“In realtà, fino a questo momento nessuno ha determinato quale sia il potere del Corpo, cioè fino adesso l’esperienza non ha insegnato a nessuno che cosa il Corpo, in base soltanto alle leggi della natura in quanto è considerata come corporea, possa o non possa fare se non sia determinato dalla Mente. Nessuno, infatti, fino adesso, ha conosciuto la struttura del Corpo tanto accuratamente da poter spiegare tutte le sue funzioni”. Così scrive Spinoza nell’Etica, III, scolio proposizione II.
A distanza di quasi trecentocinquant’anni (com’è noto l’Etica verrà pubblicata postuma nel 1677, lo stesso anno della morte del suo autore) non si può certo dire che abbiano trovato una soluzione i dubbi avanzati da Spinoza riguardo a un’effettiva conoscenza della fisionomia del corpo e dei suoi poteri, considerati nel loro dispiegamento effettivo, senza ricondurli alla supremazia dei sofisticati, quanto variegati, schemi costruiti dalla mente. Anche se la potenza – oltre il potere – del corpo ha cominciato progressivamente a irrompere nella scena filosofica ed estetica del secondo Novecento, grazie soprattutto alle vigorose, e per molti versi decisive, rivendicazioni avanzate da Deleuze. Che è ricorso, in primo luogo, proprio al pensiero “maledetto” del filosofo olandese per esplorare imprevedibili costellazioni problematiche, sapendo bene che gli interrogativi sollevati da Spinoza circa un’individuazione della potenza annidata nel corpo non si lasciano sciogliere se si prescinde dalle categorie di cui si serve la mente.
Ne è stato sempre convinto anche Jean-Luc Nancy. Con una particolarità difficilmente trascurabile, in quanto è tra i pochi filosofi ad essersi approssimato all’obiettivo – considerato da Spinoza assolutamente arduo – di stabilire il “potere del corpo”, insieme alle sue “leggi”, senza ricorrere alle deduzioni del pensiero. Un compito che Nancy è stato molto vicino a realizzare quasi compiutamente, con la sconcertante semplicità di chi ha messo in gioco – o meglio ha dovuto mettere in gioco – il proprio corpo, sottoponendosi nel 1991 a un trapianto di cuore che gli ha consentito di vivere trent’anni, precisamente fino al 2021.
Si tratta di un evento determinante nella vita di Nancy – e non potrebbe essere altrimenti – che, però, non imprime tracce tangibili nella sua articolata ed estesa produzione successiva. Bisogna attendere il 2000 perché Nancy ritorni esplicitamente su questo episodio attraverso L’intruso, un libretto esile ma di straordinaria densità concettuale, tradotto in italiano rapidamente da Cronopio, l’editore che ha promosso la conoscenza di Nancy nel nostro paese, confermandosi poi uno dei suoi punti di riferimento privilegiati. Lo ribadisce una nuova edizione del libro, corredata da un’intervista rilasciata nel 2000 alla curatrice Valeria Piazza e da un Post scriptum redatto tra il 2005 e il 2017, a cui si aggiunge un partecipe saggio conclusivo di Antonella Moscati, sempre stata, insieme a Giorgio Agamben, Roberto Esposito e Federico Ferrari, tra i principali interlocutori italiani di Nancy.
L’“intruso” al centro della riflessione di Nancy è proprio il cuore trapiantato. Un organo estraneo diventato il motore della sua vita, che dipende oramai esclusivamente dal funzionamento di questa componente essenziale. Ciò che gli appartiene più intimamente coincide, dunque, con l’elemento a lui più estraneo, connaturato a qualcuno che egli non ha mai conosciuto. Ecco il lacerante paradosso che Nancy, associando il suo consueto rigore a un misurato pudore esistenziale, si accorge di non riuscire a schivare. Ne risulterebbe compromessa la coerenza di un itinerario filosofico interamente rivolto a dividere, per poi tornare a intrecciare, il proprio dall’estraneo.
È il problema – l’inaggirabile problema – affrontato in tutto il saggio. Con una differenza, però, riguardo al percorso teoretico precedente. Adesso la sua riflessione non può ammettere ventate astrattive né impulsi speculativi. Parte esclusivamente dal suo corpo per chiudersi su di esso, sulla drammaturgia di un “sé stesso” che non potrebbe essere più provvisoria, sempre piegata alle necessità insopprimibili della sopravvivenza. Che, come sottolinea in alcuni passi cruciali del libro, una volta rispettata, comincia puntualmente a deviare dalla linearità della traiettoria prevista: “Inizialmente il trapianto si presenta come una restitutio ad integrum: si ha di nuovo un cuore che batte. Di fronte a questo tutta la dubbia simbologia del dono dell’altro, di una complicità o di un’intimità segreta, fantomatica, fra l’altro e me si sgretola subito. […] Ben presto tuttavia l’altro come straniero comincia a manifestarsi”.
