Dopo tutto, chi sono i fratelli?

Pubblichiamo l’intervento di Jean-Luc Nancy alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, in occasione del convegno “Mai senza l’altro. L’imperativo etico della fratellanza”, tenutosi a Milano il 16 febbraio 2021. Ringraziamo Massimo Epis, rettore della Facoltà, per la sua gentile disponibilità. A questo link, il video dell’intervento originale in francese.

I.

La Repubblica francese è forse l’unico stato al mondo a recare un motto che include la parola “fraternità”. Che sia davvero l’unico o meno, non cambia il fatto che il suo motto ha goduto di una celebrità strettamente legata a quella della Rivoluzione del 1789, che – dopo le rivoluzioni inglese e americana, che avevano un carattere più strettamente nazionale – fu il momento inaugurale della democrazia come si offriva alla totalità delle nazioni o dei popoli. Di conseguenza, il motto della Repubblica non fu esattamente lo stesso fin dal suo inizio, ma probabilmente dal 1793 in poi, e non prese la sua piena funzione – se osiamo dirlo – e tutta la sua brillantezza fino alla Seconda Repubblica, nel 1848. I fatti storici sono complessi e scarsamente stabiliti su questo punto, ma è certo che il motto in tre termini – quindi con l’aggiunta della Fraternità agli altri due, da un lato, e dall’altro senza il complemento “o morte” che era usato nel 1793 – ha richiesto un po’ di tempo per essere pienamente adottato. Dopo questa adozione, c’erano ancora gruppi o individui che proponevano altri motti, soprattutto da parte dei movimenti operai. Così la Borsa del Lavoro della città di Saint Etienne, inaugurata nel 1888, porta il motto: “Libertà Uguaglianza Solidarietà Giustizia”.

Per quanto il termine “fraternità” sia stato visibilmente legato a una tonalità che si può dire romantica in senso esteso, e a un pensiero che va al di là della stretta cornice delle leggi e delle istituzioni statali per fare appello a un sentimento e a un’idea di “comunità” piuttosto che a principi di organizzazione sociale, è chiaro che parole come “solidarietà” e “giustizia” vogliono distinguersi da esse, e sviluppare piuttosto le implicazioni dei primi due termini, e soprattutto di “uguaglianza”.

Oggi, la fraternità non è spesso considerata con benevolenza – almeno in Francia –, perché sembra carica di un significato troppo sentimentale e, inoltre, familista in un’epoca in cui la famiglia non fa più riferimento. Se a Maurice Blanchot è capitato di usare la parola in un contesto in cui si trattava per lui di sottolineare l’aspetto affettivo della “comunità”, si è attirato a questo proposito una sorta di rimprovero (che fu rivolto anche a Jean-Luc Nancy) da parte di Jacques Derrida, che più volte ha testimoniato la sua diffidenza verso un termine che era allo stesso tempo familiare, maschile, sentimentale e con una risonanza cristiana. In effetti, nessuno – a parte i due citati – sembra averlo rivendicato nelle riflessioni politiche degli ultimi quarant’anni. Al contrario, l’uso di questo termine da parte di un candidato alle elezioni presidenziali francesi di qualche anno fa, e il suo utilizzo da parte del candidato poi eletto (il presidente Sarkozy), avevano riacceso ogni diffidenza verso una parola considerata più morale che politica e più sdolcinata che responsabile.

In cima, forse, a tutte le analisi si può trovare questo argomento – che, per inciso, è tanto contro l’uso della parola quanto, tra alcuni, a suo favore –: se la libertà e l’uguaglianza sono diritti, la fraternità non è un diritto. È dunque un dovere? Questo è ciò che non viene spesso formulato, e che lascia piuttosto spazio all’idea di un desiderio, di un’aspirazione e di conseguenza di una realtà poco consistente se non semplicemente utopica e fuorviante. D’altronde, è senza dubbio possibile dire che tutti i dibattiti che conosciamo sull’idea di “utopia” sono impliciti in quelli riguardanti la “fraternità”. Si può riconoscere un’impronta duratura della tradizione antiutopica proveniente da Marx, che riteneva che questa parola coprisse un’illusione.

II.

Per porre di nuovo la questione della fraternità, è necessario partire da due postulati: 1) non è sicuro che sia opportuno difendere questa nozione e bisogna dare un po’ di credito ai pregiudizi che suscita per il suo carattere familista, cristiano e sentimentale; 2) se, tuttavia, ci sono dei motivi per dare un po’ di credito a questa stessa parola deve essere con l’aiuto di un rinnovato esame del suo significato e prima di tutto, dietro di esso, del significato della famiglia.

