Cartografie dell’immaginazione

24.01.2025

Si può visitare sino al 2 febbraio, nel padiglione 9a del Mattatoio di Roma, 7 Atlanti, un’esposizione che per la prima volta raccoglie i principali cicli di opere realizzati da Andrea Fogli dal 2000 a oggi. Ciascun ciclo è inteso appunto come un Atlante, cioè un diorama di figure e luoghi reali o immaginari, completato giorno dopo giorno come un diario, con un diverso numero di figure: spesso 59, come i grani del rosario, altre volte 365 come i giorni dell’anno, ma anche 111 come i fogli degli ermetici libri rossi di Alighiero Boetti. Il giorno del finissage, domenica 2 febbraio, a partire dalle 11 si ascolteranno nei locali della mostra brani musicali e sonori di Nicola Sani, Non avea pianto mai che di sospiri, e di Gianluca Codeghini, Luci, ombre… tre movimenti per coro di vedenti, maliziosi e funamboli, eseguito per la prima volta dal vivo dal Coro Alma Vox aps diretto da Alberto de Sanctis (su testi dal Coro dei Vedenti, uno dei cicli di Fogli esposti in mostra). Dal catalogo, in corso di pubblicazione presso Quodlibet, per la cortesia di autore ed editore si propone ai lettori di «Antinomie» il testo introduttivo del curatore della mostra Stefano Chiodi.

Tutto accade sul margine tra vista e tatto, tra intenzione e caso. È lì che si annida l’informe e che la materia si apre alla metamorfosi. Ma al tempo stesso, proprio negli stati liminali affiora un ritmo, una nuova cadenza, e appare l’embrione di una nuova geografia visiva. I sette Atlanti di Andrea Fogli si formano nell’incontro fra forze, istinti e visioni contrapposte, e a questa natura contraddittoria devono tanto la loro forza drammatica quanto il loro denso fascino visivo. Da questa stessa dialettica nasce anche la relazione tra la materia – raccolta, plasmata, ibridata – e le strutture che la accolgono e la organizzano nello spazio della mostra: tavoli, teche, vetrine, armadi, mensole.

Al centro di ogni Atlante la casualità è accolta all’interno di una rassicurante stabilità tassonomica. Al gesto istintivo, all’associazione imprevista, all’hasard objectif l’artista unisce infatti, con la stessa febbrile determinazione, la costruzione di insiemi omogenei, di raccolte, di originali Wunderkammern, tutte “cornici” capaci di accogliere e contenere forze antagoniste. Si tratta sempre in altre parole di scoprire la formula segreta capace di tenere insieme caos e intellegibile, rinnovando di volta in volta la fiducia in una possibilità ulteriore, in un’apertura o illuminazione imprevista.

Gli Atlanti sono per Andrea Fogli anzitutto uno strumento per organizzare il disordine della vita, per dare forma all’ombra. Ma senza dissiparla, mantenendone anzi quel carattere singolare di mondo alla rovescia, quella forza evocativa che è sempre rimasta al centro del suo percorso. Sono insiemi costruiti spesso a partire da gesti minimi – manipolare alla cieca un blocco di creta, lasciar cadere il pigmento sul foglio di carta –, che rivelano possibilità inedite: trattenere l’istante in cui materia e pensiero sembrano convergere spontaneamente in una costellazione, in una fisionomia. In fondo questa è non solo la chiave dei sette Atlanti di cui questo libro documenta lo stadio finale – sette diverse “mitologie individuali” le avrebbe chiamate Harald Szeemann –, ma di tutta l’opera di un’artista che sin dal suo esordio – i Disegni neri mostrati a Roma nel 1983 – ha saputo declinare per mezzo di un personalissimo algoritmo l’alleanza tra caso e sistema, tra memoria e improvvisazione.

Due in particolare i modelli dei sette Atlanti. Il diario anzitutto, di parole e di immagini allo stesso tempo: raccolta quotidiana, esercizio di resistenza al caso, alla dimenticanza, al dilapidarsi del tempo: scrittura posta appena sopra la linea d’ombra dell’inconfessabile. Un diario è una lettera indirizzata a sé stessi, ma anche, consapevolmente, a una non assicurata posterità. È un gesto pieno di ragioni immediate – la volontà di trattenere ciò che sempre sfugge, di ritrovarsi a distanza – e un’offerta piena di spavento: tu, lettore futuro, potrai forse alla fine contraddire la sentenza che mi vuole condannato al definitivo mutismo. Per Andrea Fogli il diario è tuttavia soprattutto una raccolta di pensieri, azioni o immagini cui è stata di proposito sottratta ogni virtualità narrativa, ogni contenuto soggettivo, ogni psicologia: non vi è traccia di un “Io”, benché tutto al suo interno sia individuale. In mano all’artista il diario diviene infatti un ancoraggio all’umana scansione del tempo e insieme un atto di fiducia in quella virtù dei numeri che Fogli pratica si può dire da sempre, e senza mai ricorrere, va ricordato, a una metafisica, a una trascendenza qualsiasi. I numeri possono in effetti solo distribuire, ritmare ciò che viene alla luce sul foglio o nel blocco di creta, ma non predirne l’apparizione o chiarirne il mistero. Sono cifre talismano – 365, 59, 111 –, operazioni e permutazioni che creano rimandi e simmetrie, effemeridi immaginarie che generano corrispondenze o addensamenti allusivi. I giorni dell’anno, i grani del rosario cattolico, la cifra misteriosa che appare in alcuni libri d’artista di Alighiero Boetti. Sono conteggi ipnotici, tentativi di attirare chi guarda verso certe ricorrenze, di solidificare la materia anarchica del quotidiano.

