È da poco uscito presso Prospero Editore, per le cure di Andrea Cortellessa e Giovanni Sampaolo, La lezione di Manganelli (386 pp., € 30). Il volume raccoglie i riflessi di una serie di incontri tenutisi all’indomani del centenario della nascita dello scrittore (15 novembre 1922), fra i quali quelli tenuti alla mostra Illustrazioni per libri inesistenti. Artisti con Manganelli, svoltasi al Museo di Roma in Trastevere alla fine del 2023 (interventi di Ada De Pirro, Paola Bonani e Arianna Agudo su Gastone Novelli, di Carla Subrizi e Felice Cimatti su Gianfranco Baruchello, di Andrea Cortellessa su Fausto Melotti e Giorgio Villani su Luigi Serafini). A fuoco, nel libro, viene però messo soprattutto il difficile rapporto di Manganelli con l’insegnamento: prima come «avventizio» negli Istituti tecnici, poi come «lettore ordinario» alla cattedra d’Inglese tenuta da Gabriele Baldini al Magistero della «Sapienza», sino alle dimissioni infine rassegnate nel 1974.
Fra i diversi materiali inediti e rari contenuti nel volume, spicca l’incondito commento di Manganelli a un’intervista allo scrittore di fantascienza britannico Arthur C. Clarke, realizzata da Piero Cannizzaro a Ceylon, dove Clarke risiedeva, e andata in onda in una puntata della rubrica televisiva Tam Tam nel 1984. Il brano è stato ritrovato e trascritto da Emiliano Ceresi, che ce lo offre qui accompagnandolo con una nota scritta appositamente per «Antinomie». Il volume verrà presentato alla Libreria Tomo di Roma il 2 febbraio alle 19, alla presenza dei curatori, con interventi dello stesso Ceresi, Viola Papetti e Graziella Pulce.
Nella Letteratura come menzogna, Manganelli aveva deplorato l’irreparabile vocazione didattica della fantascienza. In seguito però non ha fatto mancare palinodie puntuali e obliqui distinguo. In un intervento recuperato nel Rumore sottile della prosa, per esempio, dirà che per lui «non esiste la scienza, ma solo la fantascienza; la scienza non è che un genere aggiornato della favolistica». Altrove confesserà di rileggere con piacere libri come Il terrore della sesta luna di Robert Heinlein e Assurdo universo di Frederic Brown e, sempre discorrendo di riletture in una conversazione dell’87 con Lea Vergine, così riassumerà (ancorché omettendo di citarne titolo e autore) uno dei racconti più noti di Arthur C. Clarke, I nove miliardi di nomi di Dio (reso noto, da noi, dalla fortunata antologia fantascientifica Le meraviglie del possibile, curata da Sergio Solmi e Carlo Fruttero per Einaudi, che nel ’59 sdoganava il genere nell’high-brow per antonomasia): «come quel racconto di fantascienza in cui viene costruita nel Tibet una grande macchina, dove sono segnati tutti i possibili suoni e vengono combinati in modo che, ad un certo punto, inevitabilmente verrà detto il nome di Dio, e in quel momento finirà il mondo. Ecco, leggere è cercare di vedere se, combinando insieme tutti questi possibili fenomeni, venga fuori il nome di Dio».
Di là dagli steccati di genere, l’attrazione di Manganelli per Clarke parrebbe dovuta, oltre che alla veste allegorica delle sue fantasie, alla torsione metaletteraria che non manca neppure all’autore della Sentinella (il breve racconto dal quale Stanley Kubrick nel ’68 aveva tratto 2001: Odissea nello Spazio). Anche Clarke, in effetti, una volta ha impiegato una similitudine cara a Manganelli: «il racconto sta all’intero genere fantascientifico come il sonetto al poema epico. La sfida sta nel creare la perfezione nel più breve spazio possibile» (oltre ai «piccoli romanzi fiume» di Centuria, Manganelli usa questo paragone per i suoi prediletti corsivi: «c’è qualcosa che […] imparenta in modo rigoroso il corsivo al sonetto. Ed è la dura brevità cui deve ubbidire»).
Emiliano Ceresi
Questo signore ben portante, stranamente vestito, dall’aria un po’ furba – una furbizia innocente – e un po’ ispirata: è Arthur Clarke. Si occupa di scienza, di comunicazioni via satelliti, di fantasie cosmiche, di Dio e di film. Insomma, è un santone della fantascienza.
