L’Opera e il Giorno

La Casa che si è costruito Flavio Favelli, a pochi chilometri dalla Bologna avita, è appena stata inaugurata e già si avvia a diventare un must del nostro paesaggio psichico. Un po’ salotto metafisico e perverso, nel quale ci ha abituato a trasformare ogni ambiente dove si trova a operare, ma anche un po’ Castello di Atlante o Fortezza della Solitudine, piuttosto, di un supereroe malinconico e neghittoso, ennesimo Hercule sans Emploi una volta di più in stato di sciopero, o diserzione, dai dover-essere del sociale. Al contempo un’ennesima incarnazione della «Casa come me» di cui tanti artisti della modernità hanno dato interpretazioni memorabili ma anche, debitamente desublimata e appunto dis-eroicizzata, la sua parodia: sarcastica e affettuosa insieme, come solo Flavio sa essere. La non meno proverbiale prensilità di Alessandra Mammì non s’è fatta sfuggire l’occasione della visita-reportage: della quale recuperiamo per i lettori di «Antinomie», ringraziandola, una versione più ampia di quella uscita sul «Giornale dell’Arte».

A.C.

La prima pietra Flavio Favelli la posò virtualmente alla galleria Maze di Torino nel 2003 con una personale che, già nel titolo, diceva tutto: La mia casa è la mia mente. «Si chiamava Archivio», racconta, «era un riassunto di immagini, ricordi e impressioni delle case dove avevo vissuto. Mi dichiaravo così testimone di vicende modello della storia dell’Occidente». Fu un paradigma della sua ricerca che da allora cresce tra oggetti, reliquie, memorie fino a trasformarsi realmente in una casa, «Villa i Tigli», e in un indirizzo: via Borgotto a Montepastore, comune di Monte San Pietro (Bologna).

Bizzarra proprietà edificata su un terreno scosceso, composta da un edificio ricoperto di 500 mq di vecchi profili di porte e finestre in alluminio avvitati in maniera irregolare ai muri; una torre di 12 metri, totalmente vuota che fa il paio con il container/scultura e anch’esso lungo 12 metri e totalmente vuoto; una fontana, a un solo getto, costruita come un castello di carte con piani di marmi strappati a vecchi comodini e mobiletti; un garage in cemento simile a pensiline brutaliste dell’Unione Sovietica, mentre nel giardino orientaleggiante tra piccoli palmeti e file di alberelli giapponesi, un assemblaggio di cancelli in ferro rievoca un grottesco gazebo e la grande cisterna dipinta rimanda al vecchio fustino del Dash. L’interno invece ha arredi da appartamento borghese con mobili e porte avorio, cementine primi Novecento, pavimento in legno ridipinto da Favelli coi decori orientaleggianti dei vasi dell’Amarena Fabbri. Ma il punto forte è l’immensa insegna del giornale «Il Giorno», installata alla fine del pendio. Un’opera che s’illumina di notte per essere vista da lontano come un monumentale ossimoro.

È il simbolo di questa incursione quasi onirica che rompe l’uniformità di un piccolo altipiano, «un posto desueto, com’è l’Appennino bolognese, un posto per vecchi dove tutto è fermo, come il paesaggio che vedo dalle finestre…». Finché lui non lo ha spettinato e ribaltato.

Alessandra Mammì

Flavio Favelli, se l’Appenino l’annoia, perché costruire qui la sua opera totale?

Dal 2001 circa ho abitato a Savigno sul primo Appennino bolognese, un edificio che ho ristrutturato da un fienile scassato, vicino a una vecchia pieve. Volevo poi mettere mano alla casa per farne un progetto d’arte, lo presentai al paese ma ricevetti molte critiche, ero troppo vicino alla chiesetta e poi anche se in collina, l’ambiente era un po’ montanaro, chiuso e in più la soprintendenza non me lo avrebbe permesso. Così poi per caso venni a sapere di un terreno edificabile a Montepastore a 10 km da dove abitavo e dal 2018 ho iniziato a pensare alla casa d’artista. Ho pensato subito al nome, «Villa i Tigli», per una casa che avevano i miei nonni a Pavana Pistoiese, dove ho passato la mia infanzia e adolescenza, un luogo dolce e spettrale allo stesso tempo.

La sindaca del Comune di Monte San Pietro ha compreso il progetto e abbiamo fatto una specie di convenzione per cui qualche volta farò delle aperture in collaborazione col Comune. Un gruppo locale di Facebook ha scritto molte critiche sulla casa, vedremo se seguiranno discussioni quando in autunno farò un’apertura pubblica.

Come consideri ora questa casa che hai costruito? È opera totale, una installazione permanente e destinata al pubblico? Oppure uno spazio privato, un tuo buen retiro?

