Estetica dell’indagine

Se non teniamo conto dell’estetica dell’indagine a cui ricorrono le operazione investigative contemporanee basate sull’informazione Open Source, ci perdiamo una parte importante di queste operazioni. Concentrarci unicamente sui “contenuti” informativi e fattuali, in tal senso, sarebbe un errore – a cui peraltro ci invitano le produzioni OSINT stesse attraverso il loro tunnel logico-dimostrativo. La dicotomia stabilita dal teorico dei media Lev Manovich tra la narrazione e il database come due processi culturali che si confrontano con l’arrivo dei nuovi media sembra essere messa in crisi dall’attuale ascesa di queste pratiche connesse. Esse si nutrono di entrambe: a partire dalla produzione, scoperta o raccolta di dati fino alla costruzione negoziata di una narrazione che, mettendoli in relazione e ordinandoli, conferisce loro un significato. In generale, la ricerca OSINT tenta di ottenere risultati verificabili e persuasivi che ci aiutino a comprendere un mondo contemporaneo caratterizzato da una forte densità semiotica. L’indagine open source presuppone la rivelazione o la decodifica di una realtà finora ignorata o fraintesa, a conclusioni non contenute “immediatamente” nel database (ma da esso derivate). Tuttavia, il campo artistico non coincide precisamente questa regola metodologica e deontologic. Vale quindi la pena di non trascurare le distanze tra approcchi OSINT afferenti all’esperienza creativa e altri inseriti in una pratica sociale di tenore attivista, giudiziario, giornalistico o ancora scientifico. Senza predisporre distinzioni troppo rigide, bisogna determinare quali potrebbero essere le specificità dei gesti artistici d’ispirazione OSINT in un momento in cui la creazione, spinta da emergenze politiche ed ecologiche sempre più urgenti, sembra essere sempre più alleata con le scienze sociali.

Lena Windisch, Searching for the perfect gentleman. An investigative journey, 2019

Le forme dell’indagine

Sembra che oggi “creazione” faccia sempre più rima con “indagine”. Questa constatazione è condivisa da diverse analisi francesi pubblicate intorno al 2019 in diversi ambiti di ricerca: quella di Danièle Meaux (Enquêtes. Nouvelles formes de la photographie documentaire), di Laurent Demanze (Un nouvel âge de l’enquête) e di Aline Caillet (L’art de l’enquête. Savoirs pratiques et sciences sociales)[1]. Le categorie che ci permettono di cogliere e situare questa tendenza d’ampiezza internazionale sono numerose: la svolta documentaristica delle pratiche artistiche; l’articolazione tra queste ultime e le scienze sociali, in un contesto di impegno; più in generale, lo sviluppo spontaneo e la valorizzazione istituzionale dell’intersezione tra ricerca e creazione secondo una tradizione anglosassone…. Tale situazione risponde agli auspici formulati più di un secolo fa dal filosofo nordamericano John Dewey[2], quando esaminò il problema della (ri)configurazione dello spazio pubblico nel contesto politico e informativo moderno. Per Dewey, la funzione artistica era la chiave di volta delle indagini – e soprattutto della loro trasmissione – in grado di ridescrivere il mondo che condividiamo configurando diversamente l’universo sociale. Un programma ancora attuale, ma con una nuova rilevanza derivante dall’imposizione delle infrastrutture digitali.

Intesi come “documenti”, i dati multimediali delle reti alimentano oggi “poetiche documentarie” e/o “forensi” che “svelano” queste informazioni mettendo in campo “un’attenzione ai tratti salienti dei documenti e alle arene che li contengono”[3]. Attraverso un legame storico con le pratiche del saggio cinematografico, analitico e riflessivo, basato sullo studio critico dei materiali audiovisivi documentari e delle loro possibilità di mobilitazione (incarnato in modo emblematico da Harun Farocki), questi gesti creativi sovente imperniati sul medium audio-visivo si inscrivono in una preoccupazione che è meno “aletica” (“è vero?”) che “etica”: “quale punto di vista è posto su questi documenti? Cosa implica la selezione? Procedere in questo modo rende giustizia ai documenti?”[4]. In questo senso, tali declinazioni artistiche costituiscono un importante spazio di consapevolezza critica rispetto al cieco assorbimento nelle dimostrazioni OSINT: ad esempio, quando queste ultime assumono la piega di un’estetica-logica della fatalità che ci porta inesorabilmente dal punto A al punto B (che rievoca una certa forma di discorso d’autorità che tuttavia cerca di contraddire); oppure la piega di una scatola nera (black box) che cela gli strumenti tecnologici e le metodologie che strutturano le informazioni.

