A piedi scalzi. Tartaglia a Brera

Immagino la Parma degli anni trenta del Novecento. Piccoli imprenditori, artigiani, coltivatori, allevatori di maiali, qualche professionista, che gestisce gli affari dei primi, qua e là, un rarissimo intellettuale, molti fascisti. All’ombra del battistero di Benedetto Antelami anche un bambino dai tratti geniali, il Tartaglia. Tartaglia come il matematico rinascimentale ma anche come un balbuziente, come colui che non arriva a dire quel che davvero vuole.

Ferdinando, figlio di un noto sarto di divise militari, è rimasto orfano a nove anni. Scrive di teologia dall’età di dodici. Vuole essere prete, nonostante l’avversione paterna. Ci riesce, nel 1939 è ordinato sacerdote. Ma non gli basta. Si sposta a Firenze, dopo una breve stagione genovese. Ha un animo da predicatore, da profeta. Vuole dare inizio a qualcosa di radicalmente nuovo, a un nuovo movimento di religione, così lo chiama. Scrive, si spacca la testa per trovare il modo di teorizzare questo nuovo inizio. Un nuovo inizio della religione, della società, del pensiero, della vita, di tutto. Quando parla, l’uditorio non lo capisce. Gli amici, i compagni di strada, i curiosi sentono che qualcosa di importante viene detto, ma cosa significhi quell’argomentazione serrata, geometrica, algebrica non lo intende davvero nessuno. Continua a ripetere che occorre iniziare, facendo tabula rasa di tutto ciò che è stato. Forse nemmeno i vertici della Chiesa lo comprendono ma, nel dubbio, lo scomunicano. Sempre più solo si inabissa nelle sue dimostrazioni fondative. È il delirio logico di Tesi per la fine del problema di Dio. Controcanto geometrico dell’esattamente coevo delirio artaudiano, Per farla finita col giudizio di Dio. Una logica ossessiva si impadronisce della sua mente. Si ostina, fino all’esaurimento, a voler dimostrare l’indimostrabile: l’inizio.

L’inizio, infatti, non può che iniziare. Non c’è nulla da dimostrare. Ogni argomentazione dell’inizio è indice del fatto che non si è ancora iniziato o che si è già da sempre iniziato. In fondo, Tartaglia si muove – e si tormenta – in un problema impossibile da risolvere nel linguaggio. Un problema che richiederebbe di andare oltre il linguaggio e la sua armatura logica, come la chiamò Wittgenstein nel suo Tractatus. L’inizio si dà o non si dà. Inutile continuare a parlarne. Tanto vale tacere.

Si danno inizi solo nel gesto, nella mano tesa, nel silenzio dell’azione, nell’aratro che solca la terra, nel piede che inaugura, esitando o con decisione, un cammino. L’inizio è l’apertura di una realtà o non è.

Forse, Tartaglia, a un certo punto, lo comprese. Smise di scrivere (pubblicamente). Smise di parlare. Visse. E morì.

Amava le immagini. Se ne era circondato, nella sua casa sulle colline di Firenze. Ne lasciò un’ultima, di sé, si dice in segno di umiltà e “desiderio di corsa”.

Un’ultima presenza, silenziosa, senza nome; forse una profezia figurata: disteso nella bara, coi piedi scalzi, nudi.

Quei piedi erano e sono, per sempre, un inizio.

In copertina: Andrea Mantegna, Cristo morto, 1483 ca., Pinacoteca di Brera

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell'arte” (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).