A Melancholy One. Da un libro eliotiano

Il 18 giugno 1922 T.S. Eliot si presenta a casa Woolf per una pubblica lettura di The Waste Land, la prima di cui si abbia notizia. Così la ricorda Virginia nel suo diario, in data «venerdì 23 giugno»: «Eliot è venuto a cena la scorsa domenica e ha letto il suo poema. L’ha intonato e cantato in rima.  È molto bello e ha grande forza nel dettato; simmetria, e tensione. Non saprei dire cosa lo tiene insieme. Ma lo ha letto finché non è dovuto scappare via – per via di lettere da scrivere sul London Magazine – e così la discussione è stata ridotta. Si restava, comunque, pervasi da una forte emozione. The Waste Land, si intitola; e Mary Hutch[inson], che l’ha ascoltato con più agio, lo considera l’autobiografia di Tom – un’autobiografia melanconica» («A Melancholy One», cioè: Diary of Virginia Woolf, I, London, Penguin, 1999 p. 178).

L’anno prossimo si prevedono numerosi omaggi a Eliot nel centenario della pubblicazione del poema che, comunque la si pensi, ha rivoluzionato la poesia moderna; e sarà l’occasione anche per fare il punto sul controverso editing di Ezra Pound, «il miglior fabbro» come dantescamente lo ribattezzò il discepolo. Nel frattempo non meno rivoluzionaria si presenta – sin dalla grafica a sua volta choc – la nuova edizione italiana del testo, da poco pubblicata dal Saggiatore nella nuova traduzione di Carmen Gallo, a partire dal titolo-bomba che non è più La terra desolata, come liricamente sovrainterpretavano i primi traduttori italiani, ma ben più duramente La terra devastata (mentre resta irrispettata, nel paese d’origine, la citazione dantesca che sarebbe «Il paese guasto» – Inf. XIV, 94 – e che, seppur smentita a più riprese dall’interessato, parrebbe all’origine del titolo).

Con questo work in progress iconopoetico di Filippo Tuena inauguriamo così il “ritratto” di uno dei poetae più docti, non solo letterariamente ma anche figurativamente, del Canone Occidentale; che nelle prossime settimane, fra gli altri materiali, vedrà allinearsi anche un iconocommento a puntate della stessa Carmen Gallo.

A.C.

Quanto segue sono due brani iniziali di un libro a cui lavoro da un paio d’anni, su Eliot e Pound, su Eliot e il Vecchio continente in tempo di guerra, sulle origini affettive di The Waste Land. Il testo, nato come prefazione a una pubblicazione abortita sul manoscritto è andato poi espandendosi sul prima e sul dopo di quel brogliaccio, sulle vicende editoriali, sulle prime edizioni. Ci sto lavorando ancora e lentamente prende la strana forma di una sorta di poema con inserti fotografici e ampie note esplicative. È anche una meditazione sui viaggi dei ventenni, sui viaggi formativi, sul partire, sul radicarsi, sull’essere sradicati, sulle delusioni e sugli entusiasmi letterari. Insomma, sulla composizione di un testo poetico che è anche il ritratto della formazione di uno scrittore.

1. Prologo in due figure

I.

Lo vedi nel ritratto che gli fa Wyndham Lewis
Un tre lustri più o meno dai fatti da narrare
Ezra Pound from Idaho in una breve visita a Londra
Dopo che da anni è andato a stare altrove
Parigi Riviera Rapallo
E torna per certe questioni e per mordere ancora
La città sul fiume

Ritratto di tre quarti steso su una poltrona dai braccioli di legno
Gli occhi chiusi quasi fosse addormentato o perduto
In pensieri che lo rasserenano piuttosto che preoccuparlo

Indossa una giacca sgualcita una camicia sbottonata una cravatta allentata
I capelli scompigliati la fronte ampia libera e distesa
Tutto tende a una rilassatezza appagante evidentemente successiva
A uno sforzo che ha avuto un esito positivo
Ma di cui ignoriamo ogni cosa tanto veloce
Dev’essere passato il pensiero e lo sforzo