Harun Farocki, Images of the world and the inscription of war / Bilder der Welt und Inschrift des Krieges, 1988, film still 

Alcune pratiche artistiche attingono liberamente alle forme plastiche, ai protocolli, alle fonti o alle metodologie dell’OSINT senza voler necessariamente produrre una verità scientifica verificabile. Così, l’indagine può essere svuotata della sua dimensione funzionale e teleologica, mantenendo, ad esempio, solo la mostrazione di banche dati eterodosse, o portare alla formulazione di una narrazione ironica, assurda o poetica. Indagine significa anche “essere alla ricerca di”: un processo, un movimento, una traiettoria. Più che rivelare una verità nascosta o trovare risposte, si tratta di mostrare i meandri e le sinuosità dell’indagine condotta per generare o soddisfare “affetti epistemici” come la curiosità. Nelle opere della videasta Chloé Galibert-Laîné come GeoMarkr (2022), ad esempio, ci troviamo di fronte ad  un’indagine dell’indagine, poiché “non c’è semplicemente un’eccitazione per aver scoperto’, c’è piuttosto sia un’eccitazione per il processo di elaborazione concettuale sia una sorta di adesione […] di sentimenti, affetti, al contenuto cognitivo stesso di questa elaborazione”[5].

Se da un lato va celebrata la decompartimentazione dei campi istituzionali e il desiderio di un quadro di intelligibilità trasversale che aiuti a pensare il mondo in tutta la sua complessità, dall’altro la tendenza a indagare dell’arte contemporanea può rischiare di trasformarla in uno strumento messo al servizio delle scienze sociali, mentre la sua autonoƒmia è correlata alla sua funzione critica, estetica e poetica. Così, il riconoscimento del lavoro di Forensic Architecture in ambito artistico – il collettivo è stato addirittura candidato al Turner Prize nel 2018 -, ha contribuito a generare confusione intorno alla natura delle sue produzioni. Il contesto dello spazio museale che spesso ospita il lavoro del gruppo britannico, in assenza di altri spazi fisici di esposizione e visibilità, ha spinto talvolta a identificare le loro indagini come un oggetto puramente estetico, minando così la loro credibilità o minimizzando l’impressione di rigore scientifico. Per riacquistare una maggiore efficacia politica all’interno delle pratiche attivistiche OSINT, potrebbe quindi essere utile distinguere chiaramente gli approcci e gli obiettivi di ciascun attore coinvolto, nonché le modalità più o meno dirette di queste connessioni.

Chloé Galibert-Laîné, GeoMarkr, 2022

Quali fini per le nostre indagini?

A differenza del giornalismo o del sistema giudiziario, l’arte può permettersi il lusso di non avere come fine quello di ottenere una verità chiara, assoluta e oggettiva. Il fine può essere invece quello di perdersi, di disorientarsi all’interno di una molteplicità di fonti e dati, di sondare un territorio (virtuale): un’esperienza più fluttuante, indecisa. Si tratta di esplorare i poteri della “dimensione estetica della ricerca”, troppo spesso trascurata in ambito scientifico. La dimensione ludica e sensibile dell’indagine viene così celebrata e accolta da alcune pratiche artistiche che si soffermano ad assaporare il piacere delle deviazioni, dei percorsi che non portano da nessuna parte, dei ritorni indietro, delle false piste, della suspense e della serendipità, piaceri di fronte ai quali i risultati, l’oggettività o la verità passano in secondo piano.