Il primo postulato raccomanda solo la riserva. Non è opportuno adottare la nozione senza aver considerato la possibilità di non essere imprigionati dai predicati “familista, cristiano, sentimentale”. Per quanto riguarda la famiglia, il secondo postulato ci porterà a interrogarci su di essa. Per quanto riguarda il cristianesimo e il sentimento – allo stesso tempo distinti ma indubbiamente anche intrecciati tra loro – va detto quanto segue: ognuno di questi termini nomina una realtà ben nota, in un caso come la religione dominante dell’Occidente non musulmano, nell’altro come la sfera incerta, persino tormentata e pericolosa di ciò che rimane sottratto al controllo della ragione.

Tuttavia, non è detto che queste caratteristiche, pur non essendo semplicemente impossibili da attribuire a ciascuna delle rappresentazioni in questione, non debbano essere sottoposte a un esame. Può darsi che siano esse stesse determinate da certe abitudini di pensiero che si sono sedimentate nel corso della nostra storia.

Torneremo quindi su questo punto una volta chiarita la nozione di “famiglia”. Prima di tutto, la famiglia patriarcale, da cui nasce il sospetto di sessismo maschile rivolto alla fraternità, non è l’unica struttura possibile per ciò che si chiama “famiglia” e che può essere definita come il gruppo sociale minimo per ciò che riguarda la generazione e le sue conseguenze (educazione dei figli fino alla loro autonomia). Forse potremmo anche dire che è il riflusso o il riflesso di modelli socio-politici fortemente maschili e paternalistici sulla famiglia che ci ha abituato a sottolineare il padre e la trasmissione a e da parte dei maschi.

Ma in ogni caso, c’è qualcosa di più importante: i “fratelli” non sono principalmente quelli che sono uniti dallo stesso sangue. Il “sangue” è precisamente solo il simbolo della filiazione per trasmissione del seme (di un’identità o di una conformità naturale), esso stesso rappresentato secondo uno schema antico in cui la madre era senza alcuna azione generatrice propria (ma una semplice incubatrice). Il “sangue” è tutt’altro che sufficiente per pensare cosa siano la generazione e la filiazione.

Figli e figlie non sono tanto quelli uniti dal sangue – pater incertus diceva il diritto romano –, quanto quelli uniti dalla comunità dell’allattamento – mater certissima: che sia effettivo o simbolico, l’allattamento non consiste nella trasmissione interna, continua e immediata di un principio vitale, ma nel dono esterno, discontinuo e mediato di una sostanza nutritiva. L’alimentazione è un processo di incorporazione di sostanze estranee che il corpo metabolizza nella propria sostanza. Il legame con la madre è un legame paradossale dove l’incorporazione (certissima) si oppone all’identificazione (il bambino non si identifica, assorbe la sostanza materna nella propria sostanza autonoma); il legame con il padre è di identificazione, non con un corpo o una sostanza (incertus), ma con una figura o un segno.

È da lì che dobbiamo ripartire per riconsiderare la famiglia e la fraternità. I fratelli – e le sorelle, ci torneremo – sono prima di tutto soggetti autonomi la cui coesistenza non si fonda in nient’altro che in una compagnia di cibo (com-pagnia significa: chi condivide il pane) e in un’assenza di ragione nella loro comunità di esistenza. La figura o il segno del padre, quello che spesso si chiama “la legge del padre” e che sarebbe meglio chiamare “il padre come legge” non è immediatamente determinato. Al contrario: la figura è un contorno vuoto o uno schizzo, il segno reca un significato fugace e indeterminato.

È certamente possibile che il padre funzioni come figura completa, così come è possibile che la madre non nutra, o non nutra bene (tutto questo è naturalmente inteso in un ordine simbolico; inoltre, “padre” e “madre” non sono necessariamente i padri, né i genitori legali). Ma questa non è la regola: la regola, se si può usare questa parola, sarebbe piuttosto che nulla assicura il “comune” dei fratelli al di là dell’alimentazione. Il passaggio all’indipendenza, che il nutrimento avrà reso possibile, significa anche la constatazione che siamo insieme per caso, senza comunità di origine o di senso. (Per dirla in termini freudiani: l’“assassinio del padre” precede il “padre” che si pone solo come figura della propria assenza).