Ho pensato a un edificio che avesse un’idea di baracca, di costruzione irregolare, che assomigliasse a un mio assemblaggio, a una mia opera.

Un carabiniere mi ha detto che sembra una centrale elettrica, per la verità il rivestimento irregolare di tutte queste porte e finestre differenti, serramenti simbolo di un degrado italiano, messi tutti insieme creano, credo, una composizione che richiama un’idea di effimero e scassato su un edificio nuovo, razionalista e argentato. Una chiave di lettura me l’hanno data i muratori dell’impresa e gli artigiani: perché in una casa nuova, classe energetica A, mette queste cose prese in discarica? Ecco, perché?

Credo perché tutte queste cose che raccolgo da tempo, oggetti e materiali che circondano la mia vita, la mia casa e costituiscono anche le mie opere sono cose che mi riportano al mio passato, ai miei nonni, la mia famiglia, la mia storia mai risolta. Non è un rifugiarsi nel rassicurante passato (che rifugio sarebbe se oggi, come lo chiamano, progetto una nuova casa che tecnicamente è consumo di suolo?), ma tentare di rifarlo, magari meglio o solo ancora, renderlo ancora possibile. Ma siamo direi in un terreno poetico, forse onirico, insomma c’è qualcosa che tira per la giacca.

Tiro in ballo la mia famiglia borghese, con statuette di avorio e vasi cinesi in casa, amante di un benessere misurato e interprete di un buon gusto tradizionale italiano, anzi bolognese, però alla fine mi sono accorto che mi hanno colpito più le cose considerate reiette, quelle tenute lontane dalle squisitezze e dalle delizie delle loro certezze farlocche; ho compreso le ambiguità e le inconsistenze dei loro valori e sono stato colpito più dai lati oscuri di questi piccoli paradisi di bontà. Dopo avere vissuto quelle case e i loro musei, sono andato nelle discariche, discariche che oggi per l’ideologia ecologica sono luoghi diventati inaccessibili, quasi che la società si protegga dai rifiuti che vengono visti solo come possibilità di riciclo per una nuova educazione illusoria che non salverà l’umanità da un’inesorabile catastrofe.
Villa i Tigli guarda al mio passato che genera continuamente nuove immagini e ricordi. Lascio stare la parola memoria, noiosa e abusata e al servizio della politica. Villa i Tigli è ora su un piccolo altipiano, un terrazzo su una valle di un posto alla fine desueto, com’è l’Appennino bolognese, posto per vecchi. Tutto è fermo, come il paesaggio che vedo dalle finestre. Riciclo il passato facendone nuovi tempi presenti perché, come ha detto un filosofo, il futuro non esiste.

Perché a tuo parere molti artisti hanno avuto bisogno di costruire un a casa/opera un luogo dove abitare che li rispecchi integralmente? (da Balla a Kiefer da Dalì a Donald Judd, Monet…)

Mi piace dire che l’artista è tale perché quello che passa il convento non lo soddisfa, non è sufficiente, è scadente, non va bene e allora se ne fa un altro per i fatti suoi. Ho allestito molti ambienti, oltre a questa casa, proprio per questo motivo. L’artista sa che la società è sempre guasta, va avanti per bandiere e fregole varie, e allora deve fare le cose da sé…

Qual è la tua definizione di «casa»? Cosa significa per te come concetto a partire dalla tua mostra di Torino, La mia casa è la mia mente? Cosa avevi esposto lì? Era la prima volta che affrontavi il tema in modo così preciso?

Sì, fu una mostra bella e fortunata, nel 2003 a Torino alla Galleria Maze. Già nel 2001 esposi nella stessa galleria delle porte della casa di Via Guerrazzi a Bologna dove ho vissuto dal 1974 al 2000. Presentai queste nuove composizioni di specchi-vetri in cornice dal titolo Archivio, dove ci si rifletteva a pezzi. Cercai di riassumere le immagini e i ricordi e le impressioni delle case dove avevo vissuto, per il fatto che avevo capito che ero stato testimone di vicende-modello della storia dell’Occidente. La storia che ho vissuto non è la storia della mia famiglia, ma una storia italiana che rappresenta più di altri paesi quella occidentale. Per fare una battuta, la frase recente ministeriale, solo l’Occidente conosce la storia, è vera nel senso che la scaltrezza e la consapevolezza della nostra parte di mondo ha costretto gli altri a fare quello che gli abbiamo imposto per eliminarci. Il grande immaginario militare dei nostri nemici è quello che hanno imparato da noi. Gli arredi della mia casa sono impregnati da tutta questa acqua di fuoco. I Murano, le ceramiche con disegni cinesi, i mobili ebanizzati e anche le cartine delle arance sono imbevute di questi liquori che hanno inebriato tutti.

