Pan per focaccia

08/05/2023

È uscito da NERO (230 pp. ill. a col., € 25) un libro davvero curioso, Walking Loaves di Luca Trevisani, artista non nuovo alla pratica della scrittura che stavolta «cannibalizza e omaggia», come si legge (solo in inglese: lingua nella quale pure sono scritti, ahimè, gli interventi dell’artista nell’opera) sul sito della casa editrice, un classico della scrittura saggistica italiana (scritto dunque, si capisce, in italiano), Il pane selvaggio di Piero Camporesi, pubblicato in origine nel 1980 dal Mulino e riproposto (nel quadro di una importante Camporesi-renaissance tuttora in corso) dal Saggiatore nel 2016. L’uso della materia grafica dell’oggetto-libro non è certo nuovo nelle arti visive (anche di recente ci ha colpito la vampirizzazione dei manoscritti inediti di Carmelo Bene da parte di Rä di Martino); ma in questo caso il d’après di Trevisani, come sempre i suoi lavori del resto, è frutto di un’ossessione che dura ormai da anni (sino a farsi, alla lunga, fisiologicamente oscena: come quella che diede l’idea a Magritte del Modèle rouge…), e che lo ha spinto a cortocircuitare due ossessioni dell’autore che lo ossessiona, Camporesi appunto: quella per il pane appunto, e in generale per la «cultura materiale» legata al cibo e ai suoi riti (si ricordano altresì titoli gustosissimi come Il sugo della vitaIl brodo indiano e Le vie del latte, per non parlare della fondamentale edizione dell’Artusi, Einaudi 1970) e quella per il camminare (memorabile la sua edizione del Libro dei vagabondi pubblicata nel ’73).

Due passioni del corpo che Trevisani ha unito in un solo oggetto, il “ritratto del piede”, o meglio della calzatura; le sue scarpe, però, hanno spesso la prerogativa «selvaggia», e abbastanza terribile in effetti, di essere (almeno teoricamente) edibili: in quanto fatte, in tutto o in parte, appunto di pane. Ha preso l’ultima edizione del testo di Camporesi, quella citata del Saggiatore, sottolineandone e ritagliandone i passi (i passi, già) che più lo hanno ispirato; e vi ha giustapposto le riproduzioni delle sue sculture («esercizi di calzoleria selvaggia», come li definisce lui), commentando il tutto con una serie di pensieri, divaganti e spesso acuti, riprodotti a mano libera: «un libro nel libro, interstiziale e dolcemente aggressivo, emorragico e ironico, per dire che nulla si inventa e sempre si riparte, impiegando Camporesi come una sorta di lievito madre, di innesco, di sapere materico», mi dice Trevisani Il risultato è un oggetto insieme elegante e inquietante, un ibrido davvero perverso di carta e carne: che interpreta fino in fondo la corporalità della quale il suo modello è stato un pioniere. L’omaggio, davvero, di un cannibale.

Per la cortesia sua e dell’editore, si riportano qui una sintesi d’autore (e nella sua lingua madre!) dei suoi interventi (e dei suoi ritagli) nel libro; e una selezione di pagine nella sua reinterpretazione.

Andrea Cortellessa

Pani da passeggio

Il pane è l’oggetto più tecnologico che l’uomo abbia mai incontrato, e scrivo incontrato, e non scoperto, perché non è una differenza da poco, quella tra una cosa che ci accade e una scoperta prometeica, una cosa che si incontra è qualcosa che ti capita, di cui non sei il proprietario né l’inventore, ma un coabitante, un fortunato usufruttuario, noi in pari misura all’orecchio che abbiamo fatto egemone, così sano e antico da essere dato per scontato. Innestarlo, sostituirlo, ibridarlo con le scarpe, con il camminare, con lo stare in piedi, è un gesto di archeologia culturale che sfida con ironia le nostre gerarchie di valori materiali.

Questi pani sono un totem, un monito, un fossile scabroso. Sono manufatti impastati per ricordarci che la tecnologia è una forma di ragionamento che corrode ciò che le sta attorno, che si sostituisce a ciò che la precede o se ne impossessa, come uno zombie haitiano.