III.

In questo senso la “fratria” è modello per la “società” come associazione senza necessità sostanziale (ontologica, originaria). È quindi anche il modello di un “dobbiamo andare d’accordo insieme” invece di un “essere insieme”. Trovare o creare un equivalente o un sostituto della nutrizione materna è un compito – o meglio un desiderio – più e meno che sociale: è l’“essere” o il “senso” che sono in gioco (forse passa attraverso l’arte, la religione, l’amore, la festa, il pensiero, ma non attraverso il socio-politico). Ma dare consistenza alla figura o al segno mediante i quali si indica l’istanza de “la legge” è un’impresa inevitabile e urgente, perché la loro inconsistenza primaria è minacciosa.

Lo scopo qui non è quello di continuare le analisi che si dovrebbero trarre da queste premesse in diverse direzioni. È solo per segnalare quanto segue: la “fraternità” non porta ipso facto con sé i valori del maschile e del paterno come li intendiamo di solito.  Fraternità significa coesistenza senza bisogno di “natura” o “destino” o “fondamento” o “origine”. Ecco perché il motivo dei fratelli nemici gioca un ruolo così importante nelle mitologie di tutti i tipi. Di solito viene intesa come una sorta di mostruosità morale, mentre racconta la semplice verità di una relazione che è di per sé erratica, smarrita, persino insensata.

Allo stesso tempo, la fratellanza porta anche l’ombra o la memoria oscura e il desiderio di cibo comune. In questo è senza dubbio piuttosto “sororità” e in questo senso si deve convenire che la fraternità favorisce un’unilateralità maschile. La sororità sarebbe la fraternità al di là o al di sotto della legge, nella sfera o nelle sfere del cibo, cioè del “mangiare/rifiutare”, che sono anche le sfere dell’affetto.

Fraternità e sororità sono intrecciate, addirittura mescolate tanto quanto, più in generale, il maschile e il femminile. I portatori di ruoli non sono mai strettamente identici alle complesse singolarità degli individui e dei gruppi: nessuno è semplicemente, integralmente “uomo” o “donna” e una fratrìa non è necessariamente una fratellanza virile. Forse questi due termini potrebbero essere usati anche per distinguere due tendenze nella semantica dei “fratelli”: la fratellanza riunisce soggetti che tendono ad essere identici perché identificati da una funzione, una professione, un ruolo. La fratellanza appartiene alla famiglia che è, come si è detto, solo la coniugazione del caso (incontro) e di un abbraccio (desiderio) – fermo restando che da un lato l’incontro è quasi sempre soggetto a determinazioni precedenti (sociali, locali, ecc.) e che il desiderio può anche essere stato sostituito, in tutto o in parte, dalla determinazione. L’idea di “matrimonio”, nella misura in cui appartiene al diritto (cioè, non a una spiritualità o a una mistica delle “nozze”), riassume bene la situazione: si tratta di padroneggiare il caso o – e allo stesso tempo – di legittimare le determinazioni. Si potrebbe dire che questo è il vero luogo di nascita e l’atto di nascita del diritto.

A questo proposito, sembra che nulla sussista del desiderio e che tutto sia sussunto nell’assetto tendenzialmente. Perché non bisogna dimenticare che il diritto – la legge, lo Stato – si basa solo sul ritrarsi di ogni principio fondatore. La figura o il segno del padre, e di conseguenza anche la fraternità, offrono un vuoto che deve essere riempito in un modo o nell’altro. I fratelli sono all’origine dei bambini senza padre che non possono essere identificati come associati da nulla – tranne che dall’assorbimento del nutrimento materno, che porta alla loro emancipazione.

Non appena il vuoto paterno – il “vuoto di potere” come viene chiamato nell’ordine socio-politico – si manifesta come tale, bisogna affrontare questa verità apparente che nessuna mitologia fondatrice può più nascondere (funzione che è sempre imperfetta, qualunque siano le mitologie). Questo è il destino della democrazia: deve assumere questo posto vacante senza ricorrere alla mitologia.

Il lato o registro materno o femminile non fornisce una mitologia – almeno non per l’ordine della legge.  Non almeno per compensare il padre assente. Il desiderio non si lascia catturare nelle rappresentazioni. Agisce, gode, affonda o si precipita attraverso lo spessore sensibile del cibo: fame, sazietà, ancora fame – senza fine. O ancora: vita, morte. E ancora: le arti, i pensieri, gli amori, le lacerazioni dell’essere, e se vogliamo nominarli, gli dei. Questa è la lezione costante che va da Antigone a Scheherazade e alla Hester della Lettera Scarlatta e poi a Vera Figner passando per le Baccanti di Euripide[1].

