Bambini “anfibi”

La natura degli oracoli nell’antichità, e in particolare nella Grecia classica, era anfibolare. Un termine che sin dalla prima apparizione sentivo oscuro e attraente, proprio come le profezie cui si riferiva. Chi si recava, ad esempio, a Delfi per chiedere alla divinità un presagio sul futuro, riceveva spesso risposte ambigue, “mezze verità”. I responsi erano di questo tipo: la divinità ha detto sì questo, ma ciò potrebbe anche significare quest’altro. Confusione, e insieme libertà: l’adolescenza (l’età in cui avevo per la prima volta ascoltato quel termine) aveva a che fare con quella natura anfibolare, con la potenzialità d’essere molte cose. Recentemente questo aggettivo mi è tornato alla mente tornando su un autore amato in quegli anni, Luigi Malerba. L’autore di “Itaca per sempre”, quando scriveva libri “per ragazzi”, amava definirli libri “anfibi”.

Anfibolare e anfibio sono due termini distinti, ma nella mia mente simili, e certo affini nella loro accezione di duplice: un animale anfibio vive qua e là, in acqua e sulla terra, così come la rivelazione, la Parola sta qua ma anche là, significa questo, ma anche quest’altro. Nel volume “Parole al vento” curato dalla figlia Giovanna Bonardi, Luigi Malerba sottolineava proprio la natura anfibia di certe sue opere, in particolare della sua produzione “per l’infanzia”. Si riferiva, in quel caso, a “Le galline pensierose”, un volume spassosissimo, inclassificabile, oggi studiato spesso proprio nella letteratura per ragazzi. Eppure si tratta di un testo, come lui stesso aveva capito, “anfibio”, «nel senso che va letto dai ragazzi insieme ai genitori. Per i ragazzi sono favolette, per gli adulti sono, come dice Calvino, apologhi zen o aforismi. Due livelli di lettura confermati anche dalla traduzione francese, da quella tedesca e da quella russa, pubblicate in edizioni per adulti»[1]. In Italia questa natura duplice, anfibia e anfibolare, è evidente nel fatto che Einaudi lo abbia collocato dapprima tra “Gli Struzzi Ragazzi”, e poi nella stessa collana per adulti.

La riflessione stimola la domanda che, chi ricerca nel campo della letteratura per l’infanzia, si porrà per sempre: cos’è un libro “per” bambini? È davvero un testo con un pubblico preciso? “Pinocchio” è veramente “solo” un libro per ragazzi? Al cinema, a fine anno, ne uscirà una versione di Guillermo Del Toro, e quasi sicuramente non sarà un film soltanto per bambini. E “Alice nel Paese delle meraviglie” cos’è? “L’isola del tesoro” di Stevenson a quale genere, a quale pubblico “appartiene”? A questa serie di domande, peraltro, cerca di dare qualche risposta un volume appena uscito per Donzelli di Giorgia Grilli, “Di cosa parlano i libri per bambini” (Donzelli, 2021):

Quel “per l’infanzia” non si riferisce solo al fato che si tratta di libri destinati a essere letti dai, o con i, bambini: diventa anche propriamente un espediente creativo, un ingegnoso dispositivo narrativo (nonché mentale) che consente agli autori – adulti di confrontarsi con un’età o per meglio dire con una dimensione esistenziale, totalmente diversa dalla propria. […] La letteratura per l’infanzia finisce, insomma, per mettere in discussione l’adulto – la sua normalità, la sua visione del mondo, la sua posizione nell’universo – nel momento in cui riconosce, come nessun altro discorso letterario (o politico) fa, l’esistenza non solo dei bambini (qualcosa ce più o meno tutti notiamo) ma molto più profondamente di un Mondo Bambino, inteso come qualcosa di vasto, potente e parallelo a noi con cui, almeno nelle sue pagine, non è possibile non fare i conti.[2]

Aggiungiamo un’ulteriore questione: a chi parlano i picturebook, gli albi illustrati che in libreria troviamo tra gli scaffali di letteratura per l’infanzia? Quest’anno il premio Malerba per l’albo illustrato, alla sua VI edizione, ha rispecchiato perfettamente tale carattere anfibio e anfibolare del genere. La giuria ha infatti votato non solo per tre volumi che hanno queste caratteristiche, ma per un podio che racchiude tutti i pubblici e tutti i soggetti, e la cerimonia di premiazione si è svolta all’interno della Bologna Children’s Book Fair, tra i più importanti eventi al mondo dedicati alla letteratura per bambini e bambine, ragazzi e ragazze (e popolato da adulti, come il settore editoriale).

