Istituto di Traduzione

È uscito (per i tipi assai fini di Dante & Descartes, pp. 252 ill. a colori, € 25) Istituto di Traduzione, il libro che mette capo a una passione, quella di Giuseppe Caccavale per la poesia e la prosa di Osip Mandel’štam, che lo divora da più di vent’anni. Realizzato col disegno grafico allusivo e prezioso di Odilon Coutarel, Istituto di Traduzione è insieme un autentico libro d’artista (le prime cinquanta copie sono accompagnate da un’acquaforte numerata e firmata) ma anche la sede di una pregnante riflessione a più voci (insieme ai testi di Caccavale – fra i quali questo che proponiamo, per la cortesia di autore ed editore – vi figurano quelli, vecchi e nuovi, di Chiara Bertola, Marco Caratozzolo, Erri De Luca, Claudia Gian Ferrari e Pier Luigi Tazzi; nonché una nuova traduzione, a opera di Caratozzolo, del saggio di Mandel’štam Il mattino dell’acmeismo) su cosa significhi “tradurre”, appunto, in tutti i sensi: da lingua a lingua, certo, ma anche dalla terra alla voce come fece a suo tempo il poeta, e dalla parola all’immagine come fa ora l’artista. Il libro verrà presentato sabato 15 alle 11 al museo MADRE, a Napoli, da Chiara Bertola, Marco Caratozzolo, Camilla Miglio e Angela Tecce.

A.C.

Ci sono cambiamenti, sensazioni nella vita, io stesso non so da dove scaturiscono, da dove provengono, però all’improvviso accadono dentro di noi, ampliano l’aspetto e il comportamento del nostro pensare. Lo chiamerei un “aiuto” di fronte alle cose, guardare le cose, scoprirle, ammirarle attraverso valori che non conoscevamo prima, una sorta di bagliori d’intuito, prendono una forma che mi piace nominare “operai del cammino”, prima che noi arrivassimo di fronte alle cose, a nostra insaputa, loro stanno lavorando per noi. Ci aiutano. A me è capitato così, uno dei valori che mi è apparso trasformato grazie agli “operai del cammino”, insomma chi pulisce la tavola sporca dove hanno mangiato quelli prima di noi. Penso di aver fatto in modo che non si stancassero molto per gli altri a venire, dopo il mio passaggio da quella tavola. Ho sempre cercato di mangiare quanto basta e di sporcare il meno possibile, forse inconsapevolmente sono uno di loro, un “operaio del cammino”.

Torno ora a uno dei valori trasformati attraverso questa sensazione, questo cambiamento. Uno dei tanti, la Pittura. Ho trovato le cose in Pittura come erano, un sempre simile a se stesso da sempre. Ora non posso lasciarle allo stesso sempre, ma non mi permetto nemmeno di darne una rappresentazione stilistica differente, perché so per certo che lo stile diventa sempre una fattucchieria, praticato ventiquattro ore su ventiquattro. Perché so che lo stile si fa stilismo, prende forma di sbadiglio e collabora al mercato delle idee a non cambiare mai quei valori di cui la realtà chiede alle cose di trasformarsi continuamente.

Il comportamento è un valore aggiunto al linguaggio, il comportamento cambia abiti da un valore di linguaggio all’altro, segue la taglia del corpo della vita, da uomo a uomo da cosa a cosa. A tratti gli uomini e le cose si fanno irriconoscibili. Il sapere è nell’irriconoscibile. Nel conosciuto c’è lo sbadiglio dell’abitudine del sapere. Ho avuto la sensazione che la Pittura abitasse in questo luogo, dando vita a questo sbadiglio, che poi non è altro che l’abitudine accomodante della Storia dell’Arte quando non viene più studiata. Intanto l’arte è qualcosa di complessissimo, soprattutto nemica delle abitudini che cristallizzano il tempo rendendolo afono. L’abitudine fa ammutolire.

