Augusta

03.09.2025

Qualche giorno fa mi sono svegliata nel cuore della notte pensando a una mongolfiera. La mongolfiera di questa semi-veglia era quella che ogni anno la cantina del paese in Sicilia da cui provengo mette a disposizione dei suoi clienti per fare un giretto nei cieli. Quando mi hanno raccontato della mongolfiera della cantina, ho subito pensato a una folla di bambini in fila per fare il loro breve giro, mentre i genitori, un po’ brilli e un po’ preoccupati, li guardavano da terra con un bicchiere di vino in mano.

Qualche giorno prima avevo visto l’hangar per dirigibili di Augusta. È stato Nicolò, come al solito, a indirizzarmi verso l’hangar. Conosce tutti i posti dove non va nessuno, tutti i posti a costo quasi zero dove è ancora possibile intuire com’era il paesaggio siciliano prima del turismo di massa: il paese fantasma di Montallegro, la riserva di Torre Salsa, i vicoli di Siculiana, i monoliti di Montalbano Elicona, le paste di mandorla e limone delle suore di Palma di Montechiaro, il cimitero delle navi e l’hangar per velivoli di Augusta.

Non c’è una vera entrata dell’hangar: la struttura ha smesso di essere utilizzata alla fine degli anni ’50 ed è progressivamente stata abbandonata. La sua gestione è stata motivo di contesa tra Marina Militare, Guardia di Finanza e Demanio ma, nonostante sia stato dichiarato bene nazionale, il suo stato di abbandono non accenna a migliorare. Ci sono un paio di varchi nella recinzione di filo spinato, ed è da lì che entro. La struttura, progettata dall’ingegner Garboli e portata a termine nel 1920, è imponente come ci si aspetta da un deposito di velivoli, ma sono forse le porte quelle che colpiscono di più. Sono altissime, l’occhio non lo registra subito, ma non ha mai visto delle porte così alte. Sono piene di ruggine, ma non danno affatto l’idea di essere fragili, anzi: hanno resistito, come del resto la struttura complessiva, a un terremoto non lieve, tanto da avere attirato l’attenzione di alcuni ingegneri giapponesi, venuti a tentare di scoprire il loro segreto.

Un paio di giorni dopo sono sul lungomare di Ortigia. C’è uno scoglio abbastanza grande e piatto, e sullo scoglio una coppia che dorme. Almeno, credo che dorma. Anche qui, l’occhio ci mette un po’ a decifrare quello che vede. Come hanno fatto quei due ad arrivare fin lì? Forse hanno attraversato quel pezzo di mare con i loro zaini in spalla, cercando di non bagnarsi. Forse hanno volato. In ogni caso, sono molto belli con quel loro non aver paura del loro desiderio, che è una cosa che mi lascia sempre senza fiato. Penso a Herzog, alla sua passione per il volo, e soprattutto per i voli assurdi, quelli che non servono a niente e non portano da nessuna parte. Nel documentario Il diamante bianco, Herzog segue il tentativo di un ingegnere inglese di costruire un dirigibile che possa sorvolare la foresta pluviale della Guyana. Sulla spedizione grava il peso di un episodio accaduto dieci anni prima: nel primo esperimento era morto il collega dell’ingegnere, nel tentativo di scendere dall’albero su cui si era incastrato il dirigibile. Nel documentario di Herzog tutto in realtà finisce col funzionare: la pesantezza del passato si scontra con la leggerezza di cui va in cerca Dorrington, ma nonostante l’ingegnere sia terrorizzato dalla possibilità di replicare gli errori del passato alla fine va avanti, vola sulla foresta, issato su questa mongolfiera bianca che assomiglia a un diamante e che miracolosamente sfida ogni inconveniente tecnico che possa essersi presentato in passato. «Vorrei non avere questo desiderio, ma ce l’ho», dice Dorrington dritto in camera, con la faccia fintamente ingenua di chi sa che è pronto a uccidere o a farsi uccidere per realizzare il proprio desiderio di volare. Perché l’ha già fatto, quindi può farlo ancora.

