Il 28 maggio 1990 partiva per il suo ultimo viaggio Giorgio Manganelli. Mercoledì 28 alle 15 presso il suo ultimo domicilio terreno, l’appartamento di Via Chinotto Numero Otto Interno Otto al quartiere Prati di Roma, verrà deposta una targa in suo ricordo. Così proseguendo la realizzazione del programma formulato dall’interessato (sei anni prima di pubblicare il primo libro, Hilarotragoedia) a Luciano Anceschi, che nel novembre del ’58 gli chiedeva un pezzo per la sua rivista «il verri»: «ecco una visione di “Verri” fitti di Manga, cataloghi folti di Manga, e saggi sul Manga, dibattiti sul Manga, donne suicide pel Manga, interrogazioni al Parlamento sul Manga…». Nonché raccogliendo, più ravvicinato, il suggerimento della copertina e controcopertina dell’Antologia privata pubblicata da Rizzoli l’anno prima di morire. Ciao Manga.
A.C.

Ho tra le mani due libri, pubblicati di recente, sulla cui copertina campeggia il nome di Giorgio Manganelli. Non si tratta di inediti postumi, di riorganizzazioni degli editi, di ricollocazioni, riedizioni o saggi critici. Piuttosto due opere che, accostate alla figura di Manganelli, appaiono naturalmente beffardamente e ironicamente menzognere, e pertanto perfettamente manganelliane. La prima è una biografia a fumetti; la seconda è, nientemeno, un albo illustrato. Ma andiamo con disordine.
Manganelli. Vita ipotetica e altre invenzioni è un graphic novel realizzato da Niccolò Testi (sceneggiatore) e Giulio Ferrara (disegnatore) uscito l’ottobre scorso per Rider Comics. Mariagiulia Colace, invece, è l’artista che ha illustrato il “piccolo romanzo fiume” numero 52 tratto da Centuria; l’albo ha per titolo, per l’appunto, 52, ed è uscito a marzo per Balena Gobba. E mi piacerebbe partire proprio da quest’ultimo, sia per convenienza narrativa, sia per – è il caso di dirlo, ammicco – sia per cavalleria.
Qualche tempo fa Mariagiulia Colace viveva in Sicilia, e nel suo vivere in Sicilia era in cerca un pomeriggio di un racconto da illustrare. In libreria, è attratta dal titolo Centuria. Prende il libro, lo apre in una pagina a caso, ed ecco la numero 52. Centuria. Cento piccoli romanzi fiume è il libro di racconti o di miniature o di microcosmi, uscito nel 1979, che è valso a Manganelli il Premio Viareggio. Sono cento universi ognuno a sé stante, senza storie né personaggi ricorrenti, senza contiguità, serialità e così via; l’unico vincolo comune ai racconti è la lunghezza, che per l’autore era il recto di un foglio. Quando Colace si imbatte nella centuria 52, trova la ben nota storia del prode cavaliere che uccide il drago cattivo; ma, ecco, si tratta della versione manganelliana. Nella quale leggiamo subito, in apertura, che “Il drago ovviamente è stato ucciso dal cavaliere”. E se vogliamo, la storia inizia e finisce qui. Fatto salvo il successivo e fantastico ribaltamento, che ha folgorato Mariagiulia Colace.
(In parentesi: il percorso di genesi di 52 l’ho ascoltato proprio dalla voce dell’illustratrice il 21 febbraio, alla presentazione in anteprima del libro; e lo stesso giorno ho letto anche il graphic novel di Testi e Ferrara, che sta pazientemente aspettando il suo turno.)
Dunque, la centuria numero 52, la storia del cavaliere che “ovviamente” uccide il drago, e il ribaltamento di Manganelli. Perché altro che prode: il cavaliere di Manganelli, in sostanza, è un imbecille. “Colpisce, in tutta la vicenda del drago e del cavaliere, la assoluta inintelligenza del cavaliere nei confronti del drago”. Dei draghi si sa ben poco, ma pure quel poco che se ne sa il cavaliere lo ignora del tutto. Ne ignora la provenienza, la “grandezza immane e deforme”, è incapace di decifrare i segni del suo fuoco, ignora il lungo viaggio che il drago ha dovuto, anzi “voluto” compiere per adempiere al proprio destino di drago; e soprattutto ne ignora la solitudine. Il cavaliere ignora ciecamente di andare incontro a un appuntamento; mentre il drago, istintivamente, lo sa. Essere ucciso dal cavaliere “è il solo modo di morire consentito ai draghi”.
Inutile specificare quale dei due poli eserciti su Manganelli il proprio campo gravitazionale. “Il drago emette dalla bocca fuoco: che tiene in luogo di favella. Egli ha verosimilmente molte cose da dire, ma la lunga solitudine l’ha reso disavvezzo, e l’intima fatica esce in lingue di fiamma”. Il drago sa, il cavaliere è cieco; il drago si presenta dopo un lungo viaggio e con sforzo di volontà all’appuntamento; e, “ovviamente”, viene ucciso dal cavaliere.
Ma.
Ma, leggiamo alla fine: se solo il cavaliere “fermo sul suo bel cavallo, poggiasse la lancia al suolo, reggendola pianamente, senza ira e paura, il drago, vedendo delusa la sua brama di morte, forse inizierebbe il colloquio”.