All’esterno la tua casa è a prima vista geometrica, funzionale (garage-fontana- giardino vialetto), strutturale, un po’ brutalista, all’interno invece è museo di memorie, frammenti di micro e macro storie, strati di immaginario che vanno dal cinema alla pubblicità. Come ti poni in relazione con Esterno/interno, queste due diverse anime dell’edificio?

Sì, dici brutalista, baracca esterna, ma dentro luogo domestico con tante eccellenze; è tutta foderata da carta da parati, certo lisa e messa anche al contrario, i gradini delle scale sono pezzi di marmo di vari arredi. Sembra forse una piccola Venezia, con i marmi presi da altri luoghi. Sono due aspetti del mio immaginario, la Strada-Città dove avviene tutto e il mondo dell’industria, la periferia. Il centro, i bei palazzi, le belle case e il mondo fuori dove si fa il lavoro sporco. Le due parti, così diverse, sono però equidistanti da un’idea di casa di campagna da cui mi sono sempre tenuto alla larga. 

Hai spesso parlato delle case dove hai abitato da bambino, della casa di tuo nonno piena di cose, delle cose appunto messe lì per bellezza…. Cosa produceva la casa borghese in te bambino: ansia oppure fascinazione? ti aiutava a costruire fantasie, a trasformare gli oggetti in altro? animali? mostri? 

Ho abitato in una casa in via San Vitale, quella dei nonni, che conteneva tutto l’Ottocento, più cose della vita quotidiana oltre che antiquariato e tutto il Novecento fino agli anni Ottanta. Tutte cose che confermavano un sistema che oggi hanno scoperto che si chiama Antropocene. È una gran bella storia, densa di vette altissime, ma con grandi tragedie, forse impensabili e inenarrabili. È questo il succo di noi di questa parte di mondo. Da figlio unico, in queste stanze foderate e piene, animavo tutte le cose che si depositavano in me come figure dell’origine: la bottiglia, il vaso, il portacenere, il tavolo, la ribaltina… Conservo due oggetti che rappresentano in modo efficace quel modo di vivere e pensare: un’ascia e un martello di metallo cromato, pesanti e lucenti, fatti sapientemente per rompere il torrone; altro che falce e martello.

ph. Francesca Zanette

Anche in questa tua casa appaiono molti oggetti feticcio della casa borghese tra Ottocento e Novecento (lampadario, balaustre, vetrate). Ma quella tipologia normalmente privilegia un appartamento in città ed è indifferente alla natura… tu invece qui cerchi il paesaggio, parli della nebbia del vento e delle stagioni…. che rapporto hai con la natura? e come vivi la differenza appunto tra un appartamento e una casa?

Se si chiudono le tende di Villa i Tigli si crede di essere in un appartamento cittadino, non c’è nulla che ricordi la campagna o la natura o il fatto che oltre la finestra c’è un prato che va avanti per qualche chilometro. Non amo la Natura, che è una gran brutta bestia. Non capisco gli artisti che lavorano per celebrarla o santificarla. Tutta l’arte occidentale, tutta la nostra civiltà è il contraltare della Natura che ha delle leggi di merda. Poi, certo, dopo che l’abbiamo dominata, la possiamo anche difendere. Il grande prato del giardino lo lascio un po’ brado, vengono tanti fiori con tante api. Mesi fa di notte vicino casa ho visto un lupo e anche loro combattono la Natura, gran brutta bestia.

L’importanza del fare e dell’invenzione pratica è fondamentale nel tuo lavoro. Che significa per te il lavoro artigianale? E che rapporto hai con gli artigiani?

Sono nato in centro a Firenze e poi ho vissuto a Bologna sempre in pieno centro; verso il 2000 sono andato fuori per avere un capannone per lavorare, avere un luogo un po’ fra i monti dove stare solo a pensare. Per essere più autosufficiente (o autarchico?) presi qualche macchinario e attrezzo, non mi piace lavorare con gli artigiani. Il lavoro artigianale presuppone una saper fare rispetto a certe regole, ma io sono andato a Savigno per vedere meglio quello che avevo in mente, sono lontano dall’idea di fare un bel lavoro. Direi che la mia è più una pratica spontanea. L’artista imprenditore con gli assistenti nello studio non è la mia storia. La mia mail è il mio nome, mi fanno impressione gli artisti con la mail con il nome studio, forse poi andranno in pensione.

L’accumulo e il recupero hanno per te anche una valenza sociale e politica? È interessante notare l’intrusione di elementi che fanno parte della nostra storia, dalla porta appartenuta alla casa di Enzo Biagi ai manifesti del cinema porno incollati alla rovescia, fino agli arabeschi dell’Amarena Fabbri che usi per decorare il pavimento e soprattutto l’insegna del «Giorno»…. Quali sono i criteri con cui scegli gli oggetti? Prevale la tua privata mitologia o invece i frammenti di specchio di una memoria collettiva?