Ad Augusta ho cercato di scacciare una sensazione netta di pericolo: in un certo senso, il luogo era abitato, era pieno di tracce umane e animali, e gli edifici intorno davano l’impressione che gli uomini avessero abbandonato il luogo da poco, e in effetti è così, c’è un’associazione che organizza delle attività nel prato accanto, ma non sono riuscita comunque ad allontanare la percezione di essermi troppo allontanata da un sentiero conosciuto. A un chilometro dall’hangar otto o nove navi in diversi stati di abbandono costituiscono quello che è noto come «cimitero delle navi», e sul molo davanti alle navi ho creduto di vedere un uomo in una roulotte piena di rifiuti. Mi sono allontanata in fretta, con la certezza di avere commesso un errore a venire fin lì a cercare macerie, mentre gli altri festeggiavano il Ferragosto. Che cosa c’è che non va in me, ricordo di aver pensato. Perché mi sono messa in pericolo inutilmente?

Percorrendo la costa che va da Augusta a Priolo Gargallo, l’impressione di una violenza spaventosa inflitta al territorio è fortissima: l’economia della costa si basa sull’industria petrolchimica, e di fronte alle enormi raffinerie il pensiero che non riesco a scacciare è: a queste persone hanno tolto il mare. Da Thapsos, una lingua di terra abitata durante l’età del bronzo e poi colonia greca, si vede tutta la costa: le industrie, le famigliole al mare, il porto di Augusta in lontananza, gli uccelli provenienti dalle vicine saline. Il terreno è tutto bruciato, e l’unico segno di vita è una torretta d’avvistamento costruita nel 1806 dagli inglesi per avvistare le navi nemiche. L’amministrazione di Priolo Gargallo ha assicurato che l’acqua delle loro spiagge è pulita. «Non bisogna mettere a repentaglio le attività turistiche che sono nate negli ultimi anni», si legge in un comunicato del comune. E così, mentre calpesto l’erba bruciata di Thapsos, sento la voce della cantante di uno dei lidi intonare a squarciagola Maracaibo e registro la compresenza assurda di una raffineria e di un’area protetta nel giro di pochi chilometri. Non so che pensare. Sembra un’immagine della fine, di una possibile fine, ma la cantante non vuole che ci pensiamo.

In questo viaggio in solitaria attraverso luoghi non solo abbandonati, ma dove dal punto di vista della legge non dovrei essere, non ho mai la sensazione di essere sola. Da quando sono piccola parlo nella mia mente con i miei amici, racconto tra me e me episodi del passato, mi arrabbio per cose che gli altri hanno dimenticato da decenni. Uno dei velivoli che passarono da Augusta fu il Norge, il dirigibile con il quale Umberto Nobile effettuò la trasvolata del Polo Nord. Nobile fu il protagonista di un’altra celebre spedizione scientifica al Polo Nord, con cui intendeva bissare il successo della prima, e che finì con la morte di sei membri dell’equipaggio. Il nome di Nobile mi ha fatto ricordare che la mia amica artista Tiziana Cera Rosco ha lavorato di recente sull’episodio della celebre tenda rossa di Nobile. Quando le ho chiesto la ragione di questo lavoro mi ha semplicemente risposto: «Sono io la tenda rossa». In una delle foto del progetto si vede Cera Rosco, nuda su una banchisa, trascinare un manichino. Il riferimento è al fatto che nei racconti dei sopravvissuti della tenda rossa c’è sempre un terzo uomo, una presenza in più tra quelle effettivamente registrate, che nel momento in cui stavano per cedere diceva loro come riprendere le forze. Sono sicura che per questo lei faccia arte, per testimoniare un impulso alla sopravvivenza. Quanto a me, le voci nella mia testa non mi hanno mai lasciata, e spero che non lo facciano mai. Le sento sempre, specialmente negli hangar abbandonati.

Marilena Renda

Marilena Renda

è nata a Erice nel 1976 e vive a Bologna, dove insegna inglese. I suoi libri sono: “Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano” (Gaffi 2010), “Ruggine” (dot.com press 2012), “Arrenditi Dorothy” (L’orma 2015), “La sottrazione” (Transeuropa 2015), “Regali ai fantasmi” (Mesogea 2017), “Fate morgane” (L’Arcolaio 2020), “Fuoco degli occhi” (Aragno 2022) e “Cinema Persefone” (Arcipelago Itaca 2024). Con il poema “Ruggine” è stata finalista al premio Delfini 2009 e al premio Carducci 2013, mentre “La sottrazione” ha vinto il premio Bologna in Lettere 2019. “Fuoco degli occhi” è stato finalista al Premio Fortini 2023 e al Premio Napoli 2023.

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