Sullo sfondo una tela (siamo nello studio del pittore)
Su cui sono state date alcune pennellate orizzontali
Di un tenue arancio e di un altrettanto
Tenue celeste marino e in secondo piano
Tra l’effigiato e la tela un tavolino circolare
Con sopra un paio di quotidiani un posacenere
Di cristallo con mozziconi di sigaro
E due fermacarte di porcellana
Occupa il lato sinistro del dipinto

Sono oggetti posati su un altro oggetto
Accessori dimenticati
Dal sonno leggero del poeta
‘Quel che ho fatto’ sembra dire ‘è stato’
Ancora un poco di sonno
E me ne dimenticherò

I due imbastirono una sorta di dialogo
Tra il dormiveglia del modello
E la nevrosi del pittore
L’argomento sottinteso era il comune amico

“Ah, ricorda come lady Ottoline Morrell
Che lo finanziava per altro munificamente
Lo chiamava Undertaker così per divertimento
Poi è venuto qui e gli ho fatto diversi schizzi
Il ritratto verrà di quelli buoni”

“Ah”, dice l’altro
“io ogni tanto lo chiamo
His somnolences” così per dire
Come il possum
Recita bene il morto
Ma gli voglio bene

Ora dormo e lasciamo correre
Questioni trascorse tempo finito
Nulla tornerà indietro”

II.

T.S. Eliot è ritratto anch’esso seduto
Su una poltrona dai braccioli di legno –
Forse la stessa su cui siede Pound –
Il che porterebbe a ipotizzare che anch’egli
Si trovi nello studio dell’amico pittore Lewis

Sullo sfondo una parete bianca o una tela
E alcuni fregi di difficile interpretazione
Ma che potrebbero essere motivi ornamentali orientali

Quel che nello sfondo del ritratto di Pound
È movimento qui diventa stasi così come
La persona ritratta non può socchiudere gli occhi
E abbandonarsi al movimento onirico
Suggerito dagli occhi chiusi di Pound

Guarda fisso nel vuoto qualcosa fuori dalla cornice
Come spesso accade nei ritratti dove si vuol
Sottolineare qualcosa d’inafferrabile di mancato
D’inespresso nel volto dell’effigiato
O nella vita trascorsa di costui come se
Sfuggisse a qualcosa che lo tormenta
Senza sapersene allontanare come sembra
Saper invece fare il poeta pazzo bulimico famelico
Di cui quest’uomo – in perfetto abbigliamento
Elegante blu il panciotto chiuso la cravatta annodata
Il colletto della camicia abbottonato
E le mani conserte una sull’altra
Al mignolo della sinistra un anello (d’onice?)
E il pensiero circoscritto costretto irrigidito –
Afferma d’essere debitore

Sul campo bianco immacolato dello sfondo
Si ritaglia l’ombra del capo e i suoi capelli pettinatissimi
Separati da una perfetta scriminatura protagonista
Assoluta del dipinto che taglia separa conclude

Sembrerebbe costui un uomo realizzato
Al culmine della carriera ma Lewis è evidente
Qui ritrae un rimpianto tanto quanto nel ritratto
Di Pound aveva raffigurato la rilassatezza meritata
Del vincitore.

