Tracce di trascendenza

Lo so, è sempre molto imbarazzante parlare della scomparsa di qualcosa. C’è un che di quasi insopportabile nella trita retorica del buon mondo che fu e della decadenza della civiltà umana. Le sfumature di simili vaneggiamenti vanno dall’ideologia fascisteggiante dell’Impero ai rousseauismi, più o meno illuminati, passando per tutto il new age e gli spiritualismi possibili. Ho sempre cercato di tenermi alla larga da tutto ciò.

Ma osservando questa immagine, dove sopra alle guglie naturali, create dal calcare di antiche conchiglie, si staglia la Via Lattea, in un paesaggio rischiarato dalla luce lunare, mi pare davvero di comprendere, non che qualcosa sia scomparso – quel cielo è lì immobile da milioni e milioni di milioni di anni – ma che noi ci siamo accecati, ci siamo costruiti intorno una luminosa e, apparentemente, illuminata civiltà che ci impedisce di vedere quello in cui siamo davvero immersi. Non mi è difficile immaginare cosa significhi avere davanti agli occhi quel cielo, nel silenzio di quel luogo. E non mi è difficile percepire come davanti a una simile immagine, che è poi un’esperienza totalizzante e sinestetica, l’io diventi quasi nulla e il mondo trascenda, a partire dalla propria immanenza.

Trascendere significa salire, andare oltre, esistere al di fuori o al di sopra della realtà sensibile. Significa superare i limiti della propria conoscenza della realtà; aprirsi e aprire il mondo a un’ulteriorità. Detto semplicemente, significa pensare che il mondo sia molto più vasto di quel che siamo in grado di percepire e che la nostra vita sia avvolta in trame di senso di cui sappiamo poco o nulla. La parola Dio è solo un nome, che storicamente l’umanità si è data, per nominare questa dismisura. La nostra sfiducia nella divinità, la sua annunciata morte, però, non sfiorano nemmeno la questione abissale che la trascendenza pone. Quel cielo è lì a mostrarlo, a mostrarci che la trascendenza non è un’astrazione, non è un mistero della fede: è ciò che ci contiene.

Noi, oggi, questa volta che ci contiene, questa ulteriorità al cuore della materia possiamo solo immaginarla, attraverso uno schermo, dove un simulacro di quel cielo appare. Noi viviamo in una realtà dove, per eccesso di luce, non vediamo più quel che ci avvolge. La nostra è una civiltà di luci artificiali, di simulacri luminosi, di immagini impalpabili di una realtà concreta e solida che esiste ma che non vediamo più direttamente. Le immagini – non tutte – sono gli ultimi resti, le ultime tracce della trascendenza.

Immagine di copertina: Milky Way over the Pinnacles in Australia © Michael Goh

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).