Si potrebbe dire, certo con prudenza, che chi colleziona, in qualche modo, ha a che fare con la grande prateria del maniacale. Per raccogliere con ordine, metodo e perizia tante cose, tanta roba, ci vuole tanta fantasia e un atteggiamento fra il fanciullesco e il fatato: infatti mia nonna, donna pratica, mi diceva quando da bambino volevo iniziare una collezione: da farne? Ma cosa ce ne si fa di una collezione? Semplice: la si possiede. E si sussurra, mediante una liturgia segreta, con un dialogo intimo e cifrato, agli spiritelli che emanano solo le cose e la roba, tutti beni morti. Il signor Franco, collezionista di francobolli di Forlì, che mi ha venduto parecchia roba, ogni tanto mi diceva: ti mostro qualche bocconcino. Claudio Franzoni sulla rivista “doppiozero” vorrebbe cercare qualcosa di profondo o complicato nel collezionista di tappi che intervista, ma quello gli risponde, alla fine anche un po’ spazientito, che il motivo della sua collezione è il piacere di guardare e toccare gli oggetti e che il rapporto coi suoi tappi è abbastanza semplice.

Si dovrebbe però fare una distinzione fra due tipi di collezionisti: quelli puri, che passano la loro esistenza a stare insieme a della roba senza valore con un rapporto abbastanza semplice, e quelli meno puri, fra cui ci sono anche i collezionisti d’arte, perché questa roba specifica costa un sacco di soldi, e questo condiziona: alla fine un collezionista vuole sempre fare un buon affare. Poi i tappi o le veline delle arance sono sempre la stessa roba, mentre le opere d’arte vengono ammantate da un gustovalore del tempo, oltre al fatto che l’arte è l’arte. Il rapporto fra artista e collezionista è un rapporto incestuoso, perché c’è di mezzo lo stesso sangue (dell’arte) e perché il collezionista si sente autore come l’artista. Il collezionista è colui che nomina l’opera, ne decreta la validità, perché con l’acquisto dell’opera la legittima con l’autentica che la conferma. L’opera dell’artista vale se partecipa a mostre, ma specialmente se approda in prestigiose collezioni private, quelle pubbliche non c’hanno soldi e valgono poco. E così più che la dittatura dello spettatore, titolo di una Biennale di Venezia, si potrebbe dire la dittatura del collezionista; per confermare il valore di un artista si dice che è presente in prestigiose collezioni e poi si dice il nome del collezionista, al quale non resta che decidere il prezzo dell’opera, sempre che non la riceva quasi in omaggio (non si sa bene se siano leggende, ma si dice che grandi collezionisti come Giuseppe Panza o Giuliano Gori non abbiano mai speso grandi fortune per comprare le opere).

Proprio recentemente ho ricevuto questo messaggio: mi ha risposto il collezionista che preferisce opere che hanno fatto delle mostre e non ama i lavori su commissione. Così un mia opera varrebbe di più se è stata esposta alla fondazione X o in un museo Y. Questo vello d’oro invisibile, che elargisce la mostra, è decisivo per il valore della stessa; magia che si avvera in certe società umane, soprattutto di sistema capitalista. Piace alla gente che piace diceva un fortunato slogan. L’opera d’arte (mai chiamare le opere d’arte lavori, diffidare di chi chiama le opere d’arte lavori, molti artisti, svezzati all’Accademia di Belle Arti, dicono e presentano i loro lavori, per convincersi che lavorano e dare così un tocco di marxismo, che seduce sempre, e magari sono contenti quando il giornalista chiede loro un ritratto al lavoro, per far vedere che l’artista, come da articolo della Costituzione Italiana, lavora. Invece l’opera d’arte non ha nulla a che fare col lavoro e le sue beghe, il lavoro è degli artigiani e degli operai che non hanno nulla a che fare con l’arte) su commissione, ovvero il suo valore, invece oscilla un po’, perché se il collezionista è famoso, anche la sua opera su commissione varrà tanto, se il collezionista non è famoso, allora meglio non commissionarla. Si avrebbe l’impressione che l’opera d’arte commissionata sia meno vera di quella pensata ed eseguita dall’artista (che lo fa per una sua impellente esigenza a colmare un vuoto che c’è nel mondo), ma forse è lo stesso vera perchè è già pagata, è già venduta.
Generalmente non è saggio avere rapporti col collezionista, sia per non confondergli le idee sull’opera che ha acquistato (il motivo per il quale ha comprato l’opera è sempre distante e differente dal significato che all’opera dà l’artista, per cui si potrebbero creare spiacevoli malintesi), sia per non fargli cambiare idea sull’artista, visto che spesso la personalità dell’autore influisce sul gusto del collezionista. Ho sentito dire a un collezionista: il collezionista vuole l’avanguardia, così posizionarsi in un ambito impegnato, potrebbe avere i suoi vantaggi, giacché molti collezionisti amano l’ambiente antagonista, cioè tutto quello che non hanno o forse non comprendono e così lo desiderano, cioè quello che fanno molti artist* che per mezzo delle loro opere vorrebbe cambiare il mondo, denunciando il capitalismo, il patriarcato, Israele, eccetera. Alle interviste i collezionisti rispondono spesso in maniera aulica, sembra che il motivo della loro collezione sia esclusivamente il bene pubblico, la filantropia, un dannato e incondizionato amore per l’arte per l’arte (non è un refuso). Simili a certe interviste a certi stilisti di moda che rispondono come se fossero degli anacoreti che, mangiando erbe amare, coltivano l’amore per Il bello, l’eleganza et l’arte et fratello spirito, quando in realtà vendono cenci puliti e imbustati.

Personalmente raccolgo molte cose e spesso vengo definito collezionista, ma non ho la stessa reverenza per la roba, la uso in modo improprio e alla fine la rovino, in fondo la distruggo. Nei “Quaderni della Collezione Cerruti”, c’è un testo di Giuseppe Garrera dove scrive che Pierre Rosenberg, ex presidente e direttore del Louvre, consigliava di andare nei mercati delle pulci e per rigattieri per iniziare una collezione. Ed è la cosa che faccio da più di trent’anni, solo che non ho mai iniziato una collezione, semmai ho sciupato tanti francobolli, lattine, bottiglie, carte veline e scatole di latta, che ho sezionato, ritagliato, scomposto e poi appiccicato con colle tenaci, in modo irreversibile, per mostrarle in modo differente e trasformarle, per transustanziazione, da oggetto di mercatino a opera d’arte. A volte sono stato criticato per questa pratica, a volte ho sentito dire con sufficienza le cose dei mercatini, ma non si capisce che è in questi luoghi che si comprende la storia dell’Occidente, perché l’Occidente è la roba. Senza contare che qualcuno ci ha trovato un’opera di Van Gogh e anche, ancora più interessante, il passaporto di Salvo Lima al mercatino che si tiene alla domenica in Piazza Marina a Palermo.
Questo scritto non è un testo, ma un’opera d’arte.

Testo distribuito dall’autore alla presentazione del numero Due dei “Quaderni di fisica e metafisica”, dedicato alla Morale della collezione, alla quale ha preso parte insieme a Marco Belpoliti e Francesca Bertolotti Bailey, al Museo Bagatti Valsecchi di Milano lo scorso 17 dicembre 2025
