La resa. Omaggio a Balthus

Se c’è un autore che mostra all’opera l’aristocrazia dell’arte è Balthus. La sua indifferenza allo spettatore e al secolo me lo hanno sempre reso caro. Mi è sempre parso che il suo modo di dipingere toccasse, al di là dei soggetti e delle scelte tecniche, la questione stessa della prassi artistica. Nei suoi quadri ho sempre visto in atto quello che, altrove, ho definito un’epifanologia. Balthus aveva compreso che l’arte è il riflesso luminoso di qualcosa che la trascende. Che cosa sia questo “qualcosa” non ha voluto definirlo, rintracciandolo dove meno ce lo si sarebbe aspettato.

Il suo aristocraticismo ha ritenuto di coniugarlo anche con un’esistenza estetizzante, assumendo i tratti di un’opera d’arte totale: Villa Medici, il palazzo di Montecalvello e, infine, il Grand Chalet di Rossinière. In fondo, Balthus non vedeva alcuna distinzione tra la sua opera e la sua esistenza.

Eppure, in questa fotografia del 1999, cioè nel suo novantunesimo anno di vita, colgo una grazia che difficilmente ritrovo nelle immagini di altre stagioni della sua esistenza. Vi si legge la resa al fondo inesprimibile del quotidiano esistere, là dove non vi sono più pose o tentativi di fuga in un altrove, ma il semplice stare, abbandonati, qui e ora. Questa immagine finale – due anni dopo sarebbe morto – rende i suoi quadri ancora più veri, ancora più importanti. Ogni ascesa affonda le sue radici nella miseria umana e nella gioia infinita che ne deriva. Ogni partenza è permeata della nostalgia di un addio. Ogni inizio contiene la sua fine. Mitsou, il gatto che l’undicenne Balthus disegnò per il libro accompagnato dagli scritti di Rilke, è ancora lì. E lo sguardo dell’artista, ormai stanco e provato, continua ad osservarlo. Il gatto vede l’Aperto. Balthus si è fermato sulla soglia. L’arte è la frequentazione interminabile di questa soglia.

È l’animale, tutto, nello sguardo
vólto all’Aperto:
fuori del tempo, nello spazio immenso.
Ma gli occhi abbiamo, noi, come riversi:
e tesi, al par di reti, a imprigionare
il suo libero passo.

In copertina: Martine Franck, Balthus chez lui, 1999

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).