È tempo di de-disciplinare la nostra immaginazione dagli schemi precotti con cui ci troviamo e di giocare con una pratica artistica al di là del noioso schema stabilito. Intendo approfondire le implicazioni di queste domande attraverso queste suole di scarpe, questi piccoli corpi portatili, ingaggiando un duello tra la percezione della tecnologia come strumento evolutivo e l’inquietante sensazione di esserne abitati. Siamo abituati a pensare alla tecnologia come veicolo verso il futuro, pensiamo alla sua storia e alla sua essenza come progressiva emancipazione dallo stato di natura, un allontanamento dalla materia e dal suo sporco polveroso, una scala che ci eleva verso un immateriale, igienico, secco e neoplatonico domani. Ma cosa succede quando smettiamo di considerare il soggetto umano come un’unica fonte di valori? Cosa scopriamo mettendo da parte la nostra prospettiva umana? Quella tecnologia si rivela qualcosa di più indefinibile, tortuoso, torbido e complesso, ben oltre meccanismi, ingranaggi e smartphone.

La materia che ci accoglie ci crea e ci precede è un madre ingenerosa, inquieta come l’oceano del pianeta Solaris raccontato da Stanisław Lem, quel pianeta organismo potente e meschino che avvolge i suoi ignari ospiti in un abbraccio invisibile, magnetico e anche un poco perverso

Pensa con i piedi

L’uomo è l’unico animale che cucina, che ci ha permesso di viaggiare velocemente in tutto il mondo, di dedicare poco tempo alla digestione e di generare nuovi atteggiamenti nei confronti della nostra esistenza. Ma il fuoco è davvero il frutto dell’uomo? O non siamo piuttosto noi quelli che sbocciarono dalle fiamme, e non viceversa? Possiamo finalmente inquadrare la tecnologia al di fuori del dominio faustiano?

Le scarpe sono una protesi primaria, confini della nostra vita cosciente e inevitabili oggetti del desiderio per chi, come me, intende la scultura come un fenomeno corporeo totale. Le suole sono l’unica membrana tra noi e il suolo. Che sia freddo o caldo, inverno o estate, i nostri vestiti cambiano e noi con loro, ma le nostre suole, le nostre scarpe, quello strato, rimangono una costante del nostro stare al mondo. Camminare è un massaggio complesso e mediato. Tocchiamo e siamo toccati: mettere le mani sui nostri piedi è un modo per modellare il nostro paesaggio in intimità non lineari.

Raccontano un pensiero associativo, un territorio sperimentale dove le immagini del pensiero si ritrovano incarnate in forme e materie sorprendenti.

Impastare mescolare

Ecco, queste non sono sculture, o almeno non solo, sono bricolage ambulanti e viziosi che mirano ad affrontare questo tipo di domande in un arcipelago di severi giochi critici, che si dispiegano come un microcosmo di azioni materiali.

L’ironia è il sale con cui vengono impastati questi piccoli totem ambulanti perché l’ironia non è ridere delle cose, non è divertimento. L’ironia è distacco, è vedere le cose da lontano, è liberarsi dai vincoli della consuetudine e dell’ovvio. L’ironia è l’arma più affilata nella nostra battaglia per la libertà: capire, definire, ridefinire, indefinire noi stessi. Questi bassorilievi sono figli di un tattilismo frivolo, perché il frivolo è una delle categorie retoriche più potenti, antieroica e antiistituzionale, che insinua le sue spore là dove non esercitiamo alcun controllo estetico o morale.

Luca Trevisani

(Verona, 1979) è un artista visivo e educatore.
Ha pubblicato diversi libri tra cui “The effort takes its tools” (Argobooks 2008), “Luca Trevisani” (Silvana Editoriale 2009), “The art of Folding for young and old” (Cura Books 2012), “Water Ikebana” (Humboldt Books 2014), “Grand Hotel et des Palmes” (Nero 2015), “Via Roma 398. Palermo” (Humboldt Books 2018) e “Walking Loaves” (Nero 2023). La sua pratica multidisciplinare è stata esposta a livello internazionale in musei e istituzioni come Biennale di Sydney, Manifesta 7, Biennale di Architettura di Venezia, Museum of Contemporary Art Tokyo, Kunsthalle Wien, Kunstverein Braunschweig, ZKM Karlsruhe, Magasin Grenoble, MAXXI Roma e molti altri.
La ricerca di Trevisani spazia tra scultura e video e attraversa discipline di confine come le arti dello spettacolo, il design, il cinema sperimentale e l’architettura, in una perenne condizione magnetica e mutante. Nelle sue opere i caratteri storici della scultura vengono messe in discussione o addirittura sovvertite, in un’incessante indagine sulla materia e le sue narrazioni.

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