Che cosa fa tuo padre? Fa il pittore.
Quando ero bambina a volte mi vergognavo a dirlo perché era un mestiere diverso da quello di tutti gli altri genitori.
Ma è famoso? Non lo so.
Quante volte ho risposto così. Anche perché non sapevo che cosa volesse dire, per un pittore, essere famoso. Era la fine degli anni ‘70 e abitavamo in un’enorme casa circondata da terreni nella campagna a nord di Roma. Lui e mia madre avevano inaugurato l’Agricola Cornelia, un “progetto artistico” in cui si univano l’intenzione di essere autarchici, autoproducendo il proprio cibo attraverso la coltivazione della terra e l’allevamento, e il pensiero che farlo potesse essere anche un’azione artistica. Del resto, è lo sguardo dell’artista che rende qualcosa un’opera d’arte, quindi il nostro campo di spighe, lo era.
In quella casa, a via di Santa Cornelia, ora sede della Fondazione Baruchello, il tempo era diviso tra il fuori e il dentro. Il fuori erano la terra, l’orto e gli animali, con il loro procedere secondo le leggi inesorabili e a volte drammatiche della natura che mia madre cercava di spiegarmi facendomela amare; il dentro era lo studio di mio padre, su tutto il primo piano della casa, un luogo in cui nulla era lasciato al caso, tutto era perfettamente in ordine e ci potevo sempre trovare qualche oggetto mai visto o libro mai letto.
Quando sui libri di scuola c’erano domande del tipo: “Con quale mezzo va a lavoro tuo padre?” ero in imbarazzo. Mio padre scendeva le scale. Si poteva dire? Puoi mettere “a piedi” mi diceva la maestra. Sui libri di scuola c’erano le illustrazioni dei papà con la ventiquattr’ore che vanno in ufficio. Ma lui era sempre lì, a casa.
Entrava nello studio da una porta arancione che si richiudeva pesantemente da sola con la molla, facendo suonare una campanella. Ci aveva affisso un cartoncino bianco con un monito scritto in nero con la sua grafia minuscola: invitava, chiunque fosse, a riflettere sull’opportunità di entrare e disturbarlo o evitare di farlo non entrando.
In quello studio, mio padre immaginava. È questo che mi ha insegnato: immaginare. Con Joseph Cornell ma anche col brigadiere Rousseau. In tutti quegli anni della mia infanzia passava gran parte della giornata chiuso in studio in mezzo a libri che parlavano di esplorazioni, spedizioni, viaggi, navigazione in solitario, astronauti. Come lavoro disegnava, incollava, ritagliava, usava carta, legno, colla, soldatini, giochi di plastica, smalti, china, alluminio, tela, nidi di uccelli, insetti secchi, arnie vuote, sassi, semi; la mattina appena sveglio annotava i suoi sogni sui suoi “calepini”. Lavorava seduto ai tavoli da disegno oppure in piedi su una scaletta mobile, quando le tele arrivavano al soffitto, o ancora davanti al tavolo da falegname, nella stanza dell’officina, quando costruiva qualcosa con il legno.
Immaginava e faceva. Era questo il suo mestiere.
Nella stanza più grande dello studio c’era sia un tavolo per sbrigare le questioni burocratiche – con pile di fogli ordinati accanto al telefono – che diversi tavoli da disegno con sopra vernici o acquerelli.
“Fare l’arte è qualcosa di cui senti il bisogno, come quando devi andare in bagno.” Forse è poco poetico ma da bambina me lo spiegava così. “Senti che lo devi fare a tutti i costi. Non è che c’è una spiegazione.”
