Il mondo visto attraverso Ghirri

30.09.2026

Abbiamo imparato Ghirri così bene da poterlo riconoscere anche quando Ghirri non c’è: solitari ombrelloni sulla spiaggia, muri scrostati con ciò che resta di un poster pubblicitario, inquadrature attraverso cancelli o finestre o altre cornici naturali hanno invaso i nostri feed. E intanto il suo lavoro continua a essere studiato, pubblicato, esposto. Anche nel 2026, con A Series of Dreams, la mostra in corso al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, curata da Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la collaborazione musicale di Giulia Cavaliere. E con Luigi Ghirri. L’anello della visione, il libro di Lisa Nico uscito per Einaudi la scorsa primavera.

L’autrice segue la prima stagione della ricerca ghirriana attraverso le sue pubblicazioni, dagli esordi fino a Viaggio in Italia dell’84, attraversando le diverse serie – da Colazione sull’erba a Catalogo, da Atlante a Italia Ailati – e ripercorrendo, tra ricorrenze e scarti, il progressivo definirsi del suo mondo. Lisa Nico, nome d’arte di Elisabetta Buffa, è un’artista, lighting designer e fotografa che alla pratica affianca da anni lo studio della teoria dei sistemi, della fenomenologia e della filosofia interculturale. È cofondatrice e presidente di Phos, Centro Polifunzionale per la Fotografia e le Arti Visive, ed è entrata a far parte del Centro Studi ART dell’Università di Torino, dedicato alla ricerca estetica.

Luigi Ghirri, Rotterdam, 1973, © Eredi di Luigi Ghirri.

È soprattutto nelle intenzioni dichiarate del libro che si trova la chiave della sua lettura. Nico parte infatti da un’ipotesi ambiziosa: quella per cui comprendere almeno in parte il tempo in cui viviamo possa permetterci di «reimpostare il rapporto con la visione e quindi con la rappresentazione», e di rivedere alcuni dei presupposti cognitivi ed esistenziali che abbiamo ereditato. La seconda ipotesi è che l’opera di Ghirri abbia già affrontato, sul terreno dell’arte, una simile necessità di ripensamento: non solo attraverso il suo modo di fotografare, ma anche quello di interrogare il rapporto con ciò che vediamo.

Quella di Ghirri, del resto, non era un’idea astratta di fotografia. La si ritrova con grande chiarezza nelle sue stesse parole. Nel testo Paesaggi di cartone, pubblicato sul «Diaframma» nel ’73, distingue le fotografie «solite, che fanno tutti» da quelle che sente davvero come proprie: immagini di soggetti quotidiani, appartenenti a quel «campo visivo abituale» di cui siamo abituati «a fruire passivamente». È il gesto fotografico a sottrarle a questa passività: isolate dal contesto abituale e riproposte «in un discorso diverso», quelle immagini acquistano «un significato nuovo» e possono diventare l’inizio di «una lettura critica». Il suo territorio privilegiato non è quello dell’eccezionale, ma l’intorno: il paesaggio urbano, la periferia, la prossimità. Fino a quel paradossale elogio della gita fuori porta che chiude il passaggio: «mi piacciono ancora di più i viaggi domenicali minimi, nel raggio di tre chilometri da casa mia».

Luigi Ghirri, Modena, 1973, © Eredi di Luigi Ghirri.

Nico descrive Ghirri come totalmente estraneo a «qualunque compiacimento intellettualistico fine a se stesso». È una precisazione che mi sembra importante, soprattutto se si pensa a quanto il suo modo di guardare sia diventato riconoscibile, fino a diventare, suo malgrado, una grammatica. E così, quello che per Ghirri era uno strumento per interrompere la consuetudine dello sguardo è diventato, per noi, una nuova consuetudine dello sguardo. Quel lavoro rispondeva all’esigenza di «ammettere alla visione qualcosa che, pur caratterizzando ormai quasi ovunque l’ambiente, tendeva a passare inosservato». Oggi sembra essere accaduto il contrario: nulla è escluso dalla visione e tutto può diventare contenuto. È una differenza che vale la pena osservare più da vicino.

Luigi Ghirri, Modena, 1978, © Eredi di Luigi Ghirri.

