci. La sera dovevo partire per iniziare un nuovo lavoro a Roma. Avevo un’enorme valigia blu, ero nervosa ed emozionata. L’albergo aveva una bella vista sul mare ed erano previste molte portate. Alle cinque mi resi conto che non ce l’avrei mai fatta a finire di partecipare al matrimonio e al tempo stesso a prendere l’aereo. Mi feci accompagnare da mio padre in stazione: si arrabbiarono tutti con me. Il mio sollievo fu tangibile quando salii sul treno e mi tolsi i vestiti della cerimonia.

“Non ti avevo detto nulla, ma io ho ucciso mia madre per stare con te”, recita una poesia dello psichiatra Massimo Fagioli, sodale di Bellocchio. Un recupero dell’irrazionale, chiama Fagioli il proprio lavoro, un tentativo di ridare spazio all’interno del linguaggio a tutte le forme di espressione la cui bloccata socialità può impedire il processo di guarigione del malato di mente. “Non ti avevo detto nulla, ma io ho ucciso mia madre per stare con te”: potrebbe essere la frase che ogni innamorato/a giovane si trova a pronunciare dopo aver scelto di sciogliere i lacci della famiglia di origine, anche se questo significa uccidere una parte di sé.

Un giorno io e A. siamo andati a cercare la spiaggia del film, quella dove il regista filma la coppia che si è appena sposata. A Mazzaforno, vicino Cefalù, ci sono molte calette una di seguito all’altra.  Quando abbiamo infilato i piedi in acqua per fare il bagno ci siamo accorti che era una fanghiglia nera di cui era impossibile vedere il fondo. Lui è avanzato per qualche metro, io sono rimasta dietro di lui, in lacrime. Credo di essere scoppiata a piangere per la disperazione di non vedere il fondo del mare, mentre lui l’ha vissuto come un rimprovero nei suoi confronti. Ma perché? Nessuno ha il potere di rendere l’acqua trasparente.

Il matrimonio è ancora una bella fantasia. Non ho grande passione per gli attrezzi di scena che sembra portare con sé (vestito, invitati, danze), ma periodicamente ho accarezzato sia l’idea di una festa che celebra l’amore che quella di un patto che sancisce una protezione totale: la protezione che le donne della mia età e soprattutto più giovani fanno fatica a trovare. Non ho mai ricevuto grandi pressioni per il fatto di non condurre una vita sentimentale tradizionale, ma sono stata altrettanto consapevole di avere, non sposandomi, deluso molto la mia famiglia d’origine. Il fatto è che l’amore è sempre stato, per me, una pozza nera in cui affondare e poco altro, e mentre tutto il resto negli anni si è schiarito, e parzialmente risolto, il desiderio è rimasto quel buco nero che ho visto quel giorno a Mazzaforno. Un buco nero, come scrive Shon Faye, in cui “ho sempre cercato uomini distanti: uomini che vivevano in un’altra città, uomini che avevano relazioni con altre donne o che erano imprevedibili nella loro disponibilità: la fantasia è sempre stata per me una via di fuga”.

Nell’immaginazione di cui il mio desiderio si nutre, io sono capace di rovesciare la distanza in intimità, l’umore nero in volontà di stare insieme, l’incapacità di avere una relazione in un nuovo equilibrio, il buco nero in un giardino. Anche questo ho visto quel giorno sulla spiaggia di Mazzaforno: tutto questo non succederà. E quindi non succederà neanche il resto.

Cefalù è un’immagine del mio desiderio: è difficile definirlo, è difficile entrarci, ma una volta penetrati nel suo guscio si può godere di uno strano conforto nel suo lasciarmi contemporaneamente esposta e riparata, accolta e rifiutata, amata e non amata.

Quando arrivo in cima alla rocca è la tarda mattinata di una giornata di gennaio. C’è vento, ma non fa freddo. Guardo la sua croce dal basso da così tanto tempo, ormai, che non so più cosa aspettarmi. Immagino che sia lo spirito di chi aspetta ma non si aspetta niente, di chi guarda e cerca di rimanere fedele alla sua visione, di chi continua ad innamorarsi ma non si sposa e non si illude; immagino che sia lo stesso spirito con cui Louise Bourgeois descrive una delle sue opere, Articulated Lair (1986), di cui trovo la descrizione aprendo a caso il suo librone, in un impeto di bibliomanzia: “Dentro c’è solo un seggiolino. Non c’è nessuno. È un luogo per affrontare il fatto che non c’è niente – niente da aspettarsi. Ci si può sedere. Non è un luogo pericoloso, ma è vuoto. Nessuno ti può ferire”.

Sulla roccia di Cefalù, salendo verso l’alto, ci sono delle incisioni nere che sarebbero piaciute a Bourgeois: all’inizio l’occhio si illude che possano costituire un disegno, ma ben presto si rende conto che non c’è nessun disegno. Tuttavia, ciò non toglie che ci si possa sedere e stare fermi a lungo. Pensando a tante cose, ma in fondo anche a nessuna.

In copertina: una scena da Il regista di matrimoni, di Marco Bellocchio (2006)

Marilena Renda

Marilena Renda

è nata a Erice nel 1976 e vive a Bologna, dove insegna inglese. I suoi libri sono: “Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano” (Gaffi 2010), “Ruggine” (dot.com press 2012), “Arrenditi Dorothy” (L’orma 2015), “La sottrazione” (Transeuropa 2015), “Regali ai fantasmi” (Mesogea 2017), “Fate morgane” (L’Arcolaio 2020), “Fuoco degli occhi” (Aragno 2022) e “Cinema Persefone” (Arcipelago Itaca 2024). Con il poema “Ruggine” è stata finalista al premio Delfini 2009 e al premio Carducci 2013, mentre “La sottrazione” ha vinto il premio Bologna in Lettere 2019. “Fuoco degli occhi” è stato finalista al Premio Fortini 2023 e al Premio Napoli 2023.

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