L’immagine, l’infante

L’infante danza, ruota su se stesso, non può fermarsi. D’altronde, perché fermarsi se si può continuare a girare, se il movimento dà alla testa? Perché dovrei fermarmi, se non sono nemmeno più io a girare ma è la stanza, il mondo, che gira intorno a me?

L’infante sa di essere guardato e l’essere visto dà gioia, quanto il farsi vedere, quanto il dare a vedere. La bambina recita, ma il suo recitare non ha distanza: è tutta dentro al suo ruolo, al suo essere tutta fuori di sé, fuori del baricentro della sua indentità. Come l’immagine che non ha interiorità ma è completamente visibile, anche l’infante è completamente esposto sulla sua superficie luminosa. L’infante è il luogo dell’immagine, è la sua apertura, è l’istante in cui l’immagine infante (senza parole) si stacca dal mondo per divenire altro, altro mondo, mondo al quadrato.

L’immagine del bambino non mente. Commuove perché è spogliata di ogni finzione, perché tocca la vita stessa, l’emozione senza senso che ognuno di noi ha provato e che ritrova, ogni volta di nuovo, come se fosse stata appena sentita e riapparisse, improvvisamente, proprio nel bambino colto dall’immagine, in quel bambino che non sono più e ch’eppure è identico a me. Tutto è ancora lì in quella vita agli albori e nell’immagine che, per sempre, tiene in vita quell’emozione iniziale. Tutto è ancora in quel bambino di cui conosco il presente, il passato e il futuro.

L’infante non guarda l’immagine, non si commuove nel vederla; l’infante è l’immagine, è la sua infinita genesi, proprio perché lui non la vede fino in fondo, l’immagine, non sa che ogni immagine è un inizio, un destino. E forse non lo sa perché l’infante sa di essere, lui, un inizio, un inizio che può continuamente iniziare e ricominciare senza fine a girare su se stesso, a far girare la propria vita e far girare il mondo, a far sì che non sia lui a dover seguire i movimenti del mondo, ma sia il mondo a girare intorno a lui. Contemporaneamente dentro e fuori dell’immagine è la vita infante.

Allo stesso modo, l’immagine – se si sa entrare nel suo ritmo vorticoso – ci fa uscire dal continuum del tempo e ci fa tornare all’inizio di una nuova vita. È questa la magia contenuta in ogni immagine: la possibilità di ricominciare sempre da capo, anche quando tutto pare scontato e prevedibile, anche quando tutte le storie sono già state raccontate, tutte le immagini già realizzate. L’immagine è la porta di accesso all’eternità di un tempo sempre in istanza, sempre al proprio momento iniziale, sempre infante. L’eternità dell’immagine è la sua capacità di riaprire l’istante al proprio inizio, alla sua potenza inaugurale.

L’immagine è questo scollarsi del mondo da sé, questo moltiplicarsi del mondo, questo vortice senza fine, questo gioioso girare del mondo sul proprio baricentro invisibile.

In copertina: ©Nan Goldin, Ava Twirling, NYC, 2007

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).