Ctonio è il titolo di un libro d’artista (edito da Studiofaganel, 56 pp., € 75), nel quale le fotografie ri-trovate e ri-mediate da Alessandra Calò (per la quale «le immagini e la parola traducono e rafforzano il significato della cavità, inteso come spazio generativo») incontrano le prose poetiche di Marilena Renda. Come ha scritto Angela Madesani «il giardino ipogeo diventa la porta simbolica attraverso cui far passare la pratica artistica. È la riscoperta di una natura selvaggia che pone in evidenza l’antico legame tra l’uomo e la terra, in taluni casi abbandonata». E ora, sino al 28 febbraio, Ctonio è anche una mostra, curata da Sara Occhipinti e Marco Faganel presso la galleria Studioganel di Gorizia.
A Mozia, accanto al mare, sacrificavano bambini e animali per assicurarsi la ricchezza o ringraziare della fortuna. Le famiglie più ricche scambiavano i loro figli con i figli dei poveri. Le vittime dei sacrifici morivano con una finta maschera di giubilo. Nelle urne riposano le ceneri mescolate degli agnelli e dei bambini. Riposano vicino al mare. Il nostro pensiero non osa avvicinarsi alla morte dei bambini, ma l’idea di una mescolanza di sostanze, l’acqua salmastra e la cenere, le ossa diverse che si confondono, ci parla di un mutamento di stato ormai sereno, di una materia che confondendosi trova pace.

C’era un dio, una volta, con il volto di viscere e le zampe di leone. Abitava in una foresta di cedri divini, piena di deviazioni e strade senza uscita. La strada per entrare e uscire dalla foresta era complessa e piena di pericoli, e Humbada, questo era il suo nome, muovendosi per il bosco provocava terremoti. Nel creare delle rappresentazioni del mondo ctonio gli antichi si mostrano consapevoli della simmetria tra alto e basso e della natura doppia dell’invisibile. Qui si muove il desiderio, dice Ade. Qui da me troverete l’anima, qualunque cosa sia, e tutte le cose belle che all’uomo è dato vedere.
I petali gialli della cineraria venivano immersi nell’acqua, quando nasceva una bambina. La bambina andava bagnata nell’acqua di fiori, per ricordarle il suo destino di casa. Ma qui è successo qualcosa, uomini e donne sono pietre sterili e violente. Le donne vogliono diventare uomini, gli uomini viaggiano lontano da casa. Di chi è la colpa se lontani da casa sogniamo ogni notte il mare, i serpenti, l’acqua profumata.

Alcune divinità greche sono rappresentate mentre dondolano su un’altalena tra una stagione e l’altra, o mentre sono appese morte a un albero. Alcune di queste giovani donne furono trasformate in stelle, altre furono dimenticate. Sono chiamate le sante, le non toccate, e fecero di tutto per proteggersi dal desiderio, ma la maggior parte di loro finirono per arrendersi alla ruota del tempo, alla vita come gli altri. Dondolano sugli alberi o sulle altalene, per l’eternità, mentre pregano di essere dimenticate bambine.
A Marettimo, gli abitanti del luogo ti ingannano dicendoti che è facile la strada fino a Punta Troia. Ho avuto paura, lungo la strada, ma la paura non è un ostacolo. A Punta Troia i nemici dei Borboni sprofondavano in una fossa di sette metri senza aria né luce. Tu arrivi sulla spianata del castello, il vento è forte e ti ha tolto le forze, da lì la fossa è lontana e il mare è vicino, ma oggi il vento è forte e le barche non sono partite, devi rifare la strada difficile.

Il nome di Persefone vuol dire soltanto che dell’amore non sappiamo niente, solo quel poco di inganno e di felicità all’inizio, e poi infiniti biglietti di andata e ritorno tra la terra e gli inferi. Lei torna a casa, alla fine dell’estate, e poggia sul tavolo i souvenir del viaggio: un ramo di felci, una pietra nera per ricordare a se stessa chi è anche quando batte il sole, mezzo melograno perché anche in menopausa non rinuncia a essere sentimentale, a lasciare sulla guancia di Ade un bacio distratto ogni tanto.

Immagini: Alessandra Calò, Ctonio