Se a Gyumri scavando nella pietra della stanzetta abbiamo portato alla luce la IV poesia del ciclo Armenia di Osip Mandel’štam, trasformandola in quel paesaggio in scultura di spazio, a Venezia è la trasparenza dell’elemento del vetro che porta alla luce le sei poesie del ciclo Armenia del nostro manovale Osip, mutando i grandi gobelets in pittura di luce di spazio. Lo spazio veneziano è luce d’acqua. Ecco perché i grandi gobelets sono presenti a Venezia, perché lo sguardo in essi beve acqua di luce, la luce in quello spazio scolpisce la pittura. Così all’improvviso Roberto Rossellini mi è diventato il nuovo Cimabue, così all’improvviso Valerio Zurlini e Robert Bresson i miei Piero della Francesca, sì a me è bastato ammirare un fotogramma di un film di Rossellini per vedere un nuovo Cimabue, un fotogramma del film di Valerio Zurlini Cronaca di vita familiare per accorgermi di essere di fronte a un affresco di Piero della Francesca, un fotogramma che riprendeva un gesto di un film di Robert Bresson per accorgermi che lo sguardo si incamminava in un’altra geometria di Piero della Francesca. Un fotogramma di Sergej Paradžanov per mettere da parte un’infinità di installazioni che rendono lo spazio uno sbadiglio e scoprire come lo spazio si riempie di sorpresa e meraviglia componendolo con storie minori, di un’umanità fatta di grano. Un fotogramma di Andrej Tarkovskij per pulire gli occhi da un acquazzone di immagini inconcludenti. Quanto spazio mi è nato nello sguardo invertendo semplicemente le coordinate comode dell’abitudine. Un fotogramma di Bela Tarr lo penso e lo vedo come un affresco. Un lacerto di intonaco incrostato nelle epoche figurative arrivate a me in altre forme. Una trasformazione dello sguardo del cuore.

Attraverso questo cammino fatto di curiosità e di studi è stato del tutto naturale prendere le distanze dal continuare a continuare. Di allontanarmi irrimediabilmente da cliché facilmente riconoscibili. Non è stato un cercare, non è stato un trovare, volontà non idonee al mio “sabato”. È stato un capitarmi addosso di incontri, uno dopo l’altro, in tante lingue, nei tanti cortili della vita mescolati strada facendo, sempre vestito di sabato, mescolato di incontri. Donarsi la possibilità di decifrare il tempo in cui si cammina. Dalla goccia d’inchiostro del libro tenuto dalle mie mani ho raggiunto il granello di sabbia con cui lavoro, ho raggiunto l’affresco, dall’affresco al vetro. Il libro veste i giorni terribili della storia in cui vivo, in cui l’essere umano demunito strizza solo violenza dalla propria tragedia. Un tempo terribile scuoiato da qualsiasi valore umano. Il libro mi è apparso come uno scalpello con cui incidere nelle pietre di sabbia delle nostre ore. Un tempo da ricomporre con rigorosissimi gesti di “composizione”. Ho mischiato la sabbia di fiume all’inchiostro, le mani non dipingevano, scrivevano sotto agli occhi, i pennelli non mi sono serviti a nulla, muri intonacati come si prepara un foglio di carta setacciandolo nell’acqua. Ho setacciato suoni di granelli di sabbia come note in uno strumento per costruire musica di pittura, ho confuso gli strumenti musicali con altri strumenti perché dovevano far respirare le composizioni sotto un cielo di spazio, dove gli orizzonti mi parlavano in lingue a me incomprensibili, così mi sono immerso in alfabeti sconosciuti, ho decifrato le lettere di questi alfabeti per scrivere nel libro bianco degli orizzonti del dono e per comporre l’armonia che tenta di suonare in uno sguardo. Così anche gli occhi hanno le mani per un libro, il libro è la pelle dell’uomo, ho avuto bisogno del libro, della sabbia del suo inchiostro.

Di tanto in tanto attraverso il Jardin des Plantes di Parigi, lì stringo la mano a un uomo che ha scritto con sabbia d’inchiostro e costruito attraverso la sua poesia case di ospitalità, il poeta franco-egiziano Edmond Jabès. Fermiamoci a Venezia: ho presentato per la prima volta il lavoro alla Fondazione Querini Stampalia nel 1999, su invito di Chiara Bertola, nell’area Carlo Scarpa; venivo da Marsiglia, accomodai nell’area vetri glittici, disegni su vetro e disegni su carta, lavoravo tutti i giorni, già da anni, con affilatissime punte di diamante e punte di grafite. Lo spazio di Scarpa si presentava come un’architettura tesa fatta di corde di luce, una cassarmonica di risonanze armoniche germinate costantemente dalla profonda conoscenza dei suoni dei materiali usati nell’architettura, materiali che dialogano naturalmente con il brusio palpitante delle onde dell’acqua nei canali. Mi trovavo a inserire lavoro in uno spazio musicale. I lavori con le loro mani e piedi si unirono naturalmente alle corde tese di luce dell’architettura come su di un pentagramma, non era un’intrusione, era un respiro tra luce vetro e acqua.

