Vincenzo Ostuni, o della dismisura controllata

17/07/2025

La copertina ha l’astratta, terroristica eleganza dell’«ordinatissimo caos» che nel 1969 scelse Giulio Bollati per il Nuovo commento di Giorgio Manganelli (una tavola dell’artista giapponese Takahashi Shohachiro). Può ricordare una scheda perforata, reperto della più remota archeologia informatica, oppure la mappa muta di una città invisibile, al cui assetto rigorosamente ortogonale non corrisponda alcuna gerarchia prefissata di percorsi. Nessun centro, nessuna periferia. Ci si ricorda allora dell’analogia fulminante, nelle Ricerche filosofiche, che equipara il linguaggio a «una vecchia città: un dedalo di stradine e piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi». Wittgenstein è il primo nume filosofico, in ordine non solo cronologico, della poesia iper-pensante di Vincenzo Ostuni; eppure il suo linguaggio evoca non una stratificazione o un ampliamento in senso diacronico, bensì un’impassibile, impossibile sincronia: l’esito è la fearful symmetry della Tigre di William Blake. In realtà – confida l’autore – la copertina del Faldone a stampa riprende il «tema ottico» del «faldone di cartone pesante, con […] i legacci» che, da un buon trentennio ormai, è contenitore materiale delle carte che, da un certo momento in avanti, sono state elettronicamente deversate su www.faldone.it (involto fisico descritto, con paradosso escheriano o borgesiano, all’interno del libro che lo riproduce: in “testamentarie” istruzioni «per la composizione del Faldone in caso di nostro improvviso decesso o incapacità di impartirle altrimenti»).

Sino a oggi era a questo indirizzo immateriale che andava cercata la «disiata forma vera» del lavoro poetico di Ostuni; le ormai numerose propaggini a stampa, iniziate nel 2004 e disseminate fra editori minimi, piccoli e grandi (come il maiuscolo Libro di G. che nel 2019, già dal Saggiatore, metteva in fila le poesie “famigliari” ispirate dalla gestazione nascita e prima infanzia del figlio primogenito), non potevano dissimulare (e anzi ostentavano, col profluvio di partizioni estratti e sottosezioni che specificavano ogni volta in copertina) il proprio statuto di mera sineddoche di un “tutto” che non solo non poteva essere riprodotto su carta, ma non era reperibile neppure (in quanto tutto) sul sito summenzionato.

La hybris di Ostuni, a poter dire “tutto” in versi, era stata già ricondotta al precedente poetico da lui più tenuto presente, quello dell’Edoardo Sanguineti che da ragazzo, confessava, aveva un quaderno con in copertina, appunto, l’oltranzistica etichetta TUTTO. Ma, proprio come dal maestro, di quest’ambizione viene al tempo stesso inscenato l’inevitabile scacco: di quell’orizzonte totalizzante (dall’ovvio sottinteso ideologico) era possibile scrivere (e pubblicare) solo Scartabelli, Corollari e Ghirigori (serie di gusto crepuscolare che non stupisce nel puntutissimo cultore di Gozzano e Palazzeschi), mentre del Faldone (titolazione dall’immaginario più ruvidamente burocratico-leguleio) si confermavano delibabili solo Sezioni, Estratti e Sottosezioni. En abyme, secondo una simmetria esplicitata dallo stesso Ostuni (prima della preziosa guida alla lettura di Luigi Severi), anche il suo verso si allungava sino a misure teratologiche, sfrenatamente inclusive, che per tempo hanno imposto (come brevettato nel ’68 dall’altro phare Pagliarani, con la sua Lezione di fisica) una ri-definizione dello stesso oggetto-libro: che nel discepolo prende una forma allungata, rovesciando le proporzioni del canonico rettangolo in una specie di bigliettario (o blocchetto di ricevute, sempre dall’archeologia cartacea del Novecento). Ma che, di nuovo come in Sanguineti, si iper-frammenta poi in ubriacanti raffiche di parentesi, virgolette e trattini.

Questa teatralizzazione tipografica (meta-descritta nella vertiginosa poesia 11 della sezione 8), secondo Ostuni, serve a denunciare come le «voci» che prendono la parola nei versi «non s’identificano mai del tutto con persone reali, né con la persona dell’autore»: essenziale è bensì la prossemica del «dialogo» come «metodo d’intesa, o di definizione e innesco del conflitto». Annotato di passaggio come vi siano fior di episodi (a quelli dedicati a «G.» si aggiungono quelli per la secondogenita «Non-D»; e poi la bellissima sezione 73 indirizzata all’estinto «pseudopadre apicale») in cui, per dirla col continiano Severi, la distanza fra «poeta-narratore» e «poeta-personaggio» si «assottiglia al massimo», penso che la funzione di questa efflorescente pirotecnia diacritica sia soprattutto un’altra. E allude al paradosso incarnato da questo ineffabile manufatto di ottocento pagine che, anziché proporne «estratti» come i precedenti, a sorpresa fa le mosse di presentare il famoso «Tutto» (ancorché in novantanove sezioni, a deliberatamente mancare la coincidenza con l’onninclusivo arci-modello della Commedia – cautela simile a quella a suo tempo osservata da Zanzotto, con quello virgiliano, nelle IX Ecloghe).

