«Passare attraverso la perdita delle proprie risposte» scriveva il poeta Paul Celan in un celebre frammento che ha dato l’avvio a un libro di Anne Carson, Economia dell’imperduto. Imperduta sembra anche l’arte di Ismaele Nones, che si muove tra temporalità contrastanti, ere e spazi geometrici diversi che mostrano l’arte come un grande colloquio amoroso senza risposte definitive, una piazza aperta dove ciò che sembrava smarrito si ritrova attuale, o ancora di più: gettato verso il futuro. Intervisto Ismaele Nones in occasione della mostra What we hold, what we lose nella galleria veneziana di Tommaso Calabro, figura centrale nel nuovo panorama europeo dell’arte, anche lui convocato nella conversazione.

Giorgiomaria Cornelio: La prima domanda riguarda un elemento che accomuna entrambi: un fattore anagrafico. L’idea del talento precoce interessa da sempre il mondo dell’arte. C’è una fissazione per il nuovo, per ciò che irrompe – per il “duende”, il daimonico persino. Nones, la tua pittura è emersa molto presto nel panorama contemporaneo; Calabro, anche il tuo sguardo galleristico si è affermato quando eri ancora ventenne. In entrambi i casi si avverte quasi una percezione di talento prodigioso. Allora vi chiedo: è difficile essere un prodigio?
Ismaele Nones: Ti rispondo con sincerità: la parola prodigio non mi piace molto. Dietro questo mestiere ci sono molte cose, soprattutto molto lavoro e una serie di condizioni che devono formarsi. Non mi sento affatto un prodigio. In fondo faccio fatica persino a rispondere alla domanda, perché non mi riconosco in quella definizione.
Tommaso Calabro: Per me la questione è diversa. La mia fortuna è stata avere sempre voluto fare questo lavoro. Il fatto che le cose siano accadute piuttosto rapidamente dipende dal fatto che avevo le idee molto chiare. Molte persone della nostra generazione hanno impiegato più tempo perché non avevano ancora trovato la propria strada. Quando sai con precisione cosa vuoi fare, il percorso tende ad accelerarsi. Certo: iniziare molto presto significa anche ricevere maggiore attenzione, nel bene e nel male. A volte si rischia di essere considerati un “figlio di…”, oppure qualcuno sostenuto da altri. Sono dinamiche che fanno parte del gioco. Per quanto mi riguarda, la cosa decisiva è stata sapere cosa volevo fare e provarci con convinzione.

Ismaele Nones: La parola prodigio porta con sé un’idea quasi magica: come se qualcuno nascesse con un talento già dato. In realtà non c’è nulla di prodigioso. C’è moltissimo lavoro. C’è anche fortuna, certo. La fortuna di trovare qualcosa per cui ti senti portato e che allo stesso tempo ti appassiona. Non è affatto scontato. Oggi, con tutti gli stimoli che ci circondano, dedicare tanto tempo a una sola cosa è tutt’altro che semplice.
Tommaso Calabro: La fortuna esiste, e allo stesso tempo si può creare il terreno perché arrivi. Ci sono momenti nella vita — soprattutto all’inizio di una carriera — che possono cambiare tutto. Per esempio: se non avessi visto il lavoro di Ismaele qualche anno fa, forse oggi non saremmo qui a parlarne. Sono incontri decisivi.

Giorgiomaria Cornelio: C’è un aspetto che mi sembra molto evidente nei vostri lavori: una sorta di collasso dei tempi. Nel lavoro di Nones si avverte un’attenzione, tra il filologico e lo scapigliato, che mette in dialogo Giotto, il Rinascimento, il surrealismo, insieme a una sensibilità decisamente contemporanea nell’andare incontro a una certa rappresentazione “omoerotica”. Non è un postmoderno citazionista – piuttosto sembra che il passato riaffiori in superficie, irrompa con una nuova forza. Anche Calabro ha una fascinazione per il passato: Leonor Fini, che ha contribuito a far riscoprire, de Chirico, il surrealismo. Il futuro è alle spalle?
Tommaso Calabro: Nel mio caso la questione riguarda anche il modo in cui concepisco la galleria. L’ho impostata in maniera piuttosto tradizionale: un luogo di incontro tra persone. Mi sono sempre ispirato ai grandi galleristi del Novecento, da Carlo Cardazzo a Leo Castelli. Mi interessa molto anche il loro lato editoriale. I cataloghi degli anni Sessanta e Settanta, dal punto di vista grafico e progettuale, restano tra le cose più straordinarie prodotte nel mondo dell’arte. Naturalmente interviene anche il gusto personale. Nel mio caso c’è un interesse marcato per il surrealismo e per alcune linee della pittura del Novecento. Questo influisce inevitabilmente anche sulla scelta degli artisti contemporanei. Quando si guarda un quadro di Ismaele si ha la sensazione di un tempo sospeso. L’opera è contemporanea e allo stesso tempo dialoga con altri momenti della storia dell’arte. In fondo abbiamo già visto tutto. La questione è rivederlo con occhi diversi.
Ismaele Nones: Faccio fatica a pensare il tempo come una linea. Preferisco immaginarlo come una piazza. La piazza dell’arte. Per comprendere un’opera la cronologia resta necessaria. Allo stesso tempo diventa difficile immaginare qualcosa di completamente nuovo senza riferimenti. Mark Rothko, senza le icone russe, non si spiega. In un certo senso tutta l’arte contemporanea contiene già la storia dell’arte. I tempi convivono.