La vita in realtà sembra avere in serbo esattamente
L’opposto per i due amici poeti esuli – uno volontario
In Italia, l’altro in Inghilterra – ma non ha bisogno
D’imparare una seconda lingua – anche se parla e scrive
Fluentemente francese a causa di un soggiorno parigino
Che avrà una certa importanza
In quel che si dovrà narrare
E conosce l’italiano di Dante in maniera
Che può leggerne il poema in lingua originale –
Dicono che viaggiasse sempre col suo
Poket-Dante che gonfiava la tasca della giacca –
Anche se ne perde molte invenzioni
E nessi linguistici e certamente negli anni
Della loro prima conoscenza (di Pound e di Eliot)
Fu Dante a renderli vicini più che le cose
Che scrivevano considerando che Ezra praticava
Ottimismo e T.S. piuttosto il freddo il contrario
Vittima del poco entusiasmo che lo ghiaccia
E sospinto a credere in sé dall’amico più che da sé

Il che produsse il rifiuto da parte
Della Royal Academy
Ad accettare il ritratto per qualche motivo
Che atteneva all’arte e non alla psicologia
Ma che oggi sarebbe giustificato
Da questo tratto freddo e disperato
Che imprigiona il poeta ai suoi versi

Qui si racconta di The Waste Land del suo apparire
Nella mente dell’autore così come la racconta
Da molto tempo ho un’idea in mente
Molto prima di quando venne alla luce
Molto prima molto molto prima
Del lontano anno 1922 e per questo dobbiamo
Liberarci delle immagini di Lewis
Di Pound sonnolento e di Eliot rigido e realizzato
Che mostrano come sarebbero diventati
E non come furono durante gli anni
Della Prima grande guerra mondiale
Dei fronti della Marna e della Somme
Dei Dardanelli che Tom conobbe
Non per averli vissuti ma visti attraverso
Le pagine dei giornali
I necrologi degli amici morti
Il sentirsi solo e incondivisibile
Ogni passo tracciato ogni metro percorso
E la Gaste terre che ne deriva

2. Una Deposizione ad Anversa

Ora chi andasse nella cattedrale di Anversa
Rimarrebbe certamente colpito
Dal polittico della Deposizione di Rubens
E forse anche di più dall’altro gemello
Incentrato sull’Innalzamento della Croce
E si duole enormemente
Che il rapido viaggiatore che fu Eliot
In quella circostanza non abbia saputo mantenere
La volontà di scriverne ed è singolare
Che proprio all’inizio di queste pagine
Si ragioni sulla caducità delle idee
Sul loro apparire e sul loro scomparire

E su quando viene perduto dell’infinito fluire
Del pensiero nella mente di chi poi
Decide di occuparsi di questo nella vita:
rammemorare quel che lo turba

Perché è proprio questo quel che qui
Si va cercando: il momento in cui la cosa nasce
La fecondazione e il suo esistere quando
un’istante prima non era

Beh ma guardatelo il manto rosso
di Giovanni Evangelista e il gesto
il braccio destro il alto il sinistro
che sostiene la gamba sinistra
di Cristo e come stia quel corpo
per scivolare verso la Maddalena
disposta a sopportarne il peso

Sullo sfondo uno squarcio
Di luce del tramonto e in basso
Una terra fredda e sgombra
Da sassi erbe o altre cianfrusaglie
Sulla destra in basso il bacile
Con la corona di spine
E il cartiglio INRI
Fermato da una pietra

Osservo questi gesti questi oggetti
In quel giorno in transito
Da Londra a Marburg
Nella città portuale di Anversa
Nel luglio 1914

Lo sai, bisogna essere lontani da quel che si ama per scrivere belle cose. Lontani dal risolvere le passioni, lontani dalla propria terra, dai propri paesaggi affettivi. Puoi avere accanto la tua donna ma non avere i paesaggi; puoi avere la terra ma non l’amore; puoi desiderare il tempo trascorso (questo è inevitabile e forse è la condizione necessaria); può non soddisfarti quello che scrivi (e anche questa è una molla che finisce per produrre una dignitosa letteratura, anche se non basta.

