In occasione della seconda edizione del Caloma Festival, tenutosi a Casamassella, il duo curatoriale Cijaru ha invitato l’artista albanese Sead Kazanxhiu a restituire l’esperienza della sua residenza artistica in Salento. Uncovered Layers è un’opera che parla di tempo, di differenze, di religione, di alterità, di affinità. Una scultura che si configura come un’occasione di confronto, tra le piante di ulivo della Fondazione Le Costantine, e un punto di partenza per ripercorrere la produzione di Kazanxhiu, approfondendone il portato culturale, politico e sociale in relazione all’appartenenza dell’artista alla comunità rom.
JACOPO DE BLASIO: Partiamo dalla tua residenza in Puglia e dalla tua partecipazione al Caloma Festival: il tuo lavoro si ispira alle stratificazioni religiose, culturali e storiche del Salento, rappresentate dai dolmen, dai menhir e dalle chiese barocche. Cosa significano per te il sacro e il profano, e che ruolo hanno nella tua pratica artistica?
SEAD KAZANXHIU: Prima di tutto, grazie per l’intervista. Mi piacerebbe iniziare dalla mia collaborazione con Cijaru. Quando sono stato invitato a prendere parte al programma di residenze artistiche in Salento ho accettato immediatamente, ma in prima battuta non avevo intuito quanto noi albanesi fossimo culturalmente vicini alla Puglia e, soprattutto, al Salento. Durante le mie ricerche ho studiato sia sui testi messi a disposizione da Francesco Scasciamacchia e da Davide De Notarpietro di Cijaru sia direttamente sul campo, visitando luoghi storici e culturalmente rilevanti della regione. Quando ho visitato, ad esempio, i menhir di porto Badisco e la Cripta Sant’Angelo a Casamassella o quando, lungo la strada per Fasano, mi sono imbattuto in delle colonne realizzate in pietra leccese che permettono agli alberi di ulivo di non rompersi. Ho allora deciso di interpretare queste strutture come fossero delle metafore, in quanto per me sono come delle colonne, per l’appunto, che tengono in piedi tutte le differenti fasi storiche e culturali di queste terre, riconoscendole, tenendole insieme e sorreggendole. Quindi, per rispondere alla tua domanda, sacro e profano per me rappresentano delle metafore necessarie a tenere insieme, a mettere a confronto, ma soprattutto a comprendere le differenze. Per questo ho realizzato questa scultura verticale in pietra leccese che ho intitolato Uncovered Layers. E ho invitato degli artigiani locali a incidere nella pietra varie dei dettagli di questi luoghi che ho avuto la fortuna di visitare, così come dei brevi estratti dei testi che ho potuto studiare, come ad esempio le poesie di Rina Durante, quasi fosse una parziale restituzione della storia culturale di questi luoghi. Allo stesso tempo, però, io sono albanese e quindi inserisco nell’opera sia il mio retaggio culturale albanese che quello rom. Un detto popolare albanese per descrivere qualcosa di impossibile è che “le montagne con le montagne non si incontrano”. Per questo ho fatto incidere la domanda “chi ha detto che le montagne non si possono incontrare con le montagne?” sopra il profilo della costa albanese vista proprio dalla Puglia. Vorrei che nel mio lavoro l’impossibile diventasse possibile.
Perché questi Layers (stratificazioni) del titolo sono Uncovered (scoperte)?
Sono uncovered perché la storia è solitamente scritta dai vincitori, ovvero dai più forti. E in un certo senso, anche il tempo contribuisce a coprire la storia con il proprio peso, celandone soprattutto i dettagli. Per questo nel mio lavoro mi piace raccontare l’eredità culturale di minoranze spesso marginali o dimenticate nella storia ufficiale di uno specifico territorio, come ad esempio la Puglia e il Salento.

L’opera si trova nei boschi della Fondazione Le Costantine. In che modo questo ha influenzato il processo creativo? Trovandosi tra la natura più selvaggia e il mondo civilizzato, in un luogo in cui si sono incontrate culture e credenze religiose diverse, pensi che Uncoved Layers possa essere considerata una sorta di scultura liminale?