Paradosso intanto biografico, per un autore poco più che cinquantenne, se è vero che la chiusura del cerchio del «codice Vaticano» Petrarca, come Dante prima di lui col Paradiso, la mise in cantiere invece solo in limine; e poi perché, nel sullodato arzanà telematico, già proliferano ulteriori ramificazioni di una «forma» ennesima dell’interminabile (anche in senso psicanalitico, certo) Faldone (tanto che uno spiritoso amico poeta già vagheggia un «Fald-Two»…). Se l’idea ostuniana di poesia (ma più in generale la sua esistenza) si sostanzia proprio delle lacune e delle contraddizioni che, rispetto alla sua ideologia totalizzante, si vede costretto ad accettare (sicché il «conflitto» è tale soprattutto nei confronti di sé stesso: come nella spiritosa poesia 18 della sezione 47, in cui il personaggio litiga col narratore come «la Linea di Cavandoli» di carosellesca memoria), un’“edizione completa” del Faldone equivarrebbe a un fallimento, diciamo, per eccesso.

E infatti, inoltrandosi nell’ingens sylva, ci si rende conto di quanto l’effetto-Tutto non sia che un trompe l’œil: di tante sezioni è presente solo il titolo, altre sono appena abbozzate in forma di «Appunti»: giusto come nell’anti-Sanguineti par excellence, il Pasolini di Petrolio. A ricordarne la struttura (ancorché solo virtuale, stante l’impossibilità dell’interessato – per il più tragico dei motivi – di inserirvi i famigerati scatti di Dino Pedriali), pure la scelta – oggi consueta, per la «poesia di ricerca», ma non tale all’altezza del 2005 quando la prima della serie, Immagini malgrado tutto, uscì sulla rivista «Il Caffè illustrato» – di corredare alcune sezioni del Faldone di immagini, in forma “iconotestuale”. Sono le sezioni 44, 45 e 46. Mentre la prima (una recensione all’omonimo, storico saggio di Georges Didi-Huberman: in forma poetica come alcuni esemplari pasoliniani, di nuovo) e la seconda (corredata delle immagini di Elisabetta Tomassini, la madre di «Non-D», e presentata ai lettori di «Antinomie» nel 2020) già si conoscevano, non è il caso della terza, WIP, diciassette componimenti punteggiati dalle foto di Valerio Bispuri. Come annota Severi, «è qui frontale l’osservazione della ferita, del margine, del male. L’orrore su vasta scala e l’offesa minore chiama in causa la responsabilità comune, perché (con parole che hanno in sé eco di Lévinas) “il nostro corpo esterno è tutto il mondo”». Quest’ultima espressione conclude la quarta poesia del lotto, introdotta da una frase di Angelo Licheri: l’uomo di corporatura minuscola che in tutti i modi tentò di salvare il bambino nel pozzo di Vermicino, in diretta televisiva, nel giugno del 1981: uno sforzo immane, ma ineffettuale, come il work in progress che è non solo il testo, ma quel “lavoro” – della mente e del corpo – che, a dispetto delle circostanze avverse e dell’incompletabilità prevedibile, non si può cessare di processare (più che progredire). Delle immagini dai Sud traumatizzati del mondo, che da decenni Bispuri instancabile ci mette davanti agli occhi (memorabili i suoi reportage dalle carceri argentine), chi scrive si dice incapace di mettere a fuoco il significato («“Non vedo più niente […] guardo troppi schermi da decenni, ho un occhio pigro che sta morendo di pigrizia: a te è chiaro?”»), anche se intuisce la loro forza («Che scrivo a fare? Vorrei sempre vedere, invece di scrivere. Vedere è più di scrivere»). Ma se come in questo caso il vedere è delegato a un altro, vuol dire che in qualche modo, in generale, vedere è ancora possibile. Lo stesso, si capisce, vale per noi che leggiamo.   

Da questo interminabile, incomponibile confronto col proprio Fuori, il Contenitore Universale (quello che PPP pensava d’intitolare, dantesco a sua volta, «Vas») è infinitamente bucherellato, frattale all’interno quant’è percorso, all’esterno, da commessure e spifferi: che se da un lato «ricevono l’orrore del tempo» (le «condizioni esterne» dello Stalin citato da Laborintus), dall’altro permettono alla nuova vita, alla vita-dono che nonostante-nasce, di avere «il fuori nel dentro». Proprio in questa a sua volta interminabile dialettica fra Interno ed Esterno, fra Monade-Prigione e Cosmo-Libertà, fra il Tutto-Verso e l’Io-Frammento (dispiegata nelle straordinarie sezioni 46 e 47), balugina imprevedibile la «speranza infinita» d’un certo esergo da Kafka. Che certo «non è per noi»: ma per chi, dopo di noi, nonostante-verrà.

Vincenzo Ostuni
Faldone
postfazione di Luigi Severi
il Saggiatore, 2025
794 pp. ill. col., € 34

Una versione più breve di questo articolo è uscita sulla «Domenica» del «Sole 24 Ore»

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

è nato a Roma nel 1968. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre. Ha curato mostre e testi (tra gli altri di de Chirico, Manganelli, Pagliarani, Raboni, Rosselli, Zanzotto, Di Ruscio, Paolini, Parmiggiani e Serafini), realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. Fra i suoi ultimi libri “Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale” (Bompiani 2018), “Andrea Zanzotto. Il canto nella terra” (Laterza 2021), “Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli” (Argolibri 2022), “Amelia Rosselli. Con l’ascia dietro le nostre spalle” (Electa 2024), “Forse che sì. Joyce fra Pascoli e Gadda”; (Quodlibet 2025) e “Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini” (Treccani 2025). È nella redazione delle riviste “il verri”, “Strumenti critici” e “Moderna”, e tra i fondatori di “Antinomie. Scritture e immagini”; collabora al “manifesto”, al “Corriere della Sera”, alla “Domenica”del “Sole 24 ore”, al “Giornale dell’Arte” e ad altre testate.

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