De rerum natura. Il materialismo estatico di Francisco Tropa

Quale altro compito per l’arte, oggi, se non confrontarsi con le questioni prime e ultime?

De rerum natura. E’ questo il titolo che potremmo dare all’opera di Francisco Tropa che, negli anni, si è accumulata davanti a noi. Si tratta di un corpus complesso e vasto che abbraccia tecniche e temi apparentemente molto diversi tra loro. Scheletri, impronte, tracce, astrazioni geometriche, terra, biciclette, ragnatele, alberi, corde, bottiglie, lattine, finestre, clessidre, gocce d’acqua, bronzo, legno, oro, frutta, marmo, video, film, suoni, mani, piedi, corpi. Enciclopedia vivente, con lo sguardo pieno di stupore davanti all’esistente: a tutto ciò che è nel tempo, passato, presente e futuro.

E’ questo stupore, questa capacità di lasciarsi stupire e di stupire, al di là di ogni esibizionismo, che lascia a bocca aperta davanti a un’opera così potente e coraggiosa. A bocca aperta e con gli occhi spalancati, con la speranza che tutto possa penetrarci, che tutta la bellezza stupefacente che essa emana possa entrare in noi.

In realtà non c’è nulla di straordinario davanti a noi. C’è quello che già da sempre è: la natura che ci circonda ed è in noi. Eppure tutto appare sotto un’altra luce. Come pietrificato, come immobilizzato o finalmente aperto alla dimensione del tempo, di un tempo sospeso, tra una goccia e l’altra, tra un granello di sabbia e un altro, tra un materiale e un altro.

“Scripta”, bronzo, 2008

Gesto pieno di grazia che rende la natura a se stessa, alla sua dimensione eterna, nel suo essere l’origine stessa del fluire di tutto. In quei rami di bronzo, disposti a fianco di quelli di legno, davvero la presenza è grazia. Sospensione di ogni dicotomia, di ogni duplicazione, di ogni mimesis. Non c’è più originale e copia. Tutto è natura. Tutto scorre da una parte all’altra.

L’arte non è più imitazione della natura. L’arte è la natura che si mostra per quello che è.  L’arte mostra che non c’è che natura, che tutto è natura. L’arte è già nella natura e noi in lei.

Non c’è imitazione e neppure figurazione possibile della natura, poiché la natura è – come l’arte ci mostra – figurativa e astratta allo stesso tempo. Basta ingrandire la scala, seguire le pieghe e le linee, e l’essenza del legno o la superficie del bronzo diventano il disegno astratto e grattato di un’acquaforte. La figura non è la verità dell’astrazione e l’astrazione non è quella della figura. Ognuna è nell’altra e trapassa in essa, senza fine. Fine di tutte le diatribe novecentesche tra figurazione e astrazione, tra bidimensionalità e tridimensionalità, tra supporti classici e extramediali.

“Scripta”, film 16mm, 2013

Solo quel gesto, semplice ed estremamente difficile, capace di cogliere la grazia della presenza: l’arte come natura morta e tableau vivant. Natura morta e viva, viva nella morte e morta nella vita. Sospensione e continua riattivazione del tempo, dell’istante che decide della vita e della morte e decide, divide, separa la vita dalla morte e la morte dalla vita. Instabile equilibrio, sempre sul punto di crollare e andare in mille pezzi. Per questa sua fragilità, non arte eterna, ma arte dell’eterno, dell’eterno fluire e risorgere della natura, al di là della nostra volontà di padroneggiare tutto e al di là di tutto.

“Still Life”, pietra, bronzo, 2012.

Arte primitiva, del primo stupore davanti al cosmo. Impronta della mano che si pone all’altezza del cosmo e tenta di afferrarlo o, più semplicemente, cerca di farne parte, trovando uno spazio in esso. Ma anche arte dell’epoca della tecnica, di una tecnica che però è ancora natura, natura sotto altra forma. Forma che sopravvive all’uomo e va al di là di lui. Ripensamento profondo dell’assenza di dicotomia tra lo sbocciare della gemma e il solidificarsi del bronzo.

Arte è il nome di una prassi dello stupore, del rivelarsi di un ciclo cosmico che ci supera e  penetra ogni gesto, ogni respiro, ogni azione, ogni pensiero. Arte è il nome di una natura che ci abita e ci unisce a tutto ciò che accade, è accaduto e accadrà.

Giganti, bronzo, 2006

Come quei due corpi distesi l’uno di fianco all’altro da tempo immemorabile e per tempo immemorabile. Memento mori o vanitas senza alcuna tragicità. La naturalità della morte, il suo venire a noi, tra le nostre astrazioni geometriche, i nostri simboli e la terra che tutto avvolge e sporca. O come gli altri due corpi sprofondati nel gioco dell’alea e sorpresi e travolti da un terremoto. Ancora una volta la sorpresa della natura, la sua imprevedibilità, l’impossibilità di afferrare una volta per tutte il senso dell’esistenza.

Vanitas, bronzo dipinto, 2014

E, allora, di che altro stupirsi, oggi, se non della natura? De rerum natura, delle cose della natura che sempre tornano a noi e fioriscono in noi. Quasi nulla, presque rien, nel gesto di questo artista. Ma in quel quasi nulla, nella fessura che separa l’essere dal nulla, l’artista fa apparire la potenza della creazione, rendendo all’arte la sua essenza: l’esperienza della creazione della natura nelle mani dell’uomo.

Nell’arte il mistero della creazione si rende visibile. L’uomo, nell’arte, non manipola la natura ma fa esperienza della sua potenza creatrice, divenendone parte. Questa potenza, la potenza della natura, è intatta nel gesto dell’arte, se l’arte sa ancora lasciarsi stupire dall’insorgere della natura, in ogni dove, in ogni istante, in ogni cosa.

Resta una finestra, appoggiata al muro, il cui peso è straordinario. Il peso intero di una tradizione: l’arte come finestra per guardare il mondo. Ma quella finestra non mostra più nulla al di fuori di sé. Non c’è più un dentro e un fuori. Non c’è distanza, né separazione. Forse non si tratta più di utilizzarla come strumento per inquadrare un paesaggio assente, quanto di meravigliarsi della sua bellezza, dell’infinita bellezza che la finestra racchiude in sé, nel suo semplice stare anche quando sembra non esserci più nulla da vedere.

Basta guardare, lasciarsi stupire dalla grazia della presenza, e qualcosa appare: noi che ci guardiamo diventare natura, sfiorando la superficie della finestra. La natura è lì, a portata di mano, né finestra né mano, ma nello sfiorarsi della materia, della carne e del bronzo, nelle tracce di una vita e nelle pieghe del tempo, tra i miei polpastrelli e le sue asperità, tra i miei pensieri e i suoi fantasmi. Materialismo estatico, estasi della materia. De rerum natura.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).