Mariagiulia Colace richiude Centuria, spaesata, e sa che ho trovato il racconto che stava cercando. Solo a quel punto, legge il nome dell’autore sulla copertina del libro: Giorgio Manganelli. Se non ho capito male Colace, prima di questo racconto, conosceva Manganelli vagamente; certo, poi le centurie le ha amate tutte, così come di sicuro ha letto o riletto quel Pinocchio: un libro parallelo che si è accorta di possedere nella libreria di casa. Ma quello su cui mi preme insistere, con un pizzico di romanticismo, è che la centuria numero 52 è entrata nel cuore di Mariagiulia Colace prima di quell’omaccione sulfureo magmatico enigmatico nevrotico sfuggente e periferico, scisso mistificatore e menzognero che ne è l’autore – così come viene spesso descritto, in primo luogo da sé stesso.
Colace si mette a lavorare sulle tavole. La sua interpretazione della centuria 52 è istintiva, sentimentale, intima e poetica; e nel suo racconto del racconto di Manganelli, sapientemente accompagnato da un’enfasi calibrata, attenta e commovente su alcune parole, riesce a restituire al lettore (adulto o bambino che sia) una centuria 52 al quadrato. Per esempio, intercetta l’essere “eterogeneo” del drago rispetto al luogo della sua morte (e l’eterogeneità di Manganelli rispetto a qualsiasi luogo), calando fantasticamente la vicenda in un immaginario che rimanda ai pupi siciliani, anche con due piccoli omaggi nascosti tra i banchi in cui i cavalieri apprendono il mestiere: una scritta “Mimmo” (Cuticchio) e un cuore che racchiude le iniziali O+A (Orlando e Angelica). Ha individuato e reinterpretato la chiave ironica di Manganelli: su tutte, la tavola in cui i cavalieri si ritrovano nello spogliatoio, sfiniti dal loro allenamento quotidiano.

Ed è letteralmente lancinante la tavola dedicata alla solitudine del drago, in cui campeggia un’enorme sagoma di legno trafitta da decine di dardi. Ma ancor più – ed è qui che si aggiunge un ulteriore senso, e la centuria si fa al quadrato – le tavole di Colace sono attraversate, dall’inizio alla fine, da un ineludibile senso, o riconoscimento, o bisogno di tenerezza fiabesca. Il frontespizio è corredato dal disegno di un bambino, un cavaliere infante con tanto di elmo, che osserva un grande uovo che sta per schiudersi; nell’ultima tavola, silenziosa, l’uovo si è schiuso, il bambino è in piedi senza più l’elmo, e tiene in braccio il drago.