Il secondo modello è appunto l’atlante, inteso non tanto come collezione di topografie, ma come restituzione soggettiva delle modalità in cui specifici atti di creazione di immagini si sono intrecciati a frammenti di esperienza. Seguendo un’indicazione di Giuliana Bruno (Atlas of Emotion, 2002), l’atlante – tradizionalmente concepito come semplice repertorio di mappe – può trasformarsi in una cornice concettuale utile per orientarsi nell’intersezione fra spazio, memoria e affetto, in uno strumento dinamico capace di tracciare la geografia emozionale delle esperienze visive e spaziali. In questa accezione performativa, vissuta, l’atlante – come ha fatto Gerhard Richter nel suo Atlas – consente di mobilitare l’archivio e mappare i moti dell’emozione, catturando l’intrecciarsi instabile fra percezione individuale e produzione culturale. Diviene in tal modo uno spazio di proiezione, una superficie su cui si iscrivono storie, desideri e traiettorie, offrendo una cartografia mobile di connessioni, linee di fuga e intensità affettive.

Effemeridi del Giardino, 19.1.2019 – 18.3.2019
argilla cruda, matita su carta (particolare)

Ogni Atlante diventa per Fogli una struttura per organizzare i risultati di un determinato procedimento. Nelle Effemeridi del giardino, ad esempio, il principio motore è l’impronta: un “grano” di argilla duttile – la quantità plasmabile da una sola mano – viene posto a contatto con oggetti, superfici o materiali reperiti nel corso di ripetute esplorazioni urbane. Se una forma di deliberata indeterminatezza regola in modo di volta in volta diverso il risultato formale, questo è poi a sua volta rifratto e moltiplicato in due ulteriori ordini di segni – la scrittura e la fotografia – che “fissano” le coordinate visive e mentali dell’incontro tra l’artista e il mondo circostante. Il risultato – regolato dall’analogia numerica tra i “grani” d’argilla e le pagine di diario, cinquantanove in entrambi i casi, e quelli del rosario – è a sua volta inserito all’interno di espositori museali. Qui la componente seriale e l’ordinamento tipologico concludono il processo di istituzionalizzazione del caos in una forma tripartita di traduzione: dall’apprensione tattile all’immagine, dal linguaggio verbale all’oggetto, dal simbolo alla cosa.

Vedenti, 2002-2024
matita su carta

Questa struttura enunciativa – la personale reinterpretazione di Fogli di uno dei procedimenti canonici dell’arte concettuale – si complica e diversifica negli altri sei Atlanti secondo un itinerario che procede in linea generale da una tattilità cieca via via verso forme sempre più chiaramente caratterizzate in senso visivo. Fino alla deliberata concentrazione sulla sede della vista con gli “occhi” che appaiono nei centoundici fogli dei Vedenti, l’unico tra i progetti documentati in questo volume in cui l’artista abbia ricercato una fedeltà realistica. Il soggetto di questa serie di disegni – una seduta medianica con cui Fogli convoca nel nostro comune presente antenati esemplari – è in effetti lo sguardo che artisti, intellettuali, donne e uomini coraggiosi e visionari hanno lanciato alla propria epoca, uno sguardo spesso inammissibile o scandaloso, più profondo, più acuto e rischioso di quello dei loro contemporanei. Uno sguardo che Fogli addita come modello di una resistenza all’epoca, alla tirannia dell’attualità e delle sue norme, e che fa di questo ciclo il più impegnato in senso civile tra i suoi lavori.

Dormienti, ottobre 2021 – marzo 2022
argilla cruda (particolare)

A monte di questo esito tanto singolare si estende un lungo procedimento di ricerca, fitto di sorprese e deviazioni impreviste, di cui gli altri Atlanti offrono testimonianze significative. Penso, ad esempio, ai Dormienti: grumi di argilla bianca cruda, nei quali l’artista, attraverso il semplice contatto tattile, fa affiorare embrioni di fisionomie. Volti ciechi, colti in un primordiale stadio biologico, quasi fossero feti dall’umanità ancora incerta, allineati su ripiani come inquietanti specimen di laboratorio.