Si tratta di un lavoro site-specific, ma presto diventerà parte della collezione di un nuovo museo che stanno attualmente costruendo a Casamassella. La mia preoccupazione è che collocando questa scultura al chiuso, tra quattro mura, potrebbe perdere di significato. Per questa ragione, ho proposto ai curatori di collocare l’opera all’esterno dall’edificio museale, vicino a un albero, nell’intento di mantenere inalterata o quasi la struttura dell’opera. Quindi credo che questo lavoro possa essere considerato una sorta di scultura liminale, proprio perché si trova sempre nel mezzo, tra dentro e fuori, tra natura e civiltà. Durante la realizzazione dell’opera, inoltre, mi sono reso conto anche di un’altra analogia significativa tra la Puglia e il mio paese, ovvero il fenomeno dell’emigrazione. Sono luoghi ormai fervidi solamente durante il periodo estivo, e cioè quello più turistico. Per questo, credo sia importante promuovere manifestazioni del genere, in una zona che perde sempre più abitanti, di anno in anno. Ma spero che occasioni di confronto come il Caloma Festival possano spostare la propria programmazione anche oltre l’estate. Forse, le opere installate in determinate zone della regione potrebbero spingere le persone a visitare certi luoghi anche in altri periodi dell’anno.

In The Nest, l’opera che hai presentato a Documenta 15, l’installazione si trova sulla facciata del Fridericianum, in una sorta di equilibrio, per l’appunto, liminale tra l’interno e l’esterno dello spazio espositivo. Cosa significa il concetto di confine nella tua ricerca artistica?
Grazie della domanda. Si tratta di uno spunto interessante, perché questo aspetto caratterizza tutta la mia produzione a dire il vero. Il concetto di confine ha a che fare con il mio essere rom, ovvero la più grande minoranza culturale in europea. E questo essere ovunque e da nessuna parte, significa proprio essere nel mezzo. Dobbiamo sempre combattere per avere un posto dove stare, per essere accettati e riconosciuti. Molti rom hanno addirittura combattuto per l’indipendenza e per la liberazione dei paesi in cui vivono, come in Albania o in Romania, pur non essendo riconosciuti come veri e propri cittadini. Per questo, The Nest è stata collocata metaforicamente sulla facciata del museo, quindi sul confine dello spazio espositivo, mentre all’interno, per la prima volta nella storia di Documenta, erano esposti artisti rom. In questo caso, dunque, l’opera ha in un certo senso raggiunto l‘obiettivo prefissato, mostrando e abbattendo un confine spesso difficile anche solo da valicare.
In tal senso, come pensi che le istituzioni artistiche possano essere davvero più inclusive?
Un esempio virtuoso secondo me è quello della Triennale di Milano. Come ti dicevo prima, noi rom siamo la più grande comunità e minoranza culturale in Europa, ma non siamo mai legittimati riconosciuti, tantomeno presi sul serio. Per questo, la Triennale ha recentemente deciso di concedere un padiglione alla comunità rom. E credo che questo sia un passo quanto mai decisivo per essere più presenti e coinvolti nel sistema dell’arte. Siamo stati a lungo rappresentati da artisti e critici non rom, sempre secondo una prospettiva esterna. Invece, in questo modo, abbiamo finalmente l’opportunità di raccontarci. l’esperienza di Milano, così come quella di Kassel o del festival del cinema di Cannes, è un importante punto di partenza per iniziare a ottenere il giusto riconoscimento culturale, ma soprattutto l’opportunità di rappresentarci, riaffermando il nostro diritto all’autodeterminazione. Spesso, inoltre, non si parla di inclusione, ma di integrazione. E per quanto all’apparenza possano sembrare sinonimi, secondo me non lo sono affatto. L’inclusione, infatti, implica il coinvolgimento diretto nella vita politica e culturale del paese. Mentre l’integrazione no, limitandosi in un certo senso all’accettazione o all’assorbimento di precise specificità all’interno della cultura dominante.

In alcune delle tue opere, come On the Wall, Shtepizeza (Piccole case), A Choice to Be Made, A Price to Be Paid e la stessa The Nest, ricorrono i temi della casa e della patria. Per te questi spazi devono essere aperti verso l’esterno o rappresentano spazi chiusi di appartenenza e, quindi, confini da preservare?
