Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea

L’assenza pressoché totale di opere autenticamente religiose nella produzione artistica contemporanea rappresenta ormai una certezza. La fede sembra abbia ceduto il passo a una sorta di ironica irriverenza, apparentemente necessaria per affrontare e rappresentare il proprio credo. Eppure, si tratta, di un fenomeno consolidatosi nel tempo, antecedente al Postmodernismo. Questa falla, infatti, affonda le proprie radici nel Rinascimento, attraversando l’Ottocento e la contemporaneità. In Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea, James Elkins – professore di Storia dell’arte, teorica e critica presso l’Art Institute of Chicago – si propone di comprenderne le motivazioni, prendendo a esempio l’operato di cinque suoi studenti, nell’intento di instaurare un dibattito pubblico. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Jacopo De Blasio: “Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea” è stato recentemente pubblicato in Italia da Johan & Levi. Tuttavia, sono passati circa 20 anni dalla sua prima edizione, pubblicata nel 2004. La difficoltosa relazione tra la religione e l’arte contemporanea è cambiata ulteriormente nel corso degli anni?

James Elkins: Ci sono stati alcuni cambiamenti, ma fondamentalmente non credo che la situazione sia mutata. Continuo a seguire l’argomento: ho tenuto conferenze, ho fatto interviste e ho scritto saggi, quindi sono abbastanza al passo con la discussione, al punto in cui si trova. Negli ultimi anni, c’è stata un’evidente sterzata verso l’accettazione di alcune tematiche spirituali e religiose. Ad ogni modo, la tendenza del mondo dell’arte rimane quella di rimanere scettici nei confronti degli artisti che intendono rappresentare le religioni maggiori, in particolar modo verso coloro che rappresentano le religioni in maniera acritica. Se un artista vuole realizzare un lavoro facendo riferimento alla simbologia o alla narrazione delle religioni maggiori, dovrà allora dimostrare una certa distanza dal proprio credo, oscurando il significato delle allusioni e delle reminiscenze presenti nell’opera o criticando in modo evidente l’istituzione in oggetto.

JDB: I social media hanno rapidamente cambiato l’approccio alla fruizione delle immagini. Credi che la quasi totale assenza della religione nell’arte contemporanea abbia in qualche modo assunto un’accezione diversa  con l’avvento dei social media?

JE: I social media hanno creato il proprio universo parallelo. Gli studenti del primo anno di college in Nord America spesso hanno già sviluppato un proprio “personal canon” [opere, libri, film album o altri riferimenti culturali determinanti per il consolidamento del proprio gusto artistico ed estetico – NdA], di cui fanno parte quegli artisti che seguono su Instagram, TikTok, Pinterest, Flickr e altre applicazioni social. Questa sorta di collezioni possono includere opere contemporanee iperrealistiche che mettono in mostra le capacità accademiche, così come manga, anime e videogame art. Abbastanza spesso le studentesse ammirano le raffigurazioni cis-gender non ironiche e fortemente sessualizzate dei fumetti o dei film. Spesso numerosi artisti non hanno un gran seguito sui social media, diciamo tra i 500 e i 2000 follower e, come risultato, quelli che non fanno parte del “canon” di uno studente potrebbero non essere conosciuti dagli altri studenti compagni di corso. I social media non creano affatto un senso di comunità, per lo meno nel modo in cui gli studenti e i giovani artisti delle generazioni precedenti potevano attingere e prendere spunto da un “canon” comune. Nel vasto ambito di questi artisti più oscuri e meno conosciuti, le differenti forme di arte spirituale e religiosa godono di una grande libertà. Quindi sì, i social media hanno avuto un impatto definito sulla questione. Hanno creato uno spazio di libertà, che allo stesso tempo rappresenta una condizione di isolamento.

JDB: Nell’ipotesi di un prossimo fermento religioso nell’arte contemporanea, la pittura rappresenterebbe ancora il mezzo più comune per rappresentare la fede?

JE: La pittura è ancora il mezzo più comune, ma le opere a tema religioso possono anche essere delle installazioni – in particolar modo, tra rovine e spazi sconsacrati, una pratica molto più comune in Europa che in Nord America –, dei video o delle sculture – come nei lavori di Bill Viola. Se ci sarà tale fermento, credo si concretizzerà per lo più nella realizzazione di installazioni.

Bill Viola, Emergence, 2002

JDB: Nonostante l’attenzione internazionale rivolta agli studi postcoloniali, l’accettazione del simbolismo di religioni spesso meno note e il concetto stesso di spiritualità celano ancora oggi di una sorta di latente esotismo nella produzione artistica contemporanea?

