Lo conosci, lettore, quel mostro delicato,
– ipocrita lettore, – mio simile – fratello!
Ch. Baudelaire, Al lettore
Nel 1977 Chris Marker licenziava un film epocale, Le fond de l’air est rouge, nel quale documentava, con sobrietà rivoluzionaria, una stagione di passione politica capace di diffondersi, a macchia di leopardo, sull’intero globo. In un certo senso, Marker rendeva testimonianza di quanto fosse reale l’affermazione di Mario Tronti secondo la quale se, negli ultimi due secoli, si era data un’interruzione del continuum della storia – la storia è sempre storia dei vincitori – era stato solo grazie alla lotta di classe. La politica, tanto per Tronti quanto per Marker, era, infatti, quella prassi vivente che, sola, è capace di opporsi al dominio e all’ineluttabilità storica determinata da chi detiene il potere economico e sociale.
Ora, quella tradizione politica, come evidenziava Marker nel montaggio finale del film (dopo quello del ’77, ve ne sono stati, infatti, altri nel 1988, 1993, 1998 e un ultimo nel 2008), è apparentemente tramontata. (Si noti come, negli stessi anni, della medesima eclissi del politico prendeva atto anche uno sconsolato Tronti nel suo lucidissimo La politica al tramonto, 1996). Il film di Marker, come il libro di Tronti, constatavano una fine, un cambiamento epocale, un’aria nuova che tirava sul mondo. A noi lasciavano solo una serie di questioni aperte, di domande senza risposta. Se quella stagione si era davvero conclusa, cosa rimaneva di una lotta politica tanto intensa a coloro che erano venuti dopo? Che cosa restava e, soprattutto, che cosa resta, oggi, di quel multiforme sussulto e sollevamento a partire dal quale enormi e profondi cambiamenti si sono impressi nella fisionomia delle società tardo-capitaliste e post-moderne? O, detto in termini markeriani, di che colore è, oggi, il fondo dell’aria?

Le risposte, come ognuno di noi sa, restano sospese. E noi stessi restiamo a nostra volta sospesi: corpi singolari e corpi sociali fluttuanti in una luce che non sembra più nemmeno crepuscolare, ma artificialmente falsata.
Senza alcun dubbio stiamo, infatti, vivendo uno straordinario e prolungato passaggio epocale, nel quale la realtà, la consistenza materiale del mondo, sembra sempre più dissolversi in una sorta di allucinazione collettiva. Questo scollamento tra soggetto e oggetto, tra esperienza individuale e immaterialità oggettuale, riguarda ogni campo. Dal ragazzo (o l’adulto) indifferente a tutto quel che esula dal proprio edonismo narcisistico, sempre più indotto da una sorta di dipendenza cronica da social media, sino alla cultura che si auto-suggestiona allestendo un mondo a parte, con i suoi luoghi e i suoi riti, contraddetti, quotidianamente, nei fatti e spesso dagli stessi attori, da una cinica brutalità sociale.
(Non sfuggirà all’occhio – né all’orecchio, se si presta un minimo d’attenzione agli accenti da zona 1 – quella curiosa aria di maquillage morale che si respira in certi vernissage, o in quelle soirée dove, tra un finger food instagrammico e un calice di bollicine sponsorizzate da chissà quale consorzio, si disquisisce con enfasi – e magari un sospiro di contrita gravità – sulla Sacra Causa della lotta alla Povertà e alle Disuguaglianze (rigorosamente con la maiuscola, anzi ancor meglio in inglese, le Inequalities). Poco importa se, nel frattempo, i dipendenti del catering che scivolano tra i tavoli con l’aplomb di chi serve da generazioni non godono certo di quelle tutele salariali che pure, a parole, si invocano con tanta veemenza per il resto del globo o se, appena fuori dell’uscio monumentale, gli homeless, orfani della panchina a loro generosamente destinata da archistar con ambizioni sfrenate, muoiono di freddo, rovinando la festa con maleodorante presenza. E che dire, poi, di quelle mostre-evento sulla Sostenibilità (altra maiuscola d’obbligo, bien sûr), magnificamente allestite e finanziate da chi, magari, nel day by day, non fa che seminare grattacieli boschivi che, chissà come, assorbono più capitali che anidride carbonica? È un greenwashing talmente spudorato da sembrare quasi arte concettuale, sebbene di un concetto ridotto a slogan, secondo la più sgamata delle pratiche pubblicitarie. Per non parlare, infine, delle sfilate, dei défilé di Alta Moda che, con tanto di scenografie firmate dal designer o dall’artista di grido (ovviamente, persuaso che il sistema si cambia dall’interno), si spingono fino a inneggiare al Pensiero Rivoluzionario (sì, proprio così, ri-vo-lu-zio-na-rio!), evocando i minima moralia di Adorno, il biopotere di Foucault, le immagini dialettiche di Benjamin e, per i più arditi, il Terzo Spazio di Homi Bhabha. Il tutto, ovviamente, per un parterre di invitati che, con i loro abiti da migliaia di euro e l’aria complice di chi “ha capito”, con boccuccia a culo di gallina, sorseggiano il messaggio engagé come fosse un bicchier d’acqua. E così, tra un selfie e l’altro con la citazione colta sullo sfondo, si sentono la coscienza a posto, quasi fosse un benefit psicologico compreso nel prezzo del tailleur griffato. Una commedia (umana, troppo umana), insomma, che solo un certo Arbasino avrebbe, con la sua inimitabile, sorniona perfidia, svelato – ma non combattuto – in ogni suo diabolico ingranaggio.)

