Theia Paradigm: esercizi di futuro

20/04/2026

Futuro prossimo, 2100 circa: la Terra è un sistema esausto. Gli ecosistemi del pianeta non riescono a sopperire alle continue richieste e alle imposizioni dettate dalla tirannia della produttività. Il ritmo forsennato dell’esistenza risulta insostenibile. Tra dinamiche repressive, strutture prevaricanti di potere e sfruttamento incontrollato di risorse naturali, gli esseri umani attestano un’indole autodistruttiva, quali artefici e al contempo carnefici del proprio destino, mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie. Abitare il pianeta Terra risulta impossibile, per lo meno secondo criteri qualitativi riconducibili a un passato ancora recente, ma ormai rimosso e del tutto rinnegato. Quali potrebbero essere allora delle alternative possibili per sfuggire a tale condizione di ostilità diffusa? E soprattutto, quali potrebbe essere i rischi conseguenti a questo tentativo di fuga verso l’altrove?

In Theia Paradigm, i Liminal State tentano di rispondere a simili interrogativi, figurando una colonia lunare sotterranea, istituita proprio nell’intento di ovviare alle numerose costrizioni e alle limitazioni pressoché insormontabili che vincolano la sussistenza del genere umano, ma non solo, su quello che rimane del pianeta Terra. Il progetto espositivo realizzato dal duo di base a Roma, formato da Saverio Villirillo e Gregorio de Luca Comandini, invita il pubblico a calarsi in un immaginario di future fiction ispirato all’estetica Lunarpunk.

Dopo essersi confrontati con il Solarpunk per la realizzazione – in collaborazione con l’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e di Vulcanologia) – dell’opera Pulse, incentrata sulla conoscenza dell’energia geotermica, i Liminal State prendono in esame l’altra faccia più cupa e oscura della stessa medaglia. In entrambi i casi, infatti, si tratta di sottogeneri della letteratura di fantascienza, sviluppati e diffusi in tempi recenti per immaginare futuri alternativi, spesso in risposta alle problematiche ambientali o sociali della contemporaneità.

Se da una parte, però, il Solarpunk propone un futuro sostenibile e, per così dire, ottimista, in cui tecnologia e natura dialogano in armonia, restituendo una radicata fiducia nel progresso e nell’aziona collettiva, dall’altra il Lunarpunk rappresenta la controparte misteriosa, introspettiva e, per l’appunto, lunare di queste narrazioni futuribili, mostrando non solo un certo interesse per forme rituali di spiritualità, ma in particolare una marcata diffidenza verso la centralizzazione delle risorse tecnologiche e del potere. Per quanto siano due reazioni similari alle possibilità distopiche di un futuro prossimo, si potrebbe dire che mentre il Solarpunk ipotizza come costruire un mondo migliore alla luce del sole, il Lunarpunk escogita come opporre resistenza ai sistemi dominanti, agendo nell’ombra.

Theia ParadigmS3NTINEL

Le opere di Villirillo e de Luca Comandini non costituiscono una canonica ambientazione fantascientifica, quanto piuttosto un dispositivo speculativo per instaurare un confronto attivo con i visitatori della mostra, ospitata presso gli spazi di Liminal Space, a Roma, tra immaginazione politica, dati scientifici e installazioni digitali. Theia Paradigm porta il pubblico a diventare parte integrante della colonia lunare, come se i differenti lavori che danno forma al progetto espositivo fossero gli elementi necessari a esercitare l’immaginazione collettiva, per mezzo di un laboratorio narrativo espanso in cui il futuro stesso diventa uno strumento per interrogare la complessità del presente.

Prima di accedere alla colonia, è necessario sottoporsi a un test attitudinale di selezione che può essere svolto sia all’inizio del percorso espositivo che online, sul sito web degli artisti. Un’esaminatrice generata con l’intelligenza artificiale sottopone all’utente alcune domande riguardo alle motivazioni dietro la scelta di unirsi alla colonia e all’approccio che si intende adottare una volta integrati nella quotidianità lunare. L’esplorazione prosegue con le testimonianze dirette di alcuni individui, anche in questo generati con l’IA, che raccontano le proprie esperienze. Questi sono gli avatar della colonia, entità consapevoli della propria artificialità, con i quali è possibile interagire. Una volta varcata la soglia di Liminal Space, si apre un’insolita infrastruttura, una Control Room che organizza e disciplina la vita collettiva sulla Luna, analizzando flussi di dati e realizzando simulazioni predittive. Il progetto espositivo ricostruisce questo ipotetico insediamento, concepito come un habitat protetto dalle radiazioni solari, dove ogni funzione è monitorata, regolata e ottimizzata.