JE: Tutto dipende da cosa si intende per l’accettazione del simbolismo di religioni meno note. Il simbolismo che non è conosciuto dal pubblico può essere accettabile. Ad esempio l’iconografia Jaina o parsi in contrapposizione a quella induista o buddhista, così come l’iconografia nativa rispetto a quella cristiana può essere accettata all’interno degli spazi espositivi. In tal senso, come hai detto tu, l’orientalismo e l’esotismo svolgono sicuramente un ruolo determinante. L’interesse del mondo dell’arte verso pratiche come la pittura sulla sabbia tibetana è certamente un’estensione dell’esotismo e dell’orientalismo ottocentesco. Tutto dipende da quello che il pubblico conosce di questi simboli, delle loro storie. Conosco un artista iraniano che realizza collage e dipinti calligrafici che somigliano ai caratteri farsi o arabi, ma in realtà si rifanno ai talismani farsi del XV secolo. Persino alcuni spettatori iraniani, che parlano farsi, potrebbero non riconoscere ciò che, in realtà, stanno osservando. In questo modo, anche una delle religioni maggiori può essere rappresentata in maniera accettabile. L’opera diventa accettabile, infatti, per il pubblico americano ed europeo, proprio perché sembra autentica e perché non esplicita del tutto il proprio significato.

JDB: Nonostante le opere d’arte religiose siano ancora numerose, nella maggior parte dei casi rimangono al di fuori del sistema dell’arte contemporanea, spesso anche per la discutibile qualità artistica di questi lavori. Allo stesso tempo, però,  facendo riferimento ad altre forme di espressione, come il cinema o la musica, la religione sembra essere presente anche nelle produzioni più mainstream e commerciali – penso, ad esempio, alle hit radiofoniche di Kanye West o a film di grande successo come “L’ultima tentazione di Cristo” o “La passione di Cristo”. Quest’assenza, pertanto, può essere considerata come un fenomeno riconducibile esclusivamente al mondo dell’arte?

JE: Credo che tutto ciò sia estremamente vero per quanto riguarda le belle arti, ma le arti visive non sono le sole a rifiutare i segni della fede. Lo stesso tipo di riferimenti obliqui e di simboli solo parzialmente argomentati è ravvisabile nella poesia e nella narrativa contemporanea, ed è anche riscontrabile nelle descrizioni che i compositori contemporanei spesso forniscono dei propri lavori. Negli anni Settanta e Ottanta, per esempio, George Crumb e altri furono considerati accettabili nel mondo della musica classica perché la propria fede non era del tutto esplicitata nelle proprie partiture.

JDB: A mio avviso, molte delle bistrattate opere religiose esposte nei luoghi di culto, da un punto di vista prettamente artistica, sembrano kitsch tanto quanto alcuni dei più acclamati lavori di Chloe Wise, Damien Hirst o Philippe Starck. Credi che la differente percezione di queste opere sia ascrivibile a una sorta di difficoltà, o forse di impossibilità, da parte dell’arte religiosa di affrontare l’ironia postmoderna?

 JE: È una domanda profonda, in realtà, perché la fede di per sé non è ironica. La fede non conosce distanza dalla fede stessa. Quindi ironicamente, quello che è stato definito come il tropo dominante del nostro tempo – tra i tanti lo ha affermato il poeta britannico Geoffrey Hill –  rende invisibile, agli occhi del sistema dell’arte, tutta quella produzione sinceramente religiosa. Preferisco pensare a tutto ciò come a un limite empatico. Quando mostro a giovani artisti i lavori di Thomas Kinkade, che era credente e ha dipinto con conigli, rose e arcobaleni su cottage con i tetti in paglia, non hanno alcun problema a ravvisare in questi lavori un lezioso intrattenimento. Ma è una sfida tremendamente difficile fargli osservare la sincerità e il calore di queste opere. Non conosco nessun artista in grado di fare qualcosa di simile.

Thomas Kinkade, Reflections of Faith © Art Brand Studios, Morgan Hill, CA

JDB: Abbiamo bisogno di nuovi parametri per giudicare, comprendere o quanto meno fare arte contemporanea religiosa?

JE: Sì, ma non abbiamo bisogno della teoria, quanto piuttosto di un confronto, di contesti inediti, di comprensione immaginativa. Considerato il clima politico in cui viviamo, con gli etnonazionalismi e l’elettorato polarizzato, mi sembra più importante che mai tentare di andare oltre tale assenza di ironia, come se fosse proibito non averne, magari trovando comprensione dall’altra parte.

JDB: “La vera questione di fondo riguarda la tradizione”[1]. In tal senso, l’odierna mancanza di opere religiose e il superamento della tradizione stessa sono diventati, a loro volta, un imprescindibile canone da osservare per realizzare un’opera d’arte contemporanea?

JE: Sì, fondamentalmente sono uno storico dell’arte, non un teorico o un critico, il che significa che sono solamente uno spettatore di questi fenomeni. Non penso che la comprensione generale del modernismo e del postmodernismo possa cambiare. L’esclusione della religione dall’arte moderna riguarda gli ultimi 150 anni e inizia ben prima del postmodernismo o del dopoguerra. Ci sono state, e continuano a esserci, numerose esposizioni incentrate sulle qualità spirituali o religiose di alcuni artisti del primo Novecento, come Hilma Af Klint o Kandinsky, ma queste sono alcune eccezioni che confermano la regola: la ricerca di valori spirituali o religiosi nell’arte di inizio Novecento sembra muoversi controcorrente rispetto alla storia. Quindi la mancanza di opere religiose è diventata il canone, ma riconoscerlo non lo rende certo più semplice da sostituire.