Noi rom abbiamo sempre voluto stanziarci da qualche parte, ma quasi tutti gli stati europei si sono dimostrati piuttosto ostili e respingenti nei confronti della nostra comunità. In un certo senso, siamo dei migranti perpetui. Per questo, la casa rappresenta un luogo sicuro dove trovare riparo e, quindi, da tutelare. Nel mio lavoro, però, non ho mai assunto toni vittimistici. Siamo stati trattati da vittime per anni, per secoli. E molte delle persone della nostra comunità tendono spesso a sentirsi vittime a loro volta. Ma questo atteggiamento, a mio avviso, rischia di essere controproducente. Ecco perché, quando sollevo determinate questioni ci tengo sempre a sottolineare quanto tutti noi rom dovremmo avere il diritto di essere considerati a tutti gli effetti parte integrante della cittadinanza dei rispettivi stati di appartenenza, avendo così l’opportunità di prendere parte attiva al dibattito politico. Io, per esempio, sono rom, ma sono anche orgogliosamente albanese. Sono cresciuto qui, questa è la mia cultura, rappresenta una parte centrale della mia identità. Anche da questa prospettiva, ci troviamo a essere sempre nel mezzo. Vogliamo quindi essere riconosciuti e rispettati, ma non vittimizzati. Di conseguenza, la casa per noi è sicuramente uno spazio aperto, un sinonimo di accoglienza, ma proprio per questo è anche uno spazio da rivendicare e da custodire. A tal proposito, ti consiglio di leggere il libro From Victimhood to Citizenship: The Path of Roma Integration di Andras Biro, Nicolae Gheorghe e Martin Kovats, uno studio incentrato proprio sulla vittimizzazione dei rom e sul concetto di Romani Land. Negli anni, infatti, si è consolidato lo stereotipo che i rom non vogliono appartenere a nessuna comunità oltre quella rom. Ma si tratta di un preconcetto erroneo e antitetico alla realtà dei fatti. Noi siamo rom, è vero, ma vogliamo appartenere. Per questo, Gheorghe parla di Romani Land come di un luogo ideale dove convergere. Potrebbe trovarsi ovunque. L’identità culturale rom ne definisce i mutevoli confini. E poi parliamoci chiaro, oggi sono solamente persone provenienti da contesti agiati a potersi permettere una vita effettivamente nomadica. Oggi, probabilmente, è più costoso essere nomadi che individui stanziali. Pertanto, si tratta di stereotipi ormai datati e obsoleti.
Sebbene la maggior parte delle tue opere abbiano evidenti connotazioni politiche, non sacrificano mai la propria componente estetica. Credi che questi due elementi si completino a vicenda nella tua produzione artistica?
A essere onesti, non mi interessa molto della componente dei miei lavori. Sono più attento al contenuto, al messaggio del mio operato. Detto ciò, vengo comunque da una formazione artistica. Ho frequentato l’accademia e mi è sempre piaciuto disegnare, progettare i miei lavori. Quindi la componente estetica diventa parte integrante dei miei lavori in maniera quasi naturale e istintiva. Non mi interessa realizzare qualcosa di bello o piacevole per lo sguardo del pubblico che però non abbia alcun intento politico o sociale. Ma sicuramente la componente estetica di cui parli è sempre presente e dettagliata nei miei lavori per via della mia formazione, del mio retaggio culturale e, dunque, del mio modus operandi. Sono due aspetti complementari della mia ricerca. Quindi, in realtà, non è che non mi interessi affatto la componente estetica delle mie opere. Costituisce parte integrante del processo creativo, in quanto si rivela sicuramente necessaria a enfatizzare il messaggio politico e sociale veicolato dalle singole opere.

Durante Documenta 15, inoltre, è stato presentato il progetto RomaMoMa. Puoi dirci qualcosa di più riguardo agli obiettivi e ai recenti sviluppi di questa iniziativa?
Sì, RomaMoMa è un progetto in divenire, sviluppato da ERIAC (European Roma Institute for Arts and Culture), che precede Documenta. L’intento è di aprire nel futuro prossimo un museo della cultura e dell’arte rom. Al momento, infatti, il museo è ancora uno spazio virtuale, ma speriamo diventi presto tangibile. In questo modo, gli artisti rom avranno la possibilità di raccontarsi in prima persona e di confrontarsi anche con studiosi, artisti e curatori non rom nella realizzazione dei singoli progetti espositivi, tentando di abbattere queste barriere culturali e politiche, fatte di stereotipi e di pregiudizi.
Più in generale, secondo te che ruolo svolge l’arte contemporanea all’interno della comunità rom? E come viene recepita?