Terminato il lavoro, è avvenuta la definitiva magia. Colace è entrata in contatto con Adelphi per chiedere i diritti del racconto, ma i diritti non li abbiamo noi, le risponde Adelphi; i diritti ce li ha l’erede.
Lietta Manganelli.
Mariagiulia Colace ottiene il suo numero e la chiama, forse con più caparbietà che speranza. Ed ecco uno di quei piccoli segnali di trascendenza così cari a Giorgio Manganelli: sua figlia Lietta accetta ben volentieri la proposta, perché è da tempo che non legge la centuria 52, dice a Colace; è quella a cui è più affezionata: quand’era bambina, suo padre le raccontava sempre la storia di San Giorgio e del drago, e di come San Giorgio si fosse trovato del tutto spiazzato sentendosi dire dalla principessa che non doveva minimamente azzardarsi a toccare il drago, perché quello era il suo animaletto domestico.
Questo mi porta dritto al lavoro di Testi e Ferrara, un graphic novel biografico dal taglio cinematografico, un biophic direi sinteticamente, dal titolo Manganelli. Vita ipotetica e altre invenzioni. A circa due terzi del racconto si arriva al fatidico 1953, l’anno della “fuga” da Milano a Roma di un Manganelli poco più che trentenne. Trattandosi di Manganelli, il confine tra biografia e mitobiografia è assai labile: la mitobiografia parla di una fuga in lambretta, mentre è ben più probabile seppur più prosaico che Manganelli abbia preso un banale treno; qualcuno sostiene che la “fuga” sia stata dovuta a dei guai sentimentali per via dei quali Manganelli aveva messo a rischio la sua stessa incolumità; la sceneggiatura di Niccolò Testi dice, piuttosto, che Manganelli è stato messo alla porta dalla moglie. Un matrimonio profondamente infelice, almeno come Niccolò Testi lo descrive e Giulio Ferrara lo interpreta nelle sue tavole; un matrimonio nel quale Manganelli, uomo già tormentato, aveva forse individuato uno spiraglio di luce, una possibilità di redenzione. Delusa.
Manganelli, dunque, fugge nel ’53; lasciando a Milano anche una bambina, Lietta, che era nata sei anni prima. I due si rivedranno solo molti anni dopo: Lietta, appena maggiorenne, bussa alla porta del padre e quasi non lo riconosce. Lui la accoglie in casa, e l’episodio diventa iconico, perché il caso ha voluto che quello stesso giorno abbia bussato alla stessa porta anche un Gadda inviperito dopo la lettura del romanzo d’esordio di Manganelli, Hilarotragoedia, che all’ingegnere dava la sensazione di farsi beffe della sua Cognizione del dolore; fatto vero o mitobiografico, pare che il padre Giorgio abbia in quel momento chiuso la figlia Lietta fuori in balcone. (L’episodio del rincontro tra padre e figlia è raccontato dalla stessa Lietta Manganelli in un’intervista che chiude il biophic di Testi e Ferrara – così come una sua breve postfazione chiude anche 52, l’albo illustrato di Colace.)
Per approcciare le vicende biografiche di un uomo che ha fatto vessilli della menzogna, della mistificazione e della contraddittorietà, Niccolò Testi si fa lui stesso personaggio, e in un’indagine metanarrativa mette in ordine aneddoti, tracce e indizi che raccoglie dalla viva voce dei suoi tre interlocutori: Duchessa, Amico e Scrittore. L’atmosfera, supportata dalla resa grafica di Giulio Ferrara, è pienamente manganelliana: i quattro personaggi si incontrano in un luogo imprecisato, che inizialmente sembra un bar, poi diventa una libreria con mensole di giocattoli, poi diventa un ristorante, poi ancora una piscina… un luogo imprecisato che ha il nome di “Altrodove” (e torniamo a quell’eterogeneità rispetto ai luoghi di poc’anzi, un’estraneità nei confronti di qualsiasi centro e radicamento che Manganelli sintetizzava professandosi “avventizio” e “meteco”).
E dunque, seppure in un contesto in un tono in un’ambientazione eterea sospesa e rarefatta, e seppur in un giocoso e labirintico rimpallo tra mito e realtà, tra vero e falso, tra informazioni lacunose e fantasiosi riempitivi, il biografo mette in fila una serie di elementi: la nascita, l’odio per il mare, il rapporto con la madre, la rinuncia alla Normale di Pisa, il trasferimento a Pavia e gli studi in Scienze Politiche; l’incontro con il suo primo mentore, il professore Beonio-Brocchieri, singolare docente di Storia delle dottrine politiche e forsennato viaggiatore; e poi ancora Manganelli sotto le armi (così ce lo mostra la tavola di pagina 31: “Cervello anti-bellico e spirito burlone, Nappa semitica, Perenne espressione di ansia e disagio, Braccia lunghe e goffe, Gambe tremolanti; Cuore saggiamente vigliacco”), Manganelli partigiano che si salva per caso dalla fucilazione; per arrivare al matrimonio tremendamente infelice, alla nascita di Lietta e alla fuga (in lambretta?) verso Roma nel 1953.