JDB: La maggior parte dei giovani, almeno in Italia, sono atei o semplicemente non sono interessati alla religione, ma la situazione sembra cambiare significativamente spostandosi dalle grandi città ai piccoli centri. La relazione tra la religione e l’arte contemporanea, pertanto, può essere riconducibile a un più ampio fenomeno generazionale o al persistente dualismo tra centro e periferia?

JE: Sono contento che tu mi abbia fatto questa domanda, perché si tratta proprio di un argomento che può essere suddiviso tra il pubblico urbano e quello rurale. Qui in Nord America si sono costituite grandi associazioni di artisti interessati ai valori della tradizione. Ad esempio, c’è la American Watercolorists Association. Non si tratta di un gruppo religioso, ma raggruppa artisti per lo più rurali e conservatori, interessati ai valori della pittura e all’identità nazionale e più vicini alle posizioni repubblicane che a quelle liberali democratiche. Lo stesso tipo di dinamica si verifica in qualsiasi nazione. I paesi del mediterraneo hanno un fiorente scenario di gallerie d’arte per turisti, che promuovono immagini nostalgiche. Le scuole d’arte conservatrici in altri paesi – inclusi il Giappone, la Corea e la Cina – continuano a insegnare le regole accademiche. Quando visito queste accademie spesso mi trovo a osservare madonne con bambino, santi o altri soggetti cattolici. Allo stesso tempo, il maggior museo conservatore degli Stati Uniti, Crystal Bridges nell’Arkansas, è in realtà un museo molto progressista.  Non nasce in questo modo, ma intorno al 2017 ha dato inizio a una serie di riallestimenti, includendo artisti afroamericani e altre minoranze. Un articolo del Washington Post chiese al pubblico se il Crystal Bridge potesse essere considerato come il museo più “woke” [l’atteggiamento di chi presta attenzione alle ingiustizie sociali, legate principalmente a questioni di genere e di etnia, e non ne rimane indifferente, solidarizzando ed eventualmente impegnandosi per aiutare chi le subisce – NdA] in America. Quindi ci sono alcuni segnali di speranza per un dialogo futuro. Sarebbe bellissimo se i Musei Vaticani facessero lo stesso con la propria collezione d’arte contemporanea: potrebbero mostrare come questa sezione venne allestita nella speranza che ci fossero anche artisti contemporanei cattolici credenti, e come proprio tale speranza si concretizzò in una selezione di artisti tutt’altro che convincente. Questo potrebbe essere un progetto insolito e una boccata d’aria fresca per il Vaticano!

JDB: Il numero di opere contemporanee religiose eccede, o per lo meno eguaglia, quello di opere d’arte contemporanea considerate tali. Allo stesso modo, per quanto possa sembrare blasfemo, i film le canzoni, le opere e  i libri che affrontano altri fenomeni globali, come il calcio e lo sport, ad esempio, sono numerosissimi, eppure si tratta di argomenti per lo più assenti dall’arte contemporanea. Ora, non sto dicendo che tutta l’arte debba essere necessariamente pop o di “facile accessibilità”, ma non pensi che tutto ciò, nel bene e nel male, mostri la tendenza dell’arte contemporanea ad allontanarsi e a prendere le distanze dalle masse, talvolta rischiando di diventare elitaria ed esclusiva?

JE: Assolutamente sì. L’arte contemporanea si allontana dalla maggior parte dei consumatori. In quanto storico, però, non credo sia un problema, perché le belle arti nella tradizione europea si sono sempre rivolte a un pubblico relativamente esiguo. Le persone nella Spagna secentesca di Velázquez avrebbero fatto fatica ad apprezzare le sfumature di un’opera come Las Meninas. E lo stesso può dirsi di altre culture, come ad esempio l’India pre-coloniale o la Cina del X secolo, o anche culture apparentemente più distanti come i Maya, in cui gli artisti erano conosciuti e apprezzati per la propria cifra stilistica, proprio come nel modernismo europeo. Non credo, pertanto, che questo problema stia peggiorando: qualsiasi linguaggio specialistico si rivolge a un pubblico specializzato. 

James Elkins
Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea
traduzione di Luca Bertolo
Johan & Levi editore, 2022
160 pp., 34 imm. b/n, 24 €


[1] Elkins, James, Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea, Johan & Levi, 2022 (2004), p. 17

In copertina: David LaChapelle, The Last Supper, 2003

(Roma, 1993) si è laureato con lode in storia dell'arte all'Università “La Sapienza” di Roma, attualmente assistente bibliotecario presso il MAXXI di Roma. È stato collaboratore dell’artista Maria Dompè e mediatore culturale presso il Palazzo delle Esposizioni. Curatore indipendente, si occupa prevalentemente del rapporto tra arte contemporanea e società.