Dopo Discomparse di Gian Maria Annovi, Eredità ed Estinzione di Giovanna Frene (Donzelli 2024, 123 pp., € 15) è il secondo finalista della seconda edizione del Premio Strega Poesia che, in vista della premiazione il prossimo 9 ottobre, abbiamo pensato di presentare ai lettori di «Antinomie» con una selezione di testi, che abbiamo chiesto agli autori di “espandere” con immagini a vario titolo “agenti” nella rispettiva ispirazione. Il caso di Frene è però fra tutti sui generis in quanto il suo libro, prima della revisione editoriale, era a tutti gli effetti un iconotesto. Così ora i materiali visivi che ci manda l’autrice, che ringraziamo, restaurano il testo nella sua integrità: nella terza stanza della prima «Canzone all’Italia», per esempio, la parola «storia» è inserita in un pittogramma che riproduce il globo imperiale di Kakania; e nella «diplopia» della penultima «Canzone» si mostra anche visivamente il tempo passato fra l’immagine di repertorio e quella realizzata dall’autrice, che nelle sue peregrinazioni ha ritrovato il luogo dove fu scattata la prima foto. Una logica simile governa l’immagine qui posta in apertura: che apriva in origine una sezione, «Monumentalia», composta solo da «diplopie» realizzate con Photoshop, sovrimprimendo le mortifere figurazioni “imperiali” della Cripta dei Cappuccini, a Vienna, coi paesaggi della piccola patria di Frene più d’un secolo fa tormentati dai combattimenti della Grande Guerra.
Non sbaglia il lettore di poesia se legge un libro formalmente composito ma strutturalmente compattissimo, quale Eredità ed Estinzione, come rivisitazione del capolavoro forse in assoluto della nostra poesia di secondo Novecento, Il Galateo in Bosco di quello che di Frene fu a suo tempo mentore, Andrea Zanzotto. A proposito di quel libro del 1978 (al quale Frene s’è dedicata, non a caso, anche in veste di studiosa), diceva l’autore che «la poesia (più che la letteratura in senso lato) è forse l’unica storiografia “reale”, l’unico evento che si autoscrive e si autoparla, un evento che finisce per identificarsi senza residui nella traccia scritta che ha lasciato. […] La poesia sembra divagare e intorbidare, ma infine dilucida quanto v’è di più aggrumato nella storia». E forse non c’è poeta, dalle nostre parti, che oggi raccolga questa lezione con la dedizione sacrificale di Giovanna Frene. Alle radici del Galateo di Zanzotto c’era un «romanzo famigliare» (proprio nell’accezione freudiana) che anche lei s’è trovata ad affrontare (suo padre, alla cui memoria sono dedicate le Canzoni all’Italia, venne riformato nel 1942, evitando così la Russia per un soffio; l’ultima delle «Canzoni» è dedicata al nonno Francesco, a suo tempo combattente sul Grappa nel 7° reggimento Alpini). Ma soprattutto c’è il senso concreto della geo-grafia, scrittura del paesaggio e nel paesaggio, che Frene interpreta cogli strumenti del nostro tempo (la fotografia portatile, cioè, e i suoi paraphernalia digitali; ma il pittogramma a testo è invece omaggio diretto alla maniera del maestro).
Ne sortisce una riflessione sul senso della scrittura come ineludibile retorica (quello delle «Canzoni all’Italia» essendo il modulo-principe della tradizione “civile” oggi più invecchiata e impraticabile), e al contempo testimonianza irriducibilmente “fisica” (i lacerti di scrittura semi-colta, emersi soprattutto nella stagione storiografica successiva al Galateo in Bosco, riportano un’anti-storia, un «contro-futuro arcaico» – come lo chiama Frene, alla maniera di Guido Morselli – che rivede i giudizi, sovverte le retoriche, ripara i torti). Colpisce come il toponimo che intitola la prima «Canzone all’Italia» sia anche anagramma eloquente della parola «poema»: chiamando in causa, a rovescio, proprio il trattamento “monumentale” che, fra gli altri, riservò d’Annunzio a quei luoghi insanguinati; d’altronde la «piuma» è strumento eletto, per tradizione, di quella retorica “alata”. Quella di Giovanna Frene, invece, è la parola di chi rimane a terra.
Andrea Cortellessa
I. Peoma / Peuma / Piuma








La località Piuma – anche Peuma o Peoma – è una collinetta di fronte a Gorizia, sul fronte del medio Isonzo, che fu teatro di sanguinosi combattimenti nel 1916. Le citazioni lunghe in corsivo sono tratte dal diario di guerra del fante semicolto Giuseppe Bof, Ritorno a quei giorni (a cura di L. Capovilla, Istresco, Treviso 2015), vissuto a Crespano del Grappa (TV). Ogni strofa reca in chiusura, deformandole, alcune delle epigrafi originariamente presenti nel Cimitero degli Invitti della Terza Armata sul Colle Sant’Elia, ora dismesso, epigrafi scritte da Giannino Antona-Traversi Grismondi, Fausto Salvatori e Gabriele D’Annunzio.
X. Diplopia Monte Pertica
questi cumuli di morti, tutt’ora morti, tutt’ora qui
trincee estinte sul nascere, spalmati nella perpetua ripetizione della fotografia,
questi ammassi ostacolano ogni nuovo possibile cammino, portano
apparentemente lontano ogni sguardo,
sprofondano a ogni passo verso la personale dissoluzione
del vedere, fino all’impossibilità di distinguere qualcosa nella palta puzzolente
del proprio andare, non si va oltre, sempre fermi, sempre qui
queste centinaia di cadaveri tutt’ora cadaveri, tutt’ora qui,
avvisano che la risalita è apparante, spalancano la bocca all’attenzione
della fine del tragitto, la camionabile è un lotto solo per i prigionieri,
lotta chi non è pentito della vita, chi può ancora apparentemente risalire
la china mettendo i piedi in sequenza senza la totalità della visione,
chi per bocca della fortuna ha tirato la linguetta della bomba
a mano nel giusto della forza nemica, sempre nemica, sempre qui
questa unica grande Immagine che ora è una, che ora è qui,
è la sola via che ogni percorrenza può portare, come uscita
dalla veduta che aveva reso niente la vita una volta e per tutte:
balzati in piedi, partiamo di corsa, ma dal cucuzzolo
delle mitragliatrici c’investono di raffiche
che fanno paurosi vuoti negli assalitori,
obbligandoci a ripararci nelle buche e negli anfratti del terreno […].
Il sole è tiepido, e ne approfitto per una fumatina.
Il vento ci porta, ogni tanto, un lieve lezzo di cadavere; nessuno
si cura di portare via i morti […]. Sono morti come tanti altri,
di cui non so il nome, né ho mai visto il viso, che giacciono intorno a noi,
masse informi di carne, ma non provo né pena, né compassione,
la morte quassù non ha importanza […].
Il Pertica è definitivamente nelle nostre mani.


Sul Monte Pertica, cima posta a Nord-Ovest nel Massiccio del Monte Grappa, nel corso della battaglia finale tra il 24 e il 29 ottobre 1918 morirono 37 ufficiali e 851 arditi, oltre a rimanere sul campo centinaia di feriti; il corsivo è tratto dalle memorie dell’ardito Ermes Rosa.
Le fotografie sono state realizzate o rielaborate dall’autrice