A Venezia fermare il nostro sguardo sulle pietre e sui mosaici è fermare il nostro sguardo al suo primo sguardo. Venezia va vista con gli occhi di una talpa. Amando la musica detta “colta”, ho letto molto gli scritti di Luigi Nono. Di Venezia ho sempre amato il suono dondolante dell’acqua, il riverbero delle scintille di luce riflessa dalle onde. Luigi Nono ha avuto la fortuna di lasciarci la sua ultima opera, la più matura e straniante, sono rarissimi gli autori che ci lasciano un’ultima opera straordinaria, il più delle volte è sprecata dal proprio calcolarsi, ma la scelta considerevole è quella degli autori che decidono di smettere di lavorare, quelli che si rendono conto che basta così. Non perché si pensa di aver detto tutto, non si dice mai tutto. Ma perché basta così, e basta. A Venezia è nata La Lontananza Nostalgica Utopica Futura, con queste note di pagine musicali si apre per ascoltare Venezia un nuovo libro, questa è l’ultima composizione di Luigi Nono.

Le note colorate a vetro incastonate nell’architettura della Fondazione Querini Stampalia nel 1999 furono presentate avendo questa composizione nelle orecchie. Note-lavoro fatte di pochissimo e con un impegno fisico che mi sfiniva gli occhi. Dopo tanto tempo, tutto mi è cresciuto intorno, sembra di aver lavorato per avere uno sguardo sempre pronto a decifrare daccapo senza nessuna distorsione che potrebbe ritenermi, solo respiro, aria. Mi sento gli occhi come due interrogativi che mi chiedono sempre cosa stanno vedendo, rispondo non lo so, vediamo insieme, magari decifriamo qualcosa insieme… è stato per me un disfare, farmi analfabeta, buttarmi tutto all’aria … e l’aria mi viene incontro… con le sue poetiche. I grandi gobelets “veneziani” hanno preso la loro figura soffiando vetro incandescente in una forma costruita in legno di ciliegio. Cotti a mille gradi una prima volta per temprarli, dipinti dopo in bianco all’interno e passandoli di nuovo in cottura per il colore. Dopodiché pronti per essere scritti e dipinti e di nuovo un’altra cottura. Questa la Pittura, tele di vetro dove si incrosta il colore, dove il colore costruisce il suo atlante marino fatto di lettere, parole, poesia.

Ecco, così una parte del ciclo Armenia come un’Atlantide rimonta da un azzurro di luce d’acqua. Per spolverare un gesto e portarlo alla luce ho dovuto scorticare qualunque cosa, riferimenti sia artistici che geografici, di appartenenza. Mi interessava portare alla luce un gesto che apparisse agli occhi come un organismo tutto proprio. I grandi gobelets nascono da questa intraprendenza, porgere agli occhi solo la luce delle parole, quelle parole di poesie che si sono salvate dal ghiaccio della barbarie dell’uomo contro l’uomo, dell’assassinio di popoli interi dovuto a guerre, genocidi, carestie programmate e di tutto ciò di più crudele che può pensare la mente dell’uomo. Resta l’altra natura, la poesia, incastrata nel ghiaccio dalla disperazione, ma la poesia scioglie il ghiaccio e spegne il fuoco arrivando a noi, ci forza la porta che chiude la vita dentro, ci guida fuori, ci apre gli occhi e ci fa “riconoscere”.