T.S. Eliot, alla fine del suo percorso di studi ad Harvard, aveva vinto una borsa di studio per i corsi di filosofia di Oxford e a fine giugno 1914 aveva lasciato gli Stati Uniti ed era approdato in Europa il 7 luglio. Appena sceso dal transatlantico aveva fatto una breve puntata a Londra appena il tempo per perdere una valigia blu in un’agenzia di viaggi – una sorta di variazione seria del misfit che è all’origine di The Importance of Being Earnest – mostrandosi subito alquanto sprovveduto. Di quella valigia aveva poi chiesto notizie a un amico che si trovava a Londra e lo aveva pregato di andarla a recuperare mentre lui aveva preso un treno e poi un traghetto e si era fermato ad Anversa estasiato da un polittico di Rubens nella cattedrale di quella città fiamminga che gli aveva suggerito l’idea di un poema Descent from the Cross (così, in inglese immagina il titolo) subito abortito ma in realtà tutt’altro che accantonato – quell’idea avrebbe certamente trovato il suo spazio e la sua ragione negli anni a venire – e poco ore dopo aveva ripreso il treno ed era andato in Germania a seguire una scuola estiva a Marburg.

L’accenno alla Deposizione compare di sfuggita in una lettera a Conrad Aiken che in questa vicenda assume i connotati di staffetta degli Inferi o forse psicopompo poiché tutto sembra partire da lui e, attraversato quell’ingresso infernale che separa il prima dal dopo, tutto sembra allontanarsi da lui, statico com’è in quel ruolo di accompagnatore agli Inferi che si deve fermare sulla soglia di Proserpina. Forse si dovrebbe andare a occhieggiare, ad annusare, a scavare in qualche sua poesia o nota critica anche se non è compito di questo libro approfondire troppo la conoscenza di questo poeta. Basta che sia riconosciuto come lo psicopompo che accompagna T.S. nel mondo funebre del vecchio continente e nel girone dei poeti e della finzione letteraria.

Fu ad Aiken che Eliot chiese di recuperare la valigia blu dimenticata nell’agenzia di viaggi a Londra. Averla dimenticata sarebbe un atto nascosto, tutt’altro che involontario; una manifestazione di volontà subliminale dimenticare una valigia appena arrivati nel luogo dove si vivrà per sempre. Come se quell’oggetto trascurabile avesse svolto il suo compito conducendolo dagli Stati Uniti in Inghilterra e affermasse la sua determinazione a rimanere solidamente in una terra che ha come confine un Vallo Adriano che impedisse invasioni ma che impedisse anche fughe verso l’esterno.

Il pellegrinaggio ad Anversa si compie, dagli anni 2000 in poi, per omaggiare W.G. Sebald e la descrizione che fa della stazione ferroviaria e dello zoo delle civette che però non ho potuto visitare quel giorno, quelle poche ore, in cui mi fermai anch’io nella città del porto fluviale. Poiché era sabato ricordo che notai come singolare l’assenza di qualunque commerciante o tagliatore di diamanti ebreo con i loro sirtuk neri e i payot che scendono dalle basette in boccoli lucidi e che invece nel mio immaginario dovevano comparire a ogni angolo di strada. Ricordo il Reno, i bassi muraglioni, le chiatte che lo percorrevano a velocità ridotta, qualcuno che saliva su un contrafforte per osservare meglio l’andare del fiume e l’aria ghiaccia e il cielo grigio. Ogni persona che visita Anversa prova questa sensazione di trovarsi in basso e che il fiume e persino il mare potrebbero essere a un livello superiore. Si percorrono gradini salendo solo per entrare nella stazione – dunque andandosene – perché uscendo dalla stazione si scendono quei gradini con una triplice scalea – una centrale e due laterali, che sembrano scomporre e separare la Scala originale, quella del Ricetto della Laurenziana a Firenze. Ogni volta che si sale una scala, si sale una variazione di quella scala. E ogni volta che si scende una scala si scende una variazione di quella scala. Ora è certo che Eliot sia sceso dalla nave, abbia percorso a piedi il centro della città e abbia salito la scala della stazione. Anversa come conca, come avvallamento che impedisce la visione dei panorami, pur essendo al centro di una terra piatta. Persino in Gerontion, una poesia del 1920 di cui dovrò poi parlarti per il singolare intreccio di tempo passato e futuro che la caratterizza, compare la città in un verso – il padrone, generato in qualche casa di Anversa – incastonato nei pensieri malinconici di un uomo ormai anziano e senza prospettive tutto il contrario del ragazzo che Tom era in quell’estate del 1914 in attesa della coincidenza con un treno che lo conducesse altrove.