Alla fine credo che le due cose coincidano. Cioè la mia mitologia privata è anche quella della memoria collettiva. Quando decisi che dovevo fare qualche cosa sul mondo militare perché mio nonno in divisa era più bello e perché il mondo militare ha una forza estetica complessa (ma la Fondazione Prada, uno dei luoghi più belli della nostra epoca, non è un grande compound militare tirato a lucido?) da cui non potevo sottrarmi; pensai a una lista di caduti, perché la guerra e la morte sono sorelle, che voleva rappresentare un mio avvicinamento a questo mondo, calarsi nei suoi panni, oltre che agli inferi. Quest’opera fu notata sia dal Ministero della Difesa che dal Quirinale: lo Stato me lo chiese e celebrò la mia opera il 4 novembre 2015 per rappresentare tutti i caduti italiani. Lo sguardo su mio nonno e lo sguardo sul paese, così, coincidono. Questo è il ruolo dell’artista. Ho messo questa grande insegna «Il Giorno» in mezzo al prato e una persona mi ha inviato il suo curriculum per trovare lavoro alla sede del giornale, anche se a me sembrava che la parola «Il Giorno» fosse più forte del nome della ditta.

Pur essendo profondamente convinta che il tuo lavoro nulla ha a che fare con il concetto di “riuso” vorrei che fossi tu a spiegare quanto sei lontano da questa pratica …..

Sì, certo. In tempi di riuso e riciclo spesso la mia opera viene accostata a questa esigenza simpatica e forse utile, ma non c’entra nulla con la mia poetica. Non credo alla figura dell’artista responsabile che lotta per il bene contro il male. Forse come cittadino, ma non ne sono tanto sicuro, so cosa sia bene e cosa sia male, ma queste non devono essere preoccupazioni dell’arte e dell’artista, che sono enti di eccezione perché fanno cose finte. Prendo cose che esistono già, sia perché sono legate a un mio tempo che ho vissuto, sia perché sono quelle. Contengono altre cose, si portano più faccende dietro.

Una volta ho tagliato un mobile barocchetto e sono dovuto andare dal falegname perché ha una grande sega a banco, più grande della mia. Al taglio abbiamo visto che fra l’impiallacciatura e la struttura c’era una stoffa messa come intercapedine. Mamma mia che lavoro, ha detto. Si, mamma mia, ho risposto. Ecco, da quel taglio sono fiorite tante immagini che sono l’anima di quel mobile, non si vedono ma si sentono. Tagliai quel mobile per farne un altro che non era più un mobile. Scelte che hanno a che fare con quello che noi da questa parte di mondo chiamiamo arte.

Una versione più breve dell’intervista è apparsa sul «Giornale dell’Arte»

Flavio Favelli

Flavio Favelli

(Firenze, 1967), dopo la Laurea in Storia Orientale all’Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001). Ha esposto con progetti personali al MAXXI di Roma, al Centro per l’Arte Pecci di Prato, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, alla Maison Rouge di Parigi e al 176 Projectspace di Londra. Partecipa alla mostra “Italics” a Palazzo Grassi nel 2008 e a due Biennali di Venezia: la 50a (“Clandestini”, a cura di Francesco Bonami) e la 55a (Padiglione Italia a cura di Bartolomeo Pietromarchi). Nel 2008 realizza “Sala d’Attesa”, ambiente permanente nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna che accoglie la celebrazione di funerali laici. Nel 2015 l’opera “Gli Angeli degli Eroi” viene scelta dal Quirinale per commemorare i militari caduti nella ricorrenza del 4 Novembre. Tra i suoi ultimi progetti “Senso 80” (Albergo Diurno Venezia di Milano, 2017); “UNIVERS. Un negozio metafisico” (Venezia, 2017); “Serie Imperiale” (Casa del Popolo ed ex miniCoop di Bazzano, 2018), vincitore della seconda edizione di Italian Council; “Il bello inverso” (Ca’ Rezzonico, Venezia, 2019). Il suo ultimo libro è “Bologna la Rossa” (Corraini 2019).

Alessandra Mammì

Alessandra Mammì

storico dell’arte, giornalista e curatore. Storico dell’arte grazie agli studi con Giulio Carlo Argan e Nello Ponente alla Università La Sapienza di Roma. Giornalista grazie all’Espresso dove entra a far parte della redazione nel 1984 e negli anni Novanta dirige la sezione di arti e cultura visiva per poi diventare l’inviato per l’arte e il cinema dal 2000. Infine curatore grazie ai molti artisti e colleghi con cui è stato possibile costruire mostre, cataloghi, eventi in nome dell’arte e dell’immagine contemporanea. Vive e lavora a Roma, città dove è nata e che le è impossibile lasciare.

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