Giorgiomaria Cornelio: Questa immagine della piazza mi interessa molto. In una piazza i tempi si incontrano. Qualcosa di simile accade oggi anche nei media digitali. Pensiamo a TikTok: immagini di epoche diverse convivono nello stesso flusso, prive di una cronologia stabile. Non sappiamo più se un video appartenga a cinquant’anni fa o sia stato generato ieri da un algoritmo. Che rapporto avete con questo flusso di immagini digitali che, a sua volta, mischia i tempi, li sfasa, li rimette in circolo?
Tommaso Calabro: Dal punto di vista del gallerista si tratta di un cambiamento enorme. Le nuove generazioni hanno una soglia di attenzione che oscilla tra i tre e i dieci secondi. Questo modifica radicalmente anche il funzionamento delle gallerie. In passato le gallerie si basavano sullo stock: rappresentavano pochi artisti e accumulavano molte opere. Il potere di una galleria si misurava anche dalla quantità di lavori che possedeva. Oggi questo modello entra in crisi. L’attenzione del pubblico si sposta continuamente. Per mantenere visibile un artista bisogna esporlo con costanza, altrimenti viene dimenticato. Questo produce anche fenomeni speculativi: artisti che salgono rapidamente di prezzo e che, nel giro di pochi mesi, possono scendere altrettanto velocemente. Le gallerie dovranno diventare molto più elastiche per sopravvivere.
Ismaele Nones: Dal punto di vista dell’artista percepisco anche il bisogno opposto. In mezzo a questa velocità cresce il desiderio di immagini che rallentano il tempo. Nel mio lavoro mi interessa proprio questo: creare immagini davanti alle quali si possa restare. Non tutto deve essere veloce.

Giorgiomaria Cornelio: Vorrei toccare un altro punto, da amante delle icone come Nones. Nella tradizione bizantina l’immagine possiede una certa autonomia: l’autore è soltanto un mezzo della santità, scompare dietro l’immagine stessa. Oggi, con l’intelligenza artificiale e con le immagini generate automaticamente, sembra emergere una situazione simile: molte immagini non hanno più un autore riconoscibile. Eppure funzionano, proliferano, toccano ogni aspetto del paesaggio culturale. L’arte sta tornando anonima?
Ismaele Nones: Personalmente non sono molto interessato alla figura dell’artista come personaggio. Mi interessa l’opera. La personalità dell’artista può funzionare come un ponte tra l’opera e la società. Non dovrebbe diventare il fondamento di tutto, altrimenti l’opera rischia di passare in secondo piano. Lo vediamo anche nella storia dell’arte: se anche non conoscessimo perfettamente la vita di certi artisti, le opere continuerebbero a parlare.
Tommaso Calabro: Quello che dice Ismaele non è affatto scontato. Dagli anni Ottanta in poi molti artisti hanno avuto successo innanzitutto come figure pubbliche. Penso a Damien Hirst o Jeff Koons. In quei casi la personalità ha avuto un ruolo determinante. Oggi però, da gallerista, tra l’opera e il personaggio mi ritrovo a scegliere l’opera. Qualche anno fa non avrei risposto così.

Giorgiomaria Cornelio: Arriviamo all’ultima domanda. Viviamo in un’epoca in cui il corpo umano non sembra più il soggetto predominante, ma qualcosa inserito in una più vasta rete – e che potrebbe anche dileguare, essere “messo da parte”. Nel lavoro di Nones la figura umana rimane invece centrale. C’è ancora bisogno dell’umano nell’arte?
Ismaele Nones: Come soggetto non necessariamente. Possiamo anche farne a meno. Come presenza dietro l’opera, invece, è fondamentale che ci sia l’essere umano. Lo dico da appassionato scacchista… anche con l’intelligenza artificiale succederà qualcosa di simile a ciò che è accaduto negli scacchi: il computer è diventato il giocatore più forte del mondo. Eppure, le persone continuano a seguire le partite tra esseri umani. Abbiamo bisogno di relazionarci con altri esseri umani.
Tommaso Calabro: Sono d’accordo. L’arte non è un bisogno primario come mangiare o bere. Risponde però a bisogni profondamente umani: relazione, interpretazione, dialogo. Il mondo dell’arte esiste proprio grazie alle interazioni umane. La tecnologia cambierà molte cose, ma questo elemento resterà centrale.
Ismaele Nones. What we hold, what we lose
Tommaso Calabro, Venezia
14 febbraio – 4 aprile 2026
In copertina: Ismale Nones, I’m fine, I’m just dying, 2024