Questo è il mio compito per il ciclo di poesie Armenia, costruire una pratica da una poetica, far parlare il cuore dell’occhio, scioglierlo dall’incrostazione dei ghiacciai dell’abitudine. La parola e il gesto palpitano nel loro organismo come esseri umani. Pareti di acqua di vetro, pareti scalate dalle dita che dipingono lettera per lettera porgendo agli occhi le poesie di Mandel’štam, di questo manovale di parole che mattone dopo mattone ha saputo costruire una cattedrale dove si pregano poesie per l’avvenire. Come pochi altri ha saputo vedere dal suo tempo il nostro tempo, il nostro tempo corrotto e sedato dal consumo. Riporto queste parole dell’altra “oceanica” poeta russa, Marina Cvetaeva: “Odio gli oggetti, il loro ingombrante accatastarsi”; e ancora queste: “Fissate ogni istante, ogni gesto, ogni sospiro… non vi è niente di irrilevante! Parlate della vostra stanza: se è alta bassa, quante finestre vi sono, e quali tende, se v’è un tappeto, e quali ne sono i colori”.

Marina Cvetaeva e Osip Mandel’štam si conoscevano, l’una e l’altro si sono dedicati poesie. Mi piace che grazie al lavoro dei grandi gobelets il loro incontro in vita possa riflettersi in queste pagine. Perché cucire le parole della Cvetaeva nella stoffa di carta di questo libro? Se Mandel’štam è il manovale, la Cvetaeva è ciò che tiene insieme i mattoni, il cemento. Proprio quel vuoto, eliminare l’ingombro degli oggetti dalla vita e guardarsi intorno, penetrare nel nostro essere in uno spazio vuoto che dona la possibilità di scaraventarsi con estrema attenzione nel nostro abitare. La responsabilità come autocensura mi ha aiutato molto, ha fatto sì che ogni cosa venutami alle mani avesse una ragione. Con la Cvetaeva ho in comune l’andare via, l’andare di casa in casa, ho saputo che la vita non ha valigie, viaggia a mani vuote e cerca da noi mani vuote, perché la vita sa come prenderci per mano e portarci molto più lontano di quello che potremmo pensare. Le mani pronte a stringere devono essere vuote… e vuoti sono i grandi gobelets. Essi afferrano con la loro esistenza di vuoti la mano della luce nell’aria, così attraverso essi possiamo guardarci intorno, sapere quante finestre ci sono nella stanza.

Ed ecco il “Tavolo”–“Tavolo”. I tavoli mi accompagnano da sempre, sostengono il più delle volte il lavoro che si adagia sopra, come in questo caso, nella stanza della Fondazione Querini Stampalia. Siamo passati dalla stanzetta del Museo di Gyumri in Armenia, alla stanza veneziana. Dalle pareti intonacate e scavate, alle pareti di vetro dipinto, quale cammino hanno fatto le poesie di Mandel’štam? Hanno scavato con le lettere-uncino armene e le lettere cirilliche del russo un nuovo letto di fiume in un atlante, ma ci sono ancora gli atlanti? Quei magnifici libroni dove da bambini sognavamo di percorrere un giorno le distanze colorate tra una pagina e l’altra. Esistono ancora bambini che sfogliano un atlante per conoscere la geografia del pianeta da scoprire con gli anni e i sogni da realizzare con gli anni che si aggiungono uno all’altro? Da bambino nella vecchia casa di Afragola, dove sono nato, quando volevo vedere pagine colorate, aprivo con curiosità un atlante che andava dal marrone chiaro al bruno scuro, i colori erano diventati sordi dalla vecchiaia delle pagine, era appartenuto a mio nonno, morto nel 1943 sotto i bombardamenti americani a bassa quota senza avviso a Napoli. Sono un nipote orfano di guerra, poi sono stato anche un figlio orfano di padre, mio padre è morto a cinquant’anni, io ne avevo solo sedici. Dopo aver percorso con gli occhi del bambino quell’atlante, da adulto in parte l’ho percorso nella realtà con i miei piedi. Il lavoro mi ha fatto mantenere la promessa fatta da bambino all’adulto di ora. Gli ultimi versi dell’ultima poesia di Mandel’štam dicono: “ciò che sarà semplice promessa”. Per me quella promessa “è stata”. Mi basta sempre un tavolo, un “tavolo” per volare da una parte all’altra di quell’atlantino.