Se non mi era stato detto espressamente di non disturbarlo, potevo scendere nel suo studio. Quando ero molto piccola mi faceva sedere in un punto preciso di un tavolo – non quello su cui stava lavorando perché il minimo tremolio del piano lo infastidiva – mi dava i materiali con cui lavorare e io tentavo mille volte di imitarlo. Questo succedeva in particolare con il Vinavil, la colla fondamentale per l’arte paterna di quando ero piccola. Con le mie dita di bambina tutte impiastricciate volevo fare anch’io quelle che lui chiamava “le bibliotechine”, castelli di mini-scaffali quadrati di carta, fatti di quattro lati incollati meticolosamente e tenuti insieme da minuscoli triangoli posti su ciascun angolo. La sua opera “La grande biblioteca” è fatta di innumerevoli di quei castelli.
Si stava lì, c’era la musica della filodiffusione. Ad alcuni oggetti non mi potevo avvicinare: le vernici di smalto, l’acquaragia, l’inchiostro di china, i pennelli. I suoi pennelli con le setole minuscole non si potevano sfiorare, le rare volte che me ne faceva usare uno poi me lo regalava perché non lo avrebbe mai più usato – rovinato dalle mani di bambina che aveva spinto troppo o l’aveva lasciato per più di un due secondi nel bicchiere con la testa nell’acqua.
Da più grande racimolavo acquerelli quasi finiti, pezzi di tela, ma soprattutto le scatole di legno e vetro, per farle anche io. Una ogni tanto. Quando non serviva a lui, avevo il permesso di usare la grande fotocopiatrice Xerox con cui si poteva fare proprio tutto. Fotocopiavi una foto, un tuo disegno, qualche riga di un libro, ingrandita magari, e con quell’immagine dalla grana grezza in bianco e nero potevi fare collage, colorarla di nuovo, fare lavoretti di ogni genere. Era bello poter fare come lui. Immaginare e fare.
“Come ti è venuto in mente?” Era una domanda che mio padre detestava. Gliela facevano spesso, riferendosi alle sue opere. La detestava perché forse gliela aveva fatta suo padre quando voleva iniziare a fare l’artista. La domanda “Che cosa significa?” andava invece ancora oltre, creando in lui il massimo dello sdegno. Chi la poneva guardando un quadro veniva subito inserito nell’infima categoria di “quelli che chiedono cosa significa”.
Le amichette lo chiedevano anche a me, guardando i quadri quando venivano a casa, e io in imbarazzo non sapevo cosa rispondere. Così mio padre mi aveva spiegato: “ciò che vedi in un quadro ‘significa’ quello che ti pare. Per me una cosa, per te un’altra, per qualcuno niente.”
Spiegarlo ai bambini e alle bambine che guardavano quei quadri in cui c’erano frasi scritte minuscole e figure non immediatamente comprensibili, o al contrario, peni e vulve illustrate nel dettaglio, per me era il colmo dell’imbarazzo. “Ma tuo padre disegna piselli?” le risatine erano difficili da contenere.
Passavamo spesso le estati a Santa Cornelia, perché la campagna e gli animali non si potevano lasciare facilmente, e il suo compleanno, quand’ero bambina marcava un po’ la fine dell’estate. Mia madre preparava un grande pranzo, arrivavano magari le mie sorelle e mio fratello, i nipoti, gli amici. Amava la torta millefoglie ed era un must farglielo trovare come dolce. Io preparavo ogni volta un regalino fatto a mano, così era la nostra tradizione familiare. Uno degli ultimi che feci – avrò avuto 15 anni – fu addirittura una composizione al pianoforte decorata con disegni di fiori.
Oggi il mio regalo fatto a mano per i suoi 100 anni è questo breve estratto del memoir che sto scrivendo.
Per ricordare uno dei suoi insegnamenti più importanti ma difficili per me da mettere in pratica proprio per la sua stessa esistenza di padre-grande artista: “Tu disegna, scrivi, fallo come vuoi, non importa nulla quello che dicono gli altri, importa perché è quello che vuoi dire tu. Fallo e basta.”
(29 agosto 2024)
In copertina: Paolina e Gianfranco Baruchello