Quando si parla di forme di arte in un certo senso più tradizionali, queste sono sicuramente più immediate, mentre quando si parla, ad esempio, di arte più concettuale ovviamente questo richiede più tempo alla comunità per digerirla e per apprezzarla. Ma è normale che sia così. L’arte credo sia la più alta forma di comunicazione, e a volte può essere difficile da comprendere. Non possiamo aspettarci che tutti la capiscano immediatamente. Ma coinvolgendo attivamente la collettività nella realizzazione di questi lavori, questo processo di metabolizzazione diventa senz’altro più rapido. E questo aspetto comunitario rende un’opera sicuramente più rilevante. Sai, anche a me è capitato di vedere persone deridermi inizialmente durante la realizzazione di alcune opere, Baltosje su tutte. Ma pazientando il giusto, alla fine il significato sociale e politico dell’opera viene recepito dal pubblico. Non possiamo aspettarci che i nostri lavori abbiano tutti un impatto immediato e significativo sulla comunità rom e non. Certi lavori richiedono più tempo, altri meno. È normale sia così. Ma prendendoci il tempo necessario a favorirne la comprensione, rendendo la comunità effettivamente partecipe, i risultati sono più durevoli e, soprattutto, più significativi.
Forse erroneamente, la comunità rom viene spesso associata al concetto di tradizione. Cosa significa questo per te e per la tua ricerca artistica?
Si parla spesso di tradizione, è vero, ma in realtà non ne rimane pressoché nulla, sta andando perduta. Mi impegno molto a preservare e tramandare ciò che rimane. In tal senso, la tradizione per me è molto importante e credo vada tutelata. Ma parlare di tradizione, quando praticamente nulla viene custodito e valorizzato al di fuori della nostra comunità, risulta abbastanza difficile. Spesso sento dire, anche dalle istituzioni albanesi con le quali collaboro, “voi rom avete una cultura bellissima”. Ma di quale cultura parlano, se non ne sanno nulla, facendo spesso finta che neanche esista? La nostra cultura è frammentata e anche per questo non è documentata come altre culture “riconosciute” e ufficiali. Ma la tradizione non può che essere solamente un punto di partenza, perché la cultura si sviluppa e cambia nel tempo. Oggi nella stessa comunità rom puoi trovare numerose influenze differenti. Si tratta sempre del risultato di un incontro, spesso fortuito, tra la cultura rom, o per lo meno quello che rimane di quella tradizione, e la cultura del luogo dove quella parte di comunità si è stanziata in passato.

Ritieni che una maggiore attenzione alla comunità rom da parte del mondo dell’arte possa in qualche modo ostacolare il principio dell’autorappresentazione, attraverso la mercificazione della vostra identità culturale e della vostra “alterità”, che, da una prospettiva colonialista occidentale, spesso si rivela stereotipata e riduttiva? E come artista membro della comunità rom, quali ritieni siano le tue responsabilità, se pensi di averne?
Assolutamente sì, il rischio della mercificazione è sempre dietro l’angolo. Per questo, credo sia assolutamente necessario autorappresentarci. Questa è la nostra responsabilità. Mi piace sempre ricordare che noi rom non abbiamo vere e proprie istituzioni. La nostra istituzione è la famiglia. La nostra è una cultura dei margini, sviluppatasi nello spazio domestico, all’interno della comunità stessa. Ma oggi, ovviamente, anche la situazione sociale della comunità rom è cambiata. E diventa sempre più difficile preservare questo retaggio culturale che, senza l’attenzione di vere e proprie istituzioni, rischia di andare perduto per sempre.
Nel tuo lavoro utilizzi diversi media. Se dovessi descrivere il tuo lavoro con una sola parola, quale sarebbe?
Anche questa è un’ottima domanda. Ma onestamente, non saprei. È vero preferisco, lavorare con differenti media per non sentirmi limitato nell’esprimere i miei pensieri. E mi piace confrontarmi con diversi materiali. Quindi non saprei quale parola utilizzare per descrivere il mio lavoro. Ma se mai dovesse venirmi in mente qualcosa, ti farò sapere.
In copertina: Sead Kazanxhiu, The Nest, 2012–2022, installato sulla facciata del Fridericianum a Documenta XV © documenta and Museum Fridericianum gGmbH, photo: Nicolas Wefers