Illustrazione di Giulia Pastorino per Quando sarò grande, scritto da Davide Calì

Il vincitore assoluto è risultato l’albo Quando sarò grande scritto da Davide Calì e illustrato da Giulia Pastorino (edizioni Clichy), ed è, fra i tre, il “libro bambino” per eccellenza. C’è una grande ricerca stilistica nei disegni proposti, disegni che richiamano quella natura bambina e, al contempo, picassiano (vi è anche un chiaro riferimento a “Guernica), nella misura in cui il pittore cubista pronunciò la celebre dichiarazione: “A quattro anni disegnavo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”. Anche al centro della storia troviamo il bambino – i bambini – che aspettano con ansia il momento in cui non saranno più tali, fantasticando in merito a cosa diventeranno da grandi, ma cedendo alla fine, per lo sforzo immaginativo, a un sonno profondo.

Illustrazione di Rossana Bossù per Il giardino delle meduse, scritto da Paola Vitale

Il secondo classificato è un volume che, invece, è più esattamente anfibio: Il giardino delle meduse, raccontato dalla divulgatrice scientifica Paola Vitale e illustrato da Rossana Bossù (Camelozampa). Un “oggetto libro” prezioso che sembra emergere dalla superficie delle acque del colore proprio come gli animali protagonisti della narrazione, i più antichi viventi sulla Terra mai davvero evolutisi: perfetti, sin dall’origine. È un volume che arricchisce l’adulto e il bambino, il ragazzo e l’uomo, è un’opera di grande impatto che, attraverso l’uso sapiente dell’immagine, aiuta a comprendere un mondo ai più sconosciuto.

Illustrazione di Sonia Maria Luce Possentini per La fioraia di Sarajevo, scritto da Mario Boccia

Al terzo posto del Premio Malerba ancora un libro “anfibio”, La fioraia di Sarajevo, illuminato dal testo del fotoreporter Mario Boccia e dai disegni di Sonia Maria Luce Possentini (Orecchio acerbo). Una storia divenuta nota proprio per il carattere estremamente poetico di parola e immagine, e anche, ancora, attuale, in cui una donna, durante la guerra nei Balcani, continua a vendere i suoi fiori nonostante la violenza abbia sventrato il mercato in cui aveva il suo banchetto. I fiori non sono più quelli raccolti dalla terra, sono fiori di carta, eppure la gente non ha smesso di acquistarli. Per temi e realismo figurativo ci si chiede: è davvero un albo illustrato “solo” per bambini?

Last, but not least, i tre libri intercettano quella natura ibrida, anfibia e anfibolare dell’infanzia, lo “spazio” in cui il bambino è qua ed è là allo stesso tempo, è sott’acqua come le meduse, e sopra la terra come i fiori della donna dei Balcani. Nel frattempo, in mezzo, sta quella creatura che si chiede costantemente cosa sarà quando non sarà più nel mezzo, e avrà scelto se stare su o stare giù, diventare astronauta o sommozzatore, talpa o ara. Conservando, al contempo, la natura di poter essere altro, e altrove. Libero, ibrido, “librido”, anfibio e anfibolo, ma pronunciatore di una verità, di una parola.


[1] Malerba L., Parole al vento, Manni, Lecce, 2008, p. 136.

[2] G. Grilli, Di cosa parlano i libri per bambini, Donzelli, Roma, 2021, pp. 6-7.

In copertina: una delle illustrazioni di Giulia Pastorino per l’albo Quando sarò grande, scritto da Davide Calì

(Fondi, 1988) è giornalista e dottorando in Pedagogia all’Università Roma Tre, dove studia il rapporto dell’opera di Marshall McLuhan con l’educazione. Vive a Roma. Ha pubblicato “Guardare la radio. Prima storia della radiovisione italiana” (Mimesis, 2016) e tre raccolte in versi (“Panasonica”, Il Ponte del Sale, 2020). Per diverse riviste si occupa di poesia, arti visive e letteratura per l’infanzia.