Non è sorprendente, dunque, che la democrazia aspiri a conservare in sé e per sé – per ciò che va oltre il rigido registro della legge – una dimensione che permetta l’accesso al desiderio o all’affetto: a ciò che qui chiamo in modo incespicante per designare questo fuori dalla legge e dal potere – vacante o meno – in cui l’essere-insieme supera la propria socialità e governabilità. Se “libertà” e “uguaglianza” rappresentano – purché siano sempre ripensate – le condizioni minime per un’associazione civile senza un fondamento dato, “fraternità” può indicare l’orizzonte di questa al di fuori del socio-politico. A dire il vero, non è nemmeno un orizzonte: è piuttosto una breccia aperta in qualsiasi tipo di orizzonte e di delimitazione. Questa breccia è quella del senso: senso nella misura in cui rimanda sempre ad un altrove, ad un altrove, e non lega nessun significato finale.

Ma per rimanere fedele a tutto ciò che è stato detto sopra, devo riconoscere che questa fraternità dovrebbe essere intesa come una sororità, ovvero come l’unificazione di principio tra i fratelli e il rinvio che implica, da un lato alla legge come finzione di un legame (e come parola di questa finzione), e dall’altro alla realtà della trasmissione e condivisione del cibo, cioè dell’affetto che ingerisce e respinge (impulso/espulsione, impressione/espulsione) la sostanza del mondo. La condivisione dell’im/espulsione, la comunicazione dell’affetto, è ancora il senso (sensibile, sensuale, sentimentale).

Forse non dovremmo dire “fraternità” e nemmeno “sororità” – perché con questa inversione troppo semplice faremmo delle sorelle il simmetrico dei fratelli. Ora, non ci sono due lati simmetrici: se i fratelli sono ben distinti dalle sorelle, le sorelle possono fraternizzare con i fratelli nei modi fraterni e sororali. Non c’è simmetria tra i sessi, o c’è se vengono considerati solo dal punto di vista dei fratelli (nell’uguaglianza politica, sociale, ecc.).

“Fraternità” è effettivamente un termine insufficiente, anche se non è necessariamente pericoloso. Ma è un segnale: avverte che l’ordine sociale, giuridico e politico non può assumere il registro del senso. Può solo camminare con leggerezza intorno ad esso. Ma è essenziale che lo faccia e che, per farlo, sappia indicare che, al di là della legge, scaturisce il senso.


[1] Sheherazade si oppone alla legge del Sultano con la sua immaginazione, la sua mente e il suo cuore; agisce anche con l’aiuto di sua sorella Dinarzade. La Hester di Nathaniel Hawthorne si sottrae alla legge sociale della coniugalità, guadagnandosi la gogna e la “lettera scarlatta”. Gli anarchici russi, soprattutto le donne (Vera Zassoulitch, Olga Loubatovitch, ecc.), inizialmente concepirono la loro azione meno come politica che come umana – o, quindi, “metafisica” – nel senso più largo (il che è coerente con l’idea stessa di “anarchismo”). Vera Figner scrive: «La dottrina che promette l’uguaglianza, la fraternità e la felicità degli uomini doveva abbagliarmi» (Mémoires d’une révolutionnaire, Gallimard, 1930, p. 258). Nelle Baccanti, le donne di Tebe, alla notizia del ritorno di Dioniso, lasciano la città per il deserto. Certo, la lista dovrebbe estendersi… da Sarah che ride di Dio a Simone Weil che può scrivere nel 1940: «Tutti i cambiamenti compiuti negli ultimi tre secoli avvicinano gli uomini a una situazione in cui non ci sarebbe assolutamente altra fonte di obbedienza in tutto il mondo se non l’autorità dello Stato» (Œuvres, Gallimard, 1999, p. 382) o a quelle sorelle che erano figlie del generale Hammerstein, la cui storia Hans-Magnus Enzensberger ha raccontato molto bene.

In copertina: William-Adolphe Bouguereau, La giovinezza di Bacco, 1884

(Bordeaux, 1940) filosofo. Ha insegnato all'Università Marc Bloch di Strasburgo e all'Università di San Diego. E' una delle voci filosofiche più originali di questi anni.