L’ha reso famoso il film Odissea nello spazio. Ora, ha scritto un’altra Odissea e sta per venirne fuori un altro film. Con candore americano racconta che gli han dato un milione di dollari di acconto.
Per questo vive nella morbida Ceylon, il governo americano gli presta un satellite per uso personale, e ha sei servitori. Pare che a Ceylon tutti abbiano sei servitori – eccetto i sei servitori.
È uno strano incrocio tra scienza e fantasia. Come scienziato non s’inventa nulla, come narratore inventa tutto: è un po’ didattico e un po’ stravagante.
Ha scritto il suo ultimo libro a Ceylon usando il computer e sta trasmettendolo via satellite al suo editore. Saldamente fondato nel terzo mondo in un luogo stupendo, povero e lacerato da umane inquietudini, Clarke è una sorta di agente o rappresentante del futuro più intensamente tecnologico e, insieme, un devoto.
«Se Dio non esiste», ha detto, «vuol dire che Dio siamo noi».
Adopera il computer più sofisticato, ma ogni tanto tende l’orecchio a cogliere il gong dei monaci buddisti.
Dunque Clarke, quest’uomo ottimista, sognatore senza incubi, si occupa di intelligenze al silicone. Sono, queste, mirabili intelligenze, lucide menti disamorate innocenti e potenti. Di una potenza che conosce insieme le tentazioni del maleficio e del gioco. Queste macchine squisite e indifferenti sono pronte a diventare i sicari dell’uomo, a sfamare la sua inesausta sete di potenza.
Prigioniero del tempo e dello spazio, l’uomo fantastica strumenti che possano percorrere il futuro. L’uomo sogna di imparare la segreta, astratta magia della telepatia, della telecinesi.
L’uomo vuole essere diverso dall’uomo.
Clarke ha scelto di vivere a Ceylon; è certamente un gesto simbolico, magico: questo collocarsi dell’uomo innamorato del futuro in un mondo che sembra estraneo a qualsiasi passione tecnologica. Di più: in un continente che unisce lo spazio enorme e il tempo lentissimo, Ceylon è una sorta di tempio del passato. Qui si addita l’impronta dolorosa del piede di Adamo esule dall’Eden e, come luogo eletto del buddismo, qui si celebra la quieta rinuncia al mondo, un mondo che va consumandosi in quel nulla cui Budda è già pervenuto.
Possiamo supporre che per questo irrequieto inventore del domani, Ceylon sia un luogo di paziente e antica protezione.
Ecco, questo tema, che congiunge passato e futuro dei visitatori d’altri mondi, già appariva in Odissea nello spazio, il suo precedente film. Era un film audace e misterioso, certo, molti ricorderanno l’enigmatico monolito che gli astronauti trovano sulla Luna.
Poiché quel film si concludeva con una interrogazione si poteva immaginare che Clarke avrebbe continuato a fantasticare, e avrebbe scritto – e ne sarebbe venuto un altro film.
Gli ingredienti del nuovo libro 2011: Odissea Parte seconda sono in parte nuovi: il mistero dei monoliti fa un passo avanti, riproponendosi su una luna di Giove. E Giove è il grande protagonista, un Giove terribile e instabile attorno cui navigano: un’astronave perduta, un’astronave russo-americana in missione di recupero, una strana macchina cinese – e su tutti domina una misteriosa figura (umana e non umana).
Strana cosa è la vita altrove e una vita mostruosa e occulta pullula dovunque. Sarà dunque il futuro una continua scoperta di vita, una cattura di vita aliene o, forse, un esser catturati da vite aliene? O la stessa idea di vita dovrà mutare, farsi più mutevole e misteriosa, ma comunque partecipe dell’eternità dell’universo. Ma la fantasia umana non ha a disposizione solo l’ignoto fantastico delle lune di Giove…
Le profondità degli oceani. Come Clarke si fa profeta delle tecniche nell’isola arcaica di Ceylon, le sue parole, come per caso, ci rammentano che il mistero non ha eletto il suo domicilio solo sui pianeti e sulle lune del nostro sistema e delle lontane costellazioni. Ma che ci abita accanto. E che anzi la nostra Terra è quasi totalmente mistero. E che colui che va in traccia di enigmi e misteri – l’uomo – è enigma e mistero a sé stesso.
In copertina: Lucien Rudaux, Sur les Autres Mondes, ca. 1920 – Collection Rijksmuseum Boerhaave Leiden