Theia ParadigmThe Comiteee, Camilla Dahal

L’area della Farm si presenta come una serra bio-tecnologica che produce ossigeno e alimenti, con delle installazioni che determinano la sopravvivenza di organismi vegetali anche sulla Luna e che studiano i frammenti residui di uno scenario terrestre solo apparentemente familiare, ormai relegato a un passato giunto alla propria conclusione. Per quanto oggi sia un termine spesso utilizzato a sproposito, al punto da assumere un’accezione quasi negativa in determinati contesti, le opere esposte dai Liminal State si potrebbero definire davvero immersive, dal momento che realizzano effettivamente un ambiente altro, attraverso il quale è possibile addentrarsi, rimettendo in discussione atteggiamenti subordinanti, coloniali per l’appunto, e abitudini percettive. Chi è solito frequentare lo spazio ibrido gestito dai due artisti, potrà riconoscere oggetti e dispositivi in parte già utilizzati in passato, riscontrando come lo sviluppo di questa colonia sia a tutti gli effetti un processo collettivo, ancora in divenire.

Theia Paradigm – NIR

C’è poi lo spazio della Therapy, un luogo adibito alla cura e al benessere fisico degli abitanti dell’insediamento. Qui NIR attende il pubblico interessato a esperire i trattamenti riservati ai singoli membri della colonia. L’opera consiste in un lettino sovrastato da una luce rossa terapeutica e un sensore che rileva la presenza del paziente. Indossati gli occhialetti protettivi e distesi sul lettino, i visitatori della mostra possono ascoltare una voce femminile che li invita a rilassarsi. Per i successivi tre minuti circa, una musica minimale, composta per lo più da intense vibrazioni, instaura un dialogo con i cuscini del lettino che iniziano a seguire i movimenti musicali, rispondendo fisicamente alle vibrazioni riprodotte per massaggiare il corpo disteso dell’utente. Al benessere fisico segue quello mentale con Holy, ambiente dedicato alle pratiche spirituali. Sigizia si presenta come un’installazione composta da cinque dischi circolari in ottone satinato, collegati a un sistema di illuminazione dinamica e a dei trasduttori elettromagnetici. Le cinque lastre rappresentano i cinque elementi dell’antica alchimia cinese – acqua, fuoco, terra, aria, metallo – che vanno in risonanza con le vibrazioni a basse frequenze emesse dai trasduttori, producendo degli infrasuoni, mentre i riflessi della luce dinamica che si riverberano sulle superfici satinate rivelano la propagazione dell’energia attraverso la materia. Il titolo dell’opera è un termine greco che allude all’allineamento di più corpi celesti all’interno di un sistema gravitazionale. Per questo, l’opera si propone di esplorare la natura del multiplo, attraverso una composizione di fasi e controfasi, con l’intento di evocare una sorta di “congiunzione astrale” che armonizza il caos dell’esistenza sulla colonia e non solo.