È lo spettacolare debordiano divenuto realtà onnipervasiva. Un mondo in cui l’inversione e la separazione tra reale e virtuale è compiuta. La realtà spettacolare è divenuta talmente totalizzante da creare, come dicevo, una sorta di allucinazione collettiva in cui ogni affermazione è completamente scollegata da quel che designa e non fa altro che sospingere verso una dimensione post-veritativa e, ancor più grave, di post-realtà. Si mette in scena la diseguaglianza, la si guarda come uno spettacolo esotico ed esteticamente appagante, il tutto all’interno di uno spazio protetto (in genere il museo), per poi mettere in pratica forme di esclusione reale per chi, appena fuori dello spazio protetto, è vittima di processi di ingiustizia sociale.
Il fondo dell’aria è quello di una torbida e anestetizzante luce artificiale, luce da set televisivo, da videoclip, da reel di Tik-Tok, da schermo di smartphone. Luce che cambia a seconda dei gusti e dello spettacolo che va in scena. Ma si tratta di una luminosità nella quale il reale, inesorabilmente, sbiadisce, si decompone, perdendo la propria consistenza, la propria brutale presenza. Una storia di lotte sociali reali, di conflitti dirompenti, svanisce in un barbaglio crepuscolare senza epos né pathos. Per dirla ancora con Tronti, l’eredità di questa storia “è svanita immaterialmente nell’aria immota di un un’epoca virtuale: e sono rimaste parole senza radice, discorsi senza pensiero”.

Ma il reale, la solida base materiale che è all’origine di ogni lotta in quanto lotta per un’esistenza altra, può davvero scomparire? Possiamo veramente pensare che se la lotta di classe non esiste praticamente più sia perché non esistono più le classi? Se il proletariato diffuso, oggi, diserta i referendum sui diritti dei lavoratori, e si batte invece per avere delle scarpe Nike, è perché tutti gli altri problemi (la sua riduzione a carne da macello, lo sfruttamento, l’immobilità sociale, la proletarizzazione culturale, l’assenza di orizzonti di radicale cambiamento) sono scomparsi e sono, ormai, ridotti a rovine di un passato anacronistico?
Sinceramente, non credo. Non lo credo, perché la realtà è indistruttibile. Si può celarla, depistarla tramite prompt algoritmici, bias (pregiudizi) e semplificazioni, ridurla a elemento estetico manipolabile, si può arrivare a rimuoverla, persino a forcluderla, ma non si può sopprimerla. Il reale ritorna. E quanto più lo si è negato e lo si continua a negare, tanto più esso si prepara a ritornare con forza.
Occorre comprendere questa inevitabile dinamica, se non ci si vuole trovare nella condizione di dover fare i conti con una incontrollabile violenza, generata dallo scontro tra soggetti, umani e politici, del tutto impreparati, e il ritorno, prepotente, del reale e delle sue esplosive contraddizioni irrisolte.
Prendiamo, quindi, atto che, oggi, la coscienza di classe è quasi scomparsa, ma prendiamo anche atto che le classi esistono ancora e, forse, più di prima (in Italia nel 2024, secondo l’ISTAT, 13,5 milioni di individui erano a rischio di povertà e 5,7 milioni vivevano in condizioni di povertà assoluta – allo stesso tempo, si tenga a mente che la coalizione di centro-destra, al governo dal 2022, ha raccolto 12.305.014 voti). Da qui, da questa presa d’atto, traiamo la provvisoria conclusione che, non disponendo di una diffusa coscienza di classe, non abbiamo più possibilità di esercitare una reale ed efficace lotta di classe.
Di conseguenza, oggi, sappiamo che non c’è alcun soggetto politico capace di generare storia e, ancor meno, contro-storia. Tutti, chi più chi meno, ci adeguiamo alla Storia, così come la racconta e la impone il sistema dominante. Anche l’odierna narrazione anti-sistemica è, spesso, del tutto omogenea al sistema e, di conseguenza, del tutto compatibile a esso e ineffettuale. Sembra, dunque, non esserci più possibilità di interrompere il continuum narrativo delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo spettacolare. Prendiamo lucidamente atto di questa insoluta contraddizione generata dall’assenza di lotta da parte dei sommersi e anche della simultanea persistenza del loro stato di sottomissione. Contraddizione occulta (e occultata) che crea, però, attrito tellurico, tanto più forte quanto più essa, questa inconscia antinomia sociale, è spinta in profondità nel regno dell’invisibile.