Il corto Searching for the perfect gentleman. An investigative journey, di Lena Windisch (2019) racconta un’indagine, condotta esclusivamente con dati e immagini open source, circa un poster visto nella vetrina di un parrucchiere di Marsiglia[6]. Molto rapidamente, capiamo che l’oggetto di questa indagine OSINT è solo una scusa per l’artista per intraprendere un viaggio attraverso le strade di diversi Paesi con Google Street View e per interagire con sconosciuti situati in tutto il mondo con cui altrimenti non avrebbe mai parlato.  Allo stesso modo, A business with no end (2018) è un’indagine OSINT che l’artista Jenny Odell ha realizzato per il New York Times. L’autrice costruisce una traiettoria vertiginosa da un sito all’altro, utilizzando solo strumenti online gratuiti (Wayback Machine, Website informer, like e post di Facebook, database di marchi o banche di immagini…), cercando di trovare una spiegazione per un pacco Amazon consegnato all’indirizzo sbagliato[7]. L’autrice condivide con noi le risorse utilizzate per rintracciare i link che collegano i rivenditori online potenzialmente fraudolenti. Sia il lavoro di Windisch che quello di Odell evidenziano lo stretto intreccio tra l’online e l’offline e la forte dimensione geografica delle indagini OSINT, contemporaneamente localizzate e remote. I loro viaggi virtuali diventano itinerari topografici da un punto di partenza spaziale e simbolicamente aneddotico (un parrucchiere a Marsiglia, un pacco indesiderato a Palo Alto) a un punto di arrivo ancora più insignificante. Indagini OSINT senza fine ma anche senza meta, senza obiettivo.

Lena Windisch, Searching for the perfect gentleman. An investigative journey, 2019

Al contrario, alcune pratiche artistiche contemporanee condividono con l’OSINT, come praticato in altri campi disciplinari, un maggior rigore epistemologico, un’etica scientifica e un progetto critico o l’intenzione di avere un impatto politico nella sfera pubblica. L’artista-investigatore/trice inventa e immagina i propri strumenti e metodi di indagine – e di esposizione – che può adattare alle singolarità di ogni caso e di ogni contesto, grazie al suo inserimento nel terreno meno ortodosso dell’arte o della poesia. Così, invece di affermare una verità categorica, può costruire una situazione in cui il pubblico adotta una posizione di deliberazione e deve produrre la propria verità.

Per l’artista-investigatore/trice OSINT, seguendo il celebre paradigma “indiziario” di Ginsburg, i dettagli marginali, microscopici, invisibili o insignificanti dell’esperienza diventano tracce, indizi, sintomi rivelatori da interpretare che si impongono al di là delle canoniche e consolidate regole metodologiche o scientifiche. L’ultimo lavoro di Eyal Weizman (fondatore di Forensic Architecture) e Matthew Fuller propone un’estetica investigativa basata sulla teoria dei “modi di rilevamento””che considera ogni oggetto materiale e ogni forma di vita un sensore che, come una fotografia, rileva e registra i cambiamenti del suo ambiente[8]. Questa materialità sensibile non parla da sola, almeno per noi umani: dobbiamo quindi decodificare il suo linguaggio per rendere intelligibile la sua testimonianza. L’orizzonte futuro dell’estetica OSINT è quindi lo sviluppo di mezzi con cui gli incidenti della realtà catturati dai non umani saranno rilevati, registrati, trasformati in dati e presentati a un pubblico umano: “una questione cruciale per l’estetica è sviluppare capacità di creazione di significato adatte a tali pluralità di sensazioni”[9]. Si tratta di trasformare la molteplicità dei modi di esistenza del pianeta in “fonti aperte”, facendo collaborare l’intelligenza umana con quella non umana.

Nuove ecologie investigative

Non basta affermare la ricomparsa di un’epoca passata e fondante dell’inchiesta (a cavallo tra il XIX e il XX secolo). Né è sufficiente sottolineare l’assorbimento e l’ibridazione di queste pratiche all’interno delle attività artistiche. Esaminando l’esplosione delle pratiche OSINT attraverso la rete, siamo spinti a ripensare il paradigma e l’immaginario attraverso cui guardiamo il processo investigativo ridefinendo i contorni degli ecosistemi che abita. Ci troviamo in un’epoca di nuove indagini, si potrebbe dire, poiché queste emergono ed elaborano nuovi ambienti di informazione e conoscenza. Riassumendo, si potrebbe dire che il paradigma e l’immaginario “classico”  raffiguravano 1. un investigatore (uomo), professionista e solitario, 2. che si recava sul campo, 3. per identificare e cogliere una realtà accaduta (anche se non immediatamente leggibile)[10]. Questo modello, tuttavia, non ci permette di cogliere appieno l’orizzonte promettente delle iniziative OSINT. La loro osservazione ci invita a considerare un’ecologia alternativa dei gesti investigativi (reali e potenziali). Se si può parlare di contro-indagine a tal proposito, non ci si riferosce semplicemente al senso di una ricerca che porta a un sapere alternativo e antagonista rispetto a quello imposto dall’alto (dai media, dalle istituzioni e dalle grandi aziende…), ma anche a modi diversi di fare.

