Dopo Discomparse di Gian Maria Annovi ed Eredità ed Estinzione di Giovanna Frene, Paradiso di Stefano Dal Bianco (Garzanti 2024) è il terzo finalista della seconda edizione del Premio Strega Poesia che, in vista della premiazione del prossimo 9 ottobre, abbiamo pensato di presentare ai lettori di «Antinomie» con una selezione di testi, ai cui autori abbiamo chiesto di allegare immagini a vario titolo “agenti” nella rispettiva ispirazione. Le fotografie, dello stesso Dal Bianco che ringraziamo, sono in questo caso monotematiche: loro unico soggetto è infatti il co-protagonista di Paradiso, il cane Tito (purtroppo scomparso per un incidente qualche tempo dopo la pubblicazione del libro, e poco prima del premio Viareggio che l’ha già segnalato al pubblico della poesia). È Tito l’essere che – quasi come in un racconto di Kafka – svolge le sue «indagini», fisiche e metafisiche, nello spazio circoscritto (giusta l’etimo persiano, prima che greco, della parola «paradiso» appunto) che l’occhio del poeta, asciutto ma fervido, percorre in lungo e in largo. 

Quello messo in scena da Dal Bianco (in ciò ben fedele, al di là dell’apparente distanza stilistica, al maestro d’una vita Andrea Zanzotto) è un piccolo dramma fenomenologico: la “visione ristretta” che, leopardianamente, è l’unica specola dalla quale si possa traguardare il concetto di “infinito” (e, con esso, l’orizzonte d’ogni possibile trascendenza) implica, nella sua partizione, un dualismo coscienziale (diciamo cartesiano, con approssimazione consueta) che invece l’ideologia animistico-panpsichista del poeta nega con decisione: insieme negando l’alterità del soggetto coatto a chiedersi il come e il perché delle cose. Laddove – come si legge nel testo che intitola il libro – l’albero «non tenta di salvarsi / né si impone, fa / quello che deve fare / non ha un significato, è solo / chiuso nel suo chiuso riso, / paradiso». Il paradosso sotteso al testo è quello di volersi uno e indiviso col creato, e ciò malgrado – nel momento stesso in cui lo si afferma – distanziarsene (perché ad affermare tale concezione è, irriducibile, il soggetto cogitante). Un paradosso in senso lato dantesco, forse: perché è proprio nella terza cantica, quella dedicata al «paràdeisos», che irresistibile si afferma l’apertura all’illimite.

Andrea Cortellessa

Un falco fermo contro un vento forte
è figura di noi, se ad ali aperte resistenti
alla tempesta dei pensieri
tenessimo lo sguardo al nostro fine.

Ma ciò che ci sostiene è la tempesta
che va riconosciuta come tale
e abbracciata a mente spalancata
qui dove l’obbedienza è
nostra salvezza
nostra immobilità verso la preda.

*

Candela

Vorrebbe la mia vita assomigliare
a quella che si muove nella fiamma
che non si dà per vinta con il vento
e conserva un suo respiro interno
anche se l’aria è ferma.
Una materia che non può cadere
perché non è soggetta a gravità
si vede che nel suo puntare in alto
è più di ogni altra cosa attenta
ai vuoti ai richiami e alle spinte
delle correnti astratte trasparenti
che sempre sono nelle stanze chiuse
e che la nostra pelle raramente sente.

*

Acero di Arquà
che quest’anno compie quarant’anni

Si muove.
Per come sembra a noi
mentre si muove ride,
prova qualcosa di nostro.
Ma il suo provare è un tentativo
di essere nel vento
un accordo di foglie
un fremito di luci nella luce
e è sereno,
non tenta di salvarsi
né si impone, fa
quello che deve fare
non ha un significato, è solo
solo nel suo chiuso riso,
paradiso.

*

Tutto il paese dorme
o è chiuso silenziosamente in casa.
Siamo usciti, io e Tito,
e il cielo è davvero quella chiara altezza di cobalto
e ci sono le stelle e quella è davvero
una falce di luna limpidissima.
Ci sono luci di lucciole
o piccole astronavi in ricognizione
disseminate nel campo a sinistra
e nel giardino a destra
e sui bordi della strada
e perfino tra i piedi,
e noi, ma soprattutto io
che domino dall’alto,
ci sentiamo dèi
o torri di controllo
con il controllo del mondo,
e tutto è fermo eppure si muove
e l’ombra è luce e la luce è ombra
e camminiamo nel silenzio
e Tito ha il naso rasoterra
tutto il tempo perché tutto
profuma di qualcosa
e io ho il naso per aria
perché il profumo è altrove,
perché niente mi basta sulla terra.

*

La perfetta visibilità di oggi
si riconosce dalle sagome dei pini
bene individuati in cima al monte
sullo sfondo dell’azzurro
e del grigio delle nuvole da pioggia
che se ne stanno andando senza fretta.
Il vento che si è fatto pungente
raccomanda prudenza
ma l’occhio dopo giorni di pioggia e di grigiore
è affamato
e non ha paura più di niente:
a ferirlo è quella stessa luce
che lo apre all’invisibile del mondo.

*

Da che hanno tagliato l’erba alta
non vediamo più lucciole nei campi,
ma non è che se ne siano veramente andate
è che a miriadi si sono concentrate fra le siepi
e nelle zone di boscaglia fitta
dove non va perduto niente
se non il buio dietro ciascuna scia.

*

Per quanto sia vero che in alto sulla perpendicolare
quella stella che si staglia
potrebbe facilmente essere la nostra,
è di sicuro sbagliato guardare
alla punta del cipresso
come a qualcosa che indichi qualcosa:
se lo facciamo è per un filo di fiducia
stasera in tutto quanto ci sovrasta
e non si lascia indovinare
ma resta fisso nella lontananza
che non si può indicare.

Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco

(Padova 1961) insegna Poetica e stilistica all’Università di Siena. Ultimi libri di poesia: “Ritorno a Planaval” (Mondadori 2001; LietoColle 20182), “Prove di libertà” (Mondadori 2012), “Paradiso” (Garzanti 2024, premio Viareggio). Si è occupato prevalentemente della metrica di Petrarca, Ariosto, Andrea Zanzotto, e di poesia del Novecento. Di Andrea Zanzotto ha curato il “Meridiano” Mondadori nel 1999 (con Gian Mario Villalta) e l’Oscar “Tutte le poesie” (2011). I suoi saggi di poetica sono raccolti in “Distratti dal silenzio. Diario di poesia contemporanea”, Quodlibet 2019.

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