La percezione di tale alterità non innesca, però – lo si è appena detto –, uno slittamento verso prospettive squisitamente teoretiche, dove identità e alterità acquistano un’autonoma fisionomia statutaria. Entrambe rimangono, viceversa, radicate saldamente nella fisiologia del trapianto. Tutt’altro che conclusa. L’ipotesi sempre presente del rigetto rende, infatti, l’“intruso” una minaccia fantasmatica, ma non per questo priva dei suoi concreti riverberi patologici. “La possibilità del rigetto – osserva Nancy – mette in una doppia estraneità: da una parte quella del cuore trapiantato, che l’organismo identifica e attacca in quanto estraneo, e dall’altra quella della condizione in cui la medicina pone chi ha subito il trapianto per proteggerlo. Essa abbassa la sua immunità in modo che egli possa sopportare l’estraneo”.
È proprio qui, nell’asimmetria di questa relazione tra immunità ed estraneità (analiticamente affrontata, attraverso un’autonoma traiettoria, da Roberto Esposito in Immunitas. Protezione e negazione della vita, uno tra i suoi lavori più noti), che il paradosso a cui si alludeva si congiunge con un’ambivalenza stridente, costringendo il pensiero a integrarsi con un corpo oramai irriconoscibile. Sopportare l’estraneità, dovendo necessariamente conviverci, implica una sua progressiva dilatazione, tanto da estenderne il perimetro fino alla completa assimilazione da parte di ogni fibra del soggetto. Perciò, sottolinea subito dopo Nancy, “l’intruso è in me e io divento estraneo a me stesso. Un rigetto sarebbe molto forte, bisogna quindi farmi resistere alle difese dell’organismo umano. […] Ma divenire estraneo a me stesso non mi avvicina all’intruso. Sembra che questa sia una legge generale dell’intrusione: non vi è mai un’intrusione unica: non appena se ne produce una, si moltiplica e si identifica nelle sue rinnovate differenze interne”.
Per effetto di tale “legge generale” il corso dell’intrusione si allarga concentricamente. Spostandosi dal corpo finisce per insinuarsi, invadendoli, nei minimi segmenti della vita fisica e intellettiva. La consapevolezza che la vita di ciascun individuo (l’orizzonte concettuale più arduo per il pensiero, non solo una semplice presenza, come nota acutamente Antonella Moscati nella postfazione dal titolo emblematico Verso la vita/la morte) dipende dall’incorporazione di un “intruso”, insediatosi con la funzione di principio propulsore di qualsiasi singola esistenza, spinge Nancy a recidere il nodo che tradizionalmente lega l’identità personale alla proprietà inalienabile – non importa se consunta o, in apparenza, smagliante – di chi nel tempo l’ha solidificata. La curva metabolica seguita lungo nove anni dal trapianto del cuore ha raggiunto, così, il suo vertice. “Intruso”, a questo punto, è il soggetto stesso che ha subito il trapianto. È il suo “esserci” – per ricorrere alla terminologia heideggeriana – a risultargli profondamente estraneo. Nell’intervista con Valeria Piazza, compresa anche nella nuova edizione del libro, Nancy non dimostra alcuna difficoltà nell’ammetterlo senza mezzi termini: “Sono piuttosto io «stesso» il primo straniero, da sempre, già prima del trapianto: è questo che mi incuriosisce”. Si tratta certo di una curiosità non da poco, che ripropone come costitutiva del soggetto l’aporia al centro di tutta la riflessione precedente di Nancy (dalla Comunità inoperosa al postumo Cruor, passando, ovviamente, per Corpus) che ora si avvale dell’ineludibile valore testimoniale assicurato, hic et nunc, dal suo corpo, dalla sua vita biologica.
Non potrebbe essere davvero maggiore la distanza da qualsiasi tentativo di volgere i paradossi dell’identità personale in chiave intersoggettiva (è il caso, per esempio, di Ricoeur in Sé come un altro, rimasto nel solco di una koiné fenomenologica contaminata da alcune suggestioni di stampo analitico). Per chi si scopre come “il primo straniero” a sé stesso non c’è apertura possibile nei confronti di chiunque altro. Resta solo “la comunità inconfessabile” – direbbe Blanchot – di molteplici intrusi, tutti estranei tra loro, afferma Nancy nel corso della medesima intervista: “Di conseguenza noi condividiamo una estraneità rigorosamente incondivisibile. E se non condividessi questo incondivisibile non mi condividerei neppure con me stesso, se così posso dire”. Decisamente non esiste sfida più spericolata per il pensiero e per il corpo di ciascuno di noi.
Jean-Luc Nancy
L’intruso
a cura di Valeria Piazza
postfazione di Antonella Moscati
Cronopio 2024, 89 pp., € 10
Leggi anche: Antonella Moscati, Jean-Luc Nancy, Verso la vita / la morte
In copertina: Jean-Luc Nancy