Chloé Galibert-Laîné, GeoMarkr, 2022

La contro-indagine open source per lo più implica: 1. agire in modo collaborativo, in rete, tra cittadini impegnati (spesso dilettanti, a volte in simbiosi con professionisti); 2. agire a distanza studiando le mediazioni (i documenti disponibili), pur potendo articolare questa indagine con un’altra sul campo; 3. non soffermarsi solo sull’accertamento di una pura verità fattuale, in una dinamica piuttosto generativa e mobilizzatrice. Queste nuove dimensioni dell’inchiesta OSINT possono anche tracciare i contorni di un’altra valorizzazione dell’indagine che segna il contesto contemporaneo: quella che emerge nell’ambito dell’ecologia politica, debitrice, tra l’altro, delle teorie dell’inchiesta che si sono diffuse in ambito socio-antropologico (grazie a firme come Tim Ingold o Bruno Latour). Gli inviti all’indagine di autori francofoni come Josep Rafanell I Orra o Lena Balaud e Antoine Chopot cercano di contrastare la siderazione emanante dal  sistema dominante e le sue complementari minacce di collasso, per orientare un intervento a partire da nuove alleanze[11].  Le pratiche OSINT possono contribuire a questa indagine militante, come dimostra l’interesse dell’ONG Tactical Tech per l’articolazione tra lotta ecologica e nuovi gesti investigativi[12].

Più di trent’anni fa, il teorico Frederic Jameson sottolineava la difficoltà di produrre e mantenere una comprensione condivisa del mondo in cui viviamo (quello del “tardo capitalismo”, totalizzante e globale), capace di situare e giustificare le nostre azioni e mobilitazioni locali[13]. A suo avviso, le rappresentazioni cospirative erano un sintomo saliente della carenza della nostra “mappatura cognitiva”, una sorta di compensazione deviante per la nostra incapacità di comprendere la realtà in cui viviamo. Le riflessioni di Jameson ci permettono di evidenziare  la proliferazione di “controinchieste aberranti” basate su risorse open source  – comunemente definite “complottiste” – che tuttavia fanno parte della stessa famiglia allargata di indagini “dal basso” e “in rete”. Lo slancio (politico, ludico, intellettuale) dell’indagine scivola in questi casi in una vertigine malata e autoreferenziale che potremmo chiamare, con Chloé Galibert-Lainé, “forensickness” (delirio forense)  Al di là della realtà fattuale di questo tipo di produzione, che prende in prestito i codici della spettacolarizzazione giornalistica e cinematografica, l’aberrazione di queste controinchieste sta nel desiderio di contrastare l’imposizione di “narrazioni tossiche” (direbbe Wu Ming 1 nel suo Q di qomplotto) diffuse dall’alto con una Verità fantasmagorica altrettanto chiusa nonché basata su effetti dimostrativi superficiali. Queste operazioni finiscono così per sconfessare il compito più fragile e politicamente emancipatorio della “verifica” esplorativa – un processo aperto, plurale e collettivo – che una parte significativa dell’OSINT mette in atto[14]. In tal senso, il filone complottista contemporaneo potrebbe essere solo una manifestazione del desiderio di spazi per verificare e ridefinire, in modo collaborativo e contingente, i contenuti ma anche i supporti e i metodi della conoscenza che condividiamo, al di là del ruolo passivo di cittadini-elettori-spettatori che ci viene volentieri assegnato.

[Questo testo riprende e aggiorna il lavoro svolto collettivamente per il dossier “Contre-enquetes en open source” del n° 89 della rivista Multitudes (inverno 2022)[15]]


[1] Si consideri anche il brillante saggio di franck leibovici : des opérations d’écriture qui ne disent pas leur nom, Parigi, Questions Théoriques, 2020.