Theia ParadigmS3NTINEL

A questo punto, ci si imbatte in S3ntinel, ovvero un organismo nativo della colonia che si ritrova costretto a essere l’impianto di produzione energetica da cui dipende la sopravvivenza dell’insediamento stesso. L’installazione presenta un groviglio di cavi che imbrigliano questa creatura, impedendone la fuga, mentre un computer controlla l’estrazione di energia dal corpo di questo nativo del sottosuolo lunare. I bagliori intermittenti emessi dalla creatura sembrano essere delle disperate ma incomprensibili richieste di aiuto rivolte al pubblico. Dopo essersi imbattuti nelle sofferenze di S3ntinel, i visitatori non possono fare finte di nulla e sono chiamati a intervenire, esprimendo le proprie posizioni riguardo al trattamento costrittivo riservato alla creatura.  Alle spalle di una scrivania, viene proiettato un video che ritrae i membri del comitato tecnico scientifico coloniale, eticamente guidati da una bambina, intenti a fare un resoconto al pubblico della difficile situazione in cui verte l’insediamento lunare. Giunti a questo punto, la sopravvivenza della colonia stessa è garantito solo dallo sfruttamento delle risorse energetiche prodotte dalla creatura nativa. Tuttavia, risulta quanto mai necessario affrontare la questione morale sollevata dal comitato. Prevaricare un nativo del sottosuolo lunare, infatti, significa esercitare quegli stessi meccanismi di prevaricazione o di estrattivismo coloniale dai quali i membri dell’insediamento cercano di sfuggire e che rendono la Terra un luogo ormai inabitabile. Allo stesso tempo, però, liberare una volta per tutte la creatura potrebbe comportare delle conseguenze ignote, che potrebbero mettere a serio rischio le vite dei coloni. Il comitato allora invita il pubblico a deliberare: bisogna liberare o meno l’entità lunare?

Theia Paradigm si connota come un interessante progetto di speculazione artistica. Ogni ambiente è pensato come un capitolo di una narrazione da sviluppare collettivamente. La colonia non è solo uno scenario immaginifico, ma un organismo politico. Come affermano gli artisti, non si tratta di immaginare il futuro per evadere dal presente, ma di osservare il presente da una distanza critica”. Sebbene sia una simulazione, il progetto espositivo sembra rappresentare un monito di quello che il futuro prossimo potrebbe riservare all’umanità e, quindi, ai visitatori stessi. In tal senso, il concetto altrettanto abusato di spazio liminale, viene utilizzato in Theia Paradigm in maniera decisamente puntuale, in quanto il pubblico viene invitato a oltrepassare delle soglie tra realtà e finzione, attraversando per l’appunto uno spazio liminale, per interrogare quelle strutture spesso sfuggenti, come le economie dell’attenzione, i modelli predittivi o le infrastrutture energetiche stesse, che regolano il presente.

In uno scenario artistico internazionale segnato sia dall’approccio documentaristico che dal recupero di materiali di archivio o, più in generale, di riferimenti appartenenti al passato, il progetto dei Liminal State ha il pregio di riuscire ancora a immaginare. Nonostante il fenomeno della post-produzione individuato da Nicolas Bourriaud, ormai più di vent’anni fa, possa dirsi tutt’altro che concluso, Theia Paradigm preserva una spinta narrativa che non di rado risulta manchevole o fuori fuoco nella produzione artistica contemporanea. Non si tratta di rielaborare opere o documenti già esistenti, ma di scrivere una storia partendo da zero, con l’ausilio delle più recenti innovazioni tecnologiche. Certo, anche in questo caso i riferimenti alla letteratura di genere e al relativo immaginario sono numerosi. Ma i Liminal State esplicitano il proprio interesse per una certa fantascienza, evitando così di scadere nel mero didascalismo, attraverso il recupero fattivo di parole che, come accennato in precedenza, oggi suonano più come rimproveri che come aggettivi, quali immersivo, partecipativo e, soprattutto, divertente. Perché questo progetto espositivo riesce a toccare importanti questioni etiche e politiche, ma non risulta mai pedante o borioso, prendendo comunque le distanze dal rischio piuttosto comune di risultare come una sorta di parco giochi artistico. Le opere dei Liminal State restituiscono proprio questo labile equilibrio, dimostrando non solo come l’impegno politico non significhi pesantezza, ma come sia ancora possibile parlare di tematiche socialmente rilevanti senza rinunciare all’immaginazione o al divertimento.

Liminal State
Theia Paradigm
Liminal Space, Roma (Via G. Libetta 21)
dal 6 marzo al 25 aprile 2026

In copertina: Liminal State, Theia Paradigm – Oxygen

Jacopo De Blasio

Jacopo De Blasio

(1993, Roma) è storico dell'arte contemporanea e dottorando in Cultura Visiva. Autore di “Arte autodistruttiva. per un'estetica della repulsione” (Postmedia Books), lavora come bibliotecario e scrive per diverse riviste di settore. Si occupa di autodistruzione, studi postcoloniali e decolonizzazione, nuovi media ed espressioni sonore.

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