Nel libro incontriamo più volte le parole «epistemologia», «poetica», «estetica».  L’epistemologia, in fondo, cerca di rispondere a una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: come conosciamo? Nel caso di Ghirri, significa partire dalla consapevolezza che la realtà non sia afferrabile nella sua totalità e che ogni fotografia ne sia necessariamente una traduzione parziale. L’«attenzione infinita», il «grado zero»: formule diverse per indicare una disposizione dello sguardo che non pretende di esaurire ciò che guarda. L’intento epistemologico motiva la poetica e le scelte di poetica determinano il risultato estetico. 

La dominante dell’immaginario contemporaneo sembra essere l’«aesthetic». Nel lessico contemporaneo dei social, l’estetico viene isolato dalla domanda sul senso e trasformato in superficie riconoscibile, identitaria e consumabile. Se epistemologia, poetica ed estetica rimandano a un rapporto tra conoscenza, ricerca di senso e forma dell’esperienza, l’aesthetic sembra trattenere soprattutto l’ultimo anello della catena. Costruisce un mondo, più che una visione del mondo: lo assembla usando colori, atmosfere, oggetti, luoghi preesistenti combinandoli in un «mood». Non è questione di sottrarsi del tutto a questo meccanismo, ma di chiedersi cosa accade quando la forma si separa dal pensiero che l’ha generata.

Luigi Ghirri, Bastia, 1976, © Eredi di Luigi Ghirri.

È un discorso generale, ma vale la pena farlo a partire da Ghirri e, soprattutto, per tornare a Ghirri. Perché quando un autore diventa un archetipo e la sua forma viene metabolizzata dalla cultura di massa fino a trasformarsi in un filtro, la critica ha una responsabilità precisa: recuperare la carica originaria di quella forma sotto il peso dei cliché che l’hanno appiattita. Dall’analisi dell’«esaustività impossibile» al concetto di «inquadratura naturale», Ghirri non fotografava per creare “belle immagini”, né per compiacersi della periferia e della provincia.

Con un riferimento a Benjamin, Nico scrive: «se in un’accezione strettamente materiale l’originale è tendenzialmente perduto (e tanto più l’immagine fotografica, i cui prodotti sono riproducibili in linea di principio all’infinito), non così avviene in quella legata a uno sguardo consapevole dell’irripetibilità di ogni esperienza, e non solo artistica, attenta al presente». Cosa succede a un’immagine quando smettiamo di guardarla e cominciamo soltanto a riconoscerla?

Luigi Ghirri, Parma, 1983, © Eredi di Luigi Ghirri.

Poco oltre, l’autrice mette in opposizione l’esperienza autentica del guardare, la «fotografia naturale», e la «fotografia artificiale» dello stereotipo: da una parte un’attenzione consapevole, disponibile; dall’altra la «distrazione» prodotta dalla riproduzione. È difficile non pensare al modo in cui consumiamo contenuti sui social, dove la ripetizione non è più l’effetto collaterale delle immagini, ma una delle loro principali modalità di circolazione.

E invece Ghirri ci costringe a fare i conti con ciò che un’immagine non mostra: il taglio, l’assenza, il fuoricampo. Una fotografia non è soltanto quanto ci mette davanti agli occhi: è anche quello che sottrae, lascia in sospeso, che le impedisce di chiudersi su sé stessa. Un buon motivo per frequentare ancora mostre, sfogliare cataloghi, ripercorrere l’itinerario di un autore: per concedere alle immagini il tempo di aprirsi oltre quanto mostrano. Perché, come scrive Nico, «il conferimento di un significato diventa possibile grazie alla parzialità».

Lisa Nico
Luigi Ghirri. L’anello della visione
Einaudi, 2026, 352 pp. ill. col., € 32

Immagine di apertura: Luigi Ghirri, L’Île-Rousse, 1976, © Eredi di Luigi Ghirri.

Silvia Cammertoni

Silvia Cammertoni

È dottoressa di ricerca in Studi Comparati. La sua inclinazione per la forma breve l’ha portata ad approfondire la scrittura saggistica, studiando soprattutto letteratura italiana contemporanea, critica letteraria ed estetica della letteratura. Sempre in cerca di analogie e contatti tra diverse discipline, coltiva numerosi interessi con attenzione particolare alla fotografia e alla storia della moda. Collabora con “Alias”.

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