[2] Ci riferiamo al celebre testo: Comunità e potere, La Nuova Italia, Firenze, 1971.

[3] franck leibovici, des opérations d’écriture qui ne disent pas leur nom, op. cit., p. 91.

[4] Ibid., p. 112.

[5] Jean-Louis Genard & Marta Roca i Escoda, « La dimension esthétique de la recherche », Éthique de la recherche en sociologie, Jean-Louis Genard, Marta Roca i Escoda (dir.), Louvain-la-Neuve, De Boeck Supérieur, 2019.

[6] Accessibile on line: https://vimeo.com/345729820

[7] Accessibile on line : www.nytimes.com/interactive/2018/11/27/style/what-is-inside-this-internet-rabbit-hole.html

[8] Matthew  Fuller & Eyal Weizman, Investigative Aesthetics. Conflicts and Commons in the Politics of Truth, Londres, Verso books, 2021, p. 39-40.

[9] Ibid, p.36.

[10] Sulla tradizione dell’inchiesta e il suo immaginario si veda Luc Boltasnki, Enigmes et complot. Une enquête à propos d’enquêtes, Paris, Gallimard, 2012.

[11] Tra i testi più stimolanti della teoria ecologica francofona contemporanea inclini a valorizzare il ruolo dell’indagine suggeriamo: Josep Rafanell I Orra, Fragmenter le monde, Paris, Divergences, 2018 ; Emmanuel Bonnet, Diego Landivar et Alexandre Monnin, Héritage et Fermeture. Une écologie du démantèlement, Paris, Divergences, 2021 ; Lena Balaud et Antoine Chopot, Nous ne sommes pas seuls. Politique des soulèvements terrestres, Paris, Seuil, 2021.

[12] Per esempio si veda Leopold Salzestain, “No Disaster Is Natural: How Investigating Climate Change Adaptation could make a Difference” (2021)

[13] Ci riferiamo a: Fredric Jameson, « Cognitive mapping », in Cary Nelson & Lawrence Grossberg, Marxism and the Interpretation of Culture, Chicago, University of Illinois Press, 1988.

[14] Menzioniamo il concetto pregnante di “open verification” proposta da Eyal Weizman nel 2019 scrivendo per E-Flux: https://www.e-flux.com/architecture/becoming-digital/248062/open-verification/

[15] Il numero è accessibile on line: https://www.cairn.info/revue-multitudes-2022-4.htm

In copertina: Harun Farocki, Images of the world and the inscription of war / Bilder der Welt und Inschrift des Krieges, 1988, film still © Harun Farocki Filmproduktion

Allan Deneuville

Dottore in studi letterari e insegnante-ricercatore a contratto in scienze dell'informazione e della comunicazione presso l'Università della Lorena. Il suo lavoro di ricerca si concentra sulla circolazione di testi e immagini da e sulle reti sociali digitali. È cofondatore del gruppo di ricerca e creazione 'Après les réseaux sociaux'.

Gala Hernández López

Cineasta e ricercatrice. Sta preparando una tesi di ricerca-creazione all'Università di Parigi 8. Attualmente è docente a contratto in studi visivi e arti digitali presso l'Università Gustave Eiffel e ricercatrice ospite presso la Filmuniversität Babelsberg grazie a una borsa di studio DAAD. Il suo film 'La mecanique des fluides', sulla comunità incel e le app di incontri, è stato presentato al DOK di Lipsia, al FIFIB e al SEMINCI. È cofondatrice del gruppo di ricerca e creazione 'After Social Networks'.

Jacopo Rasmi

Da trent'anni Jacopo Rasmi non riesce a smettere di studiare. Nel bel mezzo dello studio, a volte insegna (all'Università Jean Monnet – Saint Etienne), gli capita di scrivere da solo (“Le hors-champ est dedans. Michelangelo Frammartino, écologie, cinéma”, 2021) ma anche in compagnia (“Générations collapsonautes”, 2020, con Yves Citton), coglie di tanto in tanto le buone occasioni per programmare proiezioni cinematografiche e non dimentica di nutrirsi dell'intelligenza collettiva delle redazioni di “Multitudes” e “La revue Documentaires”.

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