Non mi stancherò mai di ripeterlo, basta poco per tutto, basta poco per incamminarsi verso un noi fatto di altri, per un lavoro fondato di profondo rispetto nei confronti della tragedia del nostro tempo. Ho incontrato per la prima volta il libro Viaggio in Armenia di Mandel’štam di fronte al Golfo di Napoli, a Sorrento, a poche centinaia di metri da Villa Gorchakoff, un altro russo. In quella Villa, Filippo Palizzi, artista napoletano, realizzò uno straordinario pavimento in maioliche, raffigurante petali di rose mossi dal vento. Il vento, il solo ritratto della vita. Il pavimento fu realizzato all’Istituto Statale d’Arte di Napoli, la stessa scuola che ho frequentato da ragazzo. Porto questo pavimento negli occhi da più di tre quarti della mia vita fino a trasformarsi in un tappeto volante. Ho la sensazione di aver messo su questo pavimento-tappeto volante il libro e le poesie, facendole attraversare il Mar Tirreno al Mar Nero, riportandole dopo al Mar Adriatico, a Venezia. Il nostro lavoro trova da solo i suoi mezzi di viaggio. Sono meno veloci degli aerei ma molto più emozionanti. Mi soffermo ancora su questo pavimento napoletano, un lavoro totale, dove le mani dell’artista si sono trasformate in mani del tempo, mescolando nella ciotola dei colori tutti i tempi. L’artista è le mani del tempo, è in lui che i tempi camminano su due piedi.

Ho manoscritto le poesie sulle pareti di vetro al CIRVA, Centre International de Recherche sur le Verre et les Arts Plastiques di Marsiglia, ho dipinto le pareti di vetro in blu, il colore dei mari solcati; dopo, nel vuoto lasciato dal blu sono apparse le lettere in bianco come la spuma forte delle onde. Tutta acqua e luce. C’è qualcosa di importantissimo che è fuori dalla nostra volontà, direi qualcosa che rende poco importante il nostro lavoro compiuto. C’è qualcosa che si inscrive senza la nostra volontà ai margini dello stesso lavoro compiuto. È in quei margini che si cela l’essenza stessa del compito che si abbatte su di noi, è proprio lì che qualcosa viene trasportato con estrema fatica da noi da una parte all’altra della riva del nostro esserci. Del nostro essere una cosa… e quella cosa per me, ripeto, è il vuoto dei grandi gobelets veneziani, il vuoto che permette alla luce di riflettersi sulle pareti di vetro e farsi lettera, parola, colore, poesia. Farsi Mandel’štam ancora una volta, farsi cattedrale al suono della parola dell’altro. Le parole hanno trasportato da una parte all’altra dell’esistenza quei margini non intenzionali, quei margini che felicemente distruggono il lavoro compiuto per renderlo sempre “un’ancora”.

Possiamo avere paura del nostro lavoro? Io ne ho, ogni volta quel margine mi indica qualcosa di più, qualcosa che cerca di scorticarmi dentro. A volte mi chiedo cos’è questa paura, questo abissarmi in me e nelle cose. Ho rispetto degli elementi e dei gesti che mi vengono incontro, dei gesti che conducono il mio corpo al lavoro, che lo mettono in moto. Gli strumenti, gli elementi, non mi hanno mai ubbidito e forse ora dalla paura iniziale sono passato al timore. Ecco, aver timore del lavoro, del proprio compito. Quel compito che ai “margini” mette in moto i nostri arti, la nostra arte. Tesso i gesti del tempo che mi batte dentro. Lavoro “en plein dedans”, ho sostato e sosto di fronte a paesaggi che portano il nome di poeti come Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Bartolo Cattafi, Lorenzo Calogero, Paul Celan, Rosa Auslander, Nelly Sachs, Marina Cvetaeva, Boris Pasternak, Velemir Chlebnikov, ma la mia Sainte Victoire, montagna tanto amata e dipinta dal geologo Paul Cézanne nella Provenza, in Francia, resta Osip Mandel’štam.