Piccolo Popolo, 16.10.2019 – 17.2.2020
terracotta (particolare)

A un’umanità terrena, quotidiana, appartengono invece le figurine in terracotta del Piccolo popolo, il cui repertorio di atteggiamenti e pose espressive si svolge nel ristretto spazio di un armadio-vetrina: c’è chi danza, chi si abbandona all’estasi, chi si ritrae e chi si lascia andare, chi si spaventa e chi, al contrario, saluta fiducioso. Sono studi fisiognomici che richiamano antecedenti illustri – da Daumier a Fischli & Weiss – ed evocano al tempo stesso caratteristiche tipiche dell’arte vernacolare, antica e moderna. Fogli convoca queste figure come testimoni di un evento imperscrutabile che si compie di fronte a loro, la cui natura rimane tuttavia indecifrabile.

Diario dei 59 grani di argilla (Il Fantasma della Storia), 10.6.2013 – 1.11.2014
terracotta (particolare)

Un indizio è tuttavia offerto dal gruppo di opere di maggiore presenza plastica e di più intenso spessore emotivo fra i sette Atlanti. Il Diario dei 59 grani di argilla (Il Fantasma della Storia) si presenta infatti come un potente insieme di cinquantanove teste maschili in terracotta, disposte su un ampio tavolo grigio in un ambiente semioscurato, dove la luce che scende dall’alto crea un’inequivocabile atmosfera funebre. Sono “volti senza corpo”, autoritratti fantasmatici che l’artista ha modificato in modi ogni volta diversi così da comporre un inquietante coro di Doppelgänger, un impensabile incontro con potenziali vite alternative.

Diario delle ombre e Vedenti, vista dell’installazione

Alcune teste hanno gli occhi socchiusi, come abbacinate da una luce troppo intensa. Altre appaiono invece sprofondate in una strana inerzia o in un sonno profondo. Altre ancora sollevano lo sguardo verso l’alto, o al contrario sembrano del tutto assorbite in sé stesse. A differenza di tutti gli altri Atlanti, incluso il ciclo di disegni che compone il monumentale Diario delle ombre, qui il tema, pur non dichiarato in modo esplicito, non ammette fraintendimenti. In un universo privo di trascendenza, dove la vita umana è relegata alla fatalità e a un inesorabile decadimento, la Morte si configura come un evento vuoto, ripetuto all’infinito, privo di senso, di fronte alla quale le sole reazioni possibili sono lo sgomento o il silenzio. L’unica forma di resistenza, sembra suggerire Andrea Fogli, risiede allora nell’atto creativo, quella “debole forza messianica” attraverso la quale ogni generazione cerca di rinnovare la vita e di saldare la schiena spezzata del tempo, ripartendo ogni volta da una piccola, preziosa particella vitale: un “grano” con cui modellare una diversa possibilità per l’umano.

Andrea Fogli
7 Atlanti
a cura di Stefano Chiodi
Roma, Mattatoio
fino al 2 febbraio 2025

Stefano Chiodi

Stefano Chiodi

Ha pubblicato numerosi saggi sull’arte e la cultura visiva tra primo Novecento ed età contemporanea; tra i suoi libri, “Genius loci. Anatomia di un mito italiano” (2021); “La bellezza difficile” (2008), “Una sensibile differenza” (2006); è uno degli autori di “Espresso” (2000).
Ha curato edizioni di testi e cataloghi, tra cui Alexander Nagel e Christopher Wood, “Rinascimento anacronico” (2024); "L’espace des images. Art et culture visuelle en Italie 1960-1975" (con V. Da Costa, 2022); “senzamargine”, (con B. Pietromarchi, 2021); Marina Ballo Charmet, “Con la coda dell’occhio. Scritti sulla fotografia” (2017); Alberto Boatto, “Ghenos Eros Thanatos e altri scritti sull’arte” 1968-2015 (2016); “Marcel Duchamp. Critica, biografia, mito” (2009); Achille Bonito Oliva, “Il territorio magico” (2009); Franco Cordelli, “Il poeta postumo” (2008); “annisettanta” (con M. Belpoliti e G. Canova, 2007); Odilon Redon, “A se stesso” (2000).
Tra le mostre curate di recente: "Giulia Piscitelli. Chiave terrestre", Museo Storico Navale, Venezia, 2025; "In viaggio per l’arte. La Galleria Pieroni 1975-1992", MAXXI, Roma 2025; "Andrea Fogli. 7 Atlanti", Mattatoio, Roma 2024; “Alberto Boatto, Lo sguardo dal di fuori”, MAXXI, Roma 2020; “Marina Ballo Charmet. Fuori campo”, Istituto italiano di cultura, Madrid, 2019.
Ha organizzato convegni e condotto programmi culturali per Radio3 RAI. Scrive su “Il Sole 24 Ore”, “il manifesto” e altre testate; ha co-fondato nel 2011 e co-diretto fino al 2019 www.doppiozero.com. Ha tradotto, tra gli altri, testi di Jean-Christophe Bailly, Pierre Bourdieu, Jean Clair, Georges Didi-Huberman. Insegna Storia dell’arte contemporanea all’Università Roma Tre.

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