Mi piace sottolineare nuovamente che, a questo punto, ci troviamo a due terzi del biophic, e Manganelli non ha ancora scritto neanche un rigo.
Perché in questa biografia, in effetti, del Manganelli scrittore sapremo poco e niente. Sappiamo solo che da un certo momento in poi lui e la sua macchina da scrivere diventano inseparabili; un cenno all’esordio di Hilarotragoedia nel 1964, poi più in là al conferimento del Premio Viareggio; un fugace riferimento all’attività come traduttore, un paio di citazioni e stop. Così come sostanzialmente nulla del Manganelli viaggiatore rientra nella sceneggiatura. Eppure, quella del viaggiatore non è una porzione marginale della vita di Manganelli: né in termini temporali (è del 1970 il primo fondamentale viaggio in Africa) né nella sostanza dei suoi contenuti né, di conseguenza, nella produzione letteraria.
E ancora, la sceneggiatura sceglie di compiere un’ulteriore omissione. Dal 1953 (trasferimento a Roma) al 1964 (Hilarotragoedia) Manganelli vive gli anni di più furioso tormento psichico (nel biophic vi si accenna in un paio di tavole); un furioso tormento psichico che comincerà a placarsi (o almeno a essere canalizzato in altre direzioni e con altri mezzi espressivi) a partire dal 1959. Ed ecco l’ulteriore grande omissione. Se la sceneggiatura di Testi menziona il primo mentore di Manganelli, Beonio-Brocchieri, niente invece sceglie di dire a proposito del secondo – e forse più decisivo –, lo psicanalista Ernst Bernhard, presso il quale Manganelli fu in cura appunto dal 1959 al 1965, anno in cui Bernhard morì. E non fu una figura da poco se consideriamo che, con le parole di Manganelli, fu lui a sciogliergli il nodo della lingua, portandolo quindi decisamente verso la scrittura; fu lui a “insegnargli a mentire”, a spianargli la strada cioè verso quella poetica della “menzogna” attraverso la quale Manganelli poteva tenere a bada le proprie nevrosi; e fu lui a suggerirgli infine l’idea di viaggiare. Manganelli era un uomo sedentario e pigro; ma l’idea di viaggiare, alcuni anni dopo la morte di Bernhard, sarà diventata così pressante da dargli la sensazione che, se non avesse viaggiato, “si sarebbe sbriciolato come un vecchio biscotto nella tasca di un ragazzino” (così riporta Graziella Pulce).

Ecco: se Manganelli. Vita ipotetica e altre invenzioni rinuncia a indagare l’ansia il panico le nevrosi e la parte insomma più tormentata di Manganelli; se rinuncia a mettere gli accenti sulla sua vita di intellettuale del Novecento, su tutta la sua scrittura, su tutte le collaborazioni con giornali e tv, su tutta la sua avventurosa seconda vita da viaggiatore, sul suo rapporto pressoché simbiotico con l’arte (e con alcuni artisti a lui contemporanei); allora: cosa ha bisogno di indagare, attraverso la testimonianza di quei tre personaggi che così intimamente l’hanno vissuto e conosciuto? O meglio, direi: cosa vuole trovare?
L’idea che me ne faccio è che questa biografia sia andata alla ricerca proprio di quello stesso qualcosa che Mariagiulia Colace ha fortuitamente trovato e riconosciuto aprendo Centuria in una pagina a caso. Qualcosa a cui non do un nome, ma che mi pare accomuni non solo questi due libri, ma molti esseri umani, nessun Manganelli escluso. Perché non è un caso, né un segno di mistica trascendenza se, nelle pagine centrali del biophic di Testi e Ferrara, ritorna precisamente quell’episodio lì, tanto caro a Lietta: un padre che tiene seduta sulle proprie gambe la figlia, reinventando ribaltando e riscrivendo per lei la favola di San Giorgio e del drago.

Che sorte così dolcemente, ironicamente manganelliana essere raccontati in una (singola, e non plurale) biografia; che irridente sberleffo figurare come autore di ciò che per eccellenza è didattico e istruttivo: un albo illustrato.
E se nell’ultima tavola di 52 osserviamo in silenzio un cavaliere bambino senza più l’elmo e con in braccio il drago: quale scherzo del destino ha voluto che l’ultima immagine di Manganelli. Vita ipotetica e altre invenzioni ritragga proprio Giorgio bambino, intento a leggere seduto solitario su un muretto?

Giorgio Manganelli
52
illustrazioni di Mariagiulia Colace
postfazione di Lietta Manganelli
Balena Gobba, 2025
28 pp. n.n. ill. col., € 20
Niccolò Testi – Giulio Ferrara
Manganelli. Vita ipotetica e altre invenzioni
prefazione di Antonio Castronuovo
con un’intervista a Lietta Manganelli di Emiliano Tognetti
Rider Comics, 2024
104 pp. ill. col., € 18
In copertina: illustrazione di Mariagiulia Colace da 52