Giorni fa ho sognato la città ma senza nessuna attinenza col luogo reale. Semplicemente scendevo da un piroscafo e mi trovavo in una piazza circolare, abbastanza simile alla piazza della stazione di Lambrate e non sapevo dove andare. Più o meno la situazione che deve aver provato lui scendendo dal traghetto e dovendo aspettare qualche ora la coincidenza ferroviaria per Marburg; si sarà messo a girare per l’antico centro della città. Dunque la visita alla cattedrale, i due polittici di Rubens che si affrontano e una di quelle illuminazioni che prendono gli scrittori: vorrei scrivere di questo. Belle idee ma che si accantonano abbastanza spesso, quando se ne hanno molte e non si sa quale scegliere per mettere in pratica la propria voglia di esprimersi e le proprie capacità.

T.S. (o Tom) aveva già scritto questi versi di un cicaleccio dozzinale che viene accostato a sublimi pensieri artistici e, insomma, bisognerebbe avere bene in mente la stazione di Anversa per immaginarsi un poeta americano poco prolifico che si trova nel vecchio continente a pochi giorni dallo scoppio di una guerra devastante e che, ignorando il fiammingo, si trovi in quella stazione in attesa di un treno che lo conduca altrove e come sempre accade a chi scrive, nei momenti di solitudine si ripeta a memoria versi di una sua poesia o qualche brano ben riuscito di una sua prosa come se compiacendosene anche il panorama che lo circonda potesse risultare migliore.

Alcune cartoline d’epoca non molto posteriori a quel 1914 in cui T.S. visitò la città mostrano il prospetto dell’atrio della stazione chiamato con una sublime allocuzione francese salle des Pas-Perdus che normalmente si riferisce a quegli ambienti molto vasti che precedono luoghi o saloni più misurati dove si svolgono le mansioni principali degli edifici che li ospitano. Dunque una salle des Pas-Perdus è un luogo d’attesa per tribunali, uffici, ospedali e stazioni ferroviarie (appunto) dove si cammina avanti e indietro, indietro e avanti, aspettando di risolvere le questioni che conducono le persone all’interno di quei luoghi per loro natura vasti e labirintici dove, effettivamente, si possono perdere, più che passi, persone. Ecco, mi piace che la salle des Pas-Perdus di Anversa introduca il viaggio di T.S.; che svolga la funzione di Sala d’attesa, di preludio a quel che sarà la sua avventura europea.

Il soggiorno estivo di studio che Tom aveva progettato in Germania era stato abbastanza intempestivo perché la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia il primo d’agosto e quella britannica alla Germania il 4 agosto 1914 avevano avuto come conseguenza la chiusura dei corsi e Eliot, come cittadino statunitense allora di un paese neutrale, era tornato a Londra, con un giro lunghissimo e inquietante, il 21 del mese convinto a stabilirvisi prima che iniziassero i corsi di Oxford e perché voleva frequentare in quel tempo il mondo che gli interessava: quello della poesia, cosa che ancora sembrava non aver avuto il coraggio di ammettere a se stesso e alla sua famiglia.

In copertina: T.S. Eliot e Virginia Woolf fotografati da Lady Ottoline Morrell, giugno 1924 © National Portrait Gallery, London

(Roma 1953). Vive a Milano. Scrive libri. L’ultimo suo è "Le galanti" (il Saggiatore 2019). Quando non scrive cura collane editoriali.