Davanti alla sua poesia sono di fronte a una catena montagnosa, sono di fronte a una continua scalata impervia tra cammini di capre, mi sento di fronte all’eleganza umana che mi scaraventa nelle alture dove gli echi del lavoro sono indirizzati al cuore dell’altro. Ringrazio la moglie, Nadežda Mandel’štam, che fino alla sua morte ha conservato con amore il lavoro del marito. Poesie nascoste in federe di cuscini, a casa di amici fidatissimi, e soprattutto conservate nella sua mente. Così si è salvata l’opera di un uomo buttato e perso in una fossa comune, dove gela il cuore dell’uomo di fronte alla vita. Questo il nostro manovale. Sono incantato di fronte a questa catena montagnosa fatta d’amore tra una donna e un uomo. Metto sulla tavola imbandita mai esistita in casa dei coniugi Mandel’štam, una casa mai avuta, questi gobelets pieni di luce da riversare negli occhi. Quello sguardo tanto amato da Mandel’štam, quello sguardo arrivato ai miei occhi che si è intrecciato tra la lettura della sua opera e i passi fatti scavando con le unghie della volontà il disegno. Gli occhi strumento di lavoro. Indossare gli occhi come indossare una tuta da lavoro, sporcare gli occhi di lavoro e stropicciarli con le mani stanche. Un abbraccio di lavoro: occhio, mano e qualcuno collega anche il cuore ai due. Così ci facciamo consumare da tutto, non come una candela che fa luce ma come una matita colorata che mette colore. In questo modo la mano degli altri ci appuntisce, ci tempra. A consumarci siamo noi non il lavoro. L’Armenia ha in sé la biografia dell’avvenire, la Diaspora è una di quelle chiavi che ci consentono di aprire una delle porte dell’avvenire, la trasformazione positiva del feroce dramma umano, farsi mani di semine. Questa chiave apre felicemente spazi che vogliono costruire ospitalità. Un linguaggio esistenziale che ripresenta l’umano all’uomo, alla cultura che pianta un albero genealogico di un comune destino sul pianeta, coltivare attraverso il nostro impegno responsabile di una terra che ci chiede di essere ancora ospitale.

Questo per me è Osip Mandel’štam, questo per me l’Armenia, un piccolo fazzoletto di terra umido di un Paese che asciuga continuamente le lacrime di dolore dell’uomo contro l’uomo sulla Terra. Ripeto… ripeto… all’infinito, fin a non avere più voce, basta poco, pochissimo. Questo pochissimo si è racchiuso per me in un disegno su carta da spolvero, un gesto su di un muro che permette di respirare il profumo degli elementi naturali, che si colora per abbracciare lo sguardo dell’altro. Perché oltre a noi e il nostro lavoro c’è un altro lavoro, il terzo. Il lavoro che va via da noi e raggiunge l’altro senza di noi. Vita. Nessuna magia, solo appetito di fame da condividere. Gli occhi riempiono la pancia di parole condivise nel piatto di un libro attraverso un viaggio “clandestino”. Ci sarà anche una Storia dell’Arte che non sarà scritta allo stesso modo della Storia, la Storia scritta dai vincitori, ma bensì, come diceva il caro poeta, Alfonso Gatto, una Storia scritta dai vinti. Allora tutto resusciterà, tutto avrà una vita sillabata dalla coscienza.

(Afragola, 1960) vive tra Parigi e Bari. Insegna Arti Murali, Poetica degli spazi e Disegno all’École Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi. È stato uno degli artisti che hanno rappresentato l’Italia alla 56a Biennale d’Arte di Venezia, curata da Vincenzo Trione; ha partecipato alla prima Triennale Internazionale d’Armenia, a cura di Adelina von Furstemberg; le sue ricerche sono state presentate alla Vereniging Voor Het Museum van Hedendaagse Kunst te Gent; alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, a cura di Chiara Bertola, ha presentato il progetto “Resi Conto”; con il compositore Stefano Gervasoni, ha realizzato il “Viale dei Canti” dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Da sempre la cura editoriale delle pubblicazioni delle sue ricerche è parte integrante del lavoro: fra i suoi titoli “Fresques / Affreschi”, su testo di Erri De Luca (Parenthèses, Marseille); “Voce Parla Luce”, su testo di Pier Luigi Tazzi (Musée de Marseille); “Serenella d’Agri”, su testo di Vassilis Vassilikos (L’art et la manière, Castellet); “Armenia”, su testo di Osip Mandel’štam (Parenthèses, Marseille).