Non è, quindi, da un’improbabile presa di coscienza immediata (e miracolosa) delle masse sfruttate che possiamo sperare giunga la forza capace di interrompere questa allucinazione collettiva, prolungata grazie a compulsivi appagamenti allucinatori da consumo di merci. E un segnale di risveglio non può provenire nemmeno da quella élite artistico-culturale che denuncia i presunti problemi reali a suon di parole d’ordine, svuotate di senso reale, o di iconologie inconsistenti. Questa élite culturale non può farlo perché, in definitiva, riduce la politica a estetica, si muove nel mondo del privilegio e dello snobismo, guardando alla società come a uno spettacolo, anzi, spesso, osservando le contraddizioni sociali esattamente attraverso la luce deformante dello spettacolare, delle sue mode e dei suoi cicli produttivi (indistinguibili da processi consumistici e socialmente esclusivi, cioè generatori di dissesto ambientale e di ingiustizia sociale). Riporre ancora qualche speranza nella denuncia artistica e culturale, totalmente solidale e connivente con il mercato del lusso e con l’industria spettacolare, è qualcosa di appropriato solo per nuovi e antichi servi che mirano alle briciole del tavolo o per gli idioti di sempre, inconsapevoli delle contraddizioni che li abitano o talmente intellettualmente disonesti da non rendersi conto della propria disonestà. (Nessuno – scrivente incluso – si senta al riparo da questi rischi.)
E allora, da dove ripartire? Forse dal più comprensibile e diffuso dei sentimenti: la lotta contro l’ingiustizia. L’ingiustizia quotidiana, il sopruso perpetrato nei confronti dei più deboli, dei senza parola, dei senza mezzi, dei manipolati, degli ignoranti, degli infelici molti e dei felici pochi. È, forse, solo attraverso una rivendicazione di giustizia primaria, questo gesto semplice e comprensibile per ognuno – per ogni singolo individuo e per ogni persona ancora capace di sentire l’altro e la sua sofferenza – che saremo davvero tutti più liberi, liberi di decidere del nostro futuro, senza affidarci a una storia già scritta da altri e da noi assimilata nell’iconosfera mediatica onnipervasiva alla quale volontariamente ci sottomettiamo o surrettiziamente veniamo sottomessi. È forse solo da un tessuto umano e sociale diffuso – nel volontariato, nelle associazioni, nel “contrabbando” culturale, nel marranesimo istituzionale, nell’intelletto generale che crede ancora nella possibilità di trasformare (e non di innovare) il mondo, nei tanti che aiutano gli altri ad uscire dalla propria condizione di sottomissione (“li aiutano ad aiutarsi da sé,” come ripeteva spesso Goffredo Fofi) – che si può ripartire.
La politica è, sicuramente, visione profetica e rivoluzionaria, rivoluzionaria in quanto profetica, ma è anche organizzazione e coordinamento delle forze in campo. La politica è parola profetica e realismo quotidiano. Occorre che questi due momenti crescano insieme, senza mai perdersi di vista, senza mai cadere tanto nell’illusione prospettica dell’ideale astratto quanto nel pragmatismo miope. Occorre guardare all’impossibile della giustizia per realizzare, qui e ora, un mondo possibile e giusto. Sarà solo riorganizzando questa massa di esperienze singolari e non sottomesse all’esistente che questo insieme multiforme di visioni e di pratiche virtuose potrà, forse, trasformarsi in qualcosa che assomigli a una nuova visione della società, a una nuova forma di vita comune o, in altre parole ancora, a una nuova prassi politica.

Immagini: Chris Marker, Le fond